«Ti voto solo se asfalti la strada di fronte a casa mia»

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La tesi che vorrei sostenere in queste righe è che sarebbe meglio evitare di parlare di se stessi quando si parla di politica. E siccome tendo ad essere una persona seria, per dimostrare questa tesi parlerò di me stesso.

Durante i periodi di campagna elettorale sfrutto il mio essere costantemente in viaggio per osservare le dinamiche del consenso. In questi giorni, per esempio, mi è capitato di passare in un piccolo comune dove si rinnovano le cariche. Spesso lo dimentichiamo, ma la politica italiana non è fatta soltanto dei grandi palcoscenici a favore di telecamera o delle grandi realtà metropolitane. L’Italia è un paese pieno di piccole città e comuni, dove le dinamiche della politica si possono osservare quasi al microscopio, se mi si passa l’immagine.

Bene, in questo piccolo paese – che ho raggiunto in auto – le strade sono accantierate, dal momento che si stanno asfaltando tutte. Non esagero: persino un forestiero come me si accorge di un eccesso di lavori in corso e si fa qualche domanda. Il mio primo pensiero – unito a un sorriso, confesso – è stato che non cambieremo mai: abbiamo delle classi dirigenti così vetuste (anche solo nel modo di pensare) che sotto elezione rifanno le strade. Nessuno più esprimerebbe una preferenza politica in base a interessi così superficiali, mi sono detto. Come un giocatore “lo vedi dal coraggio, dall’altruismo e dalla fantasia”, anche il politico lo riconosci e lo scegli in base a qualcosa di più sostanziale del semplice tirare un calcio di rigore o asfaltare una strada. Specie in un mondo che non ha più nulla a che vedere con quello di Peppone e Don Camillo, quanto ad alfabetizzazione, diffusione e condivisione delle notizie, livelli di consapevolezza della complessità delle scelte politiche. Durante la cena di lavoro – quelle occasioni in cui per non annoiarti e avendo una certa età non puoi far altro che parlare di calcio o di politica – ho condiviso questa considerazione scherzosa con un amico indigeno. Mi ha ascoltato con una smorfia di scetticismo e, quando ho finito, mi ha ribattuto che sono il solito “intellettuale della sinistra ztl”. Per mostrarmi che non era un tentativo di provocare una rissa con me, mi ha fatto leggere dei commenti sulle pagine social dei vari candidati a sindaco. Il loro tenore in effetti mi è parso inequivocabile. Certo c’era qualcuno che insultava il sindaco uscente scrivendo ciò che avrei scritto anch’io («ma davvero pensate che qualcuno vi ri-voti perché asfaltate le strade all’ultimo minuto?»), c’era persino qualcuno che cercava di comunicare un elementare ragionamento politico («non si deve votare il sindaco uscente per le strade che asfalta, ma per i servizi sociali che non ha tagliato»). Ma la stragrande maggioranza dei commenti si possono riassumere in un solo argomento, facilmente ricavabile tra un insulto e un altro: «Non ti voto perché stai asfaltando tutte le strade, ma non quella di casa mia».

Basta raccontare, adesso. La storia è leggera e forse non annoia il lettore, ma riguarda me, come le strade che quel sindaco non ha asfaltato riguardano esclusivamente coloro che ci abitano dinanzi. In altri termini, la questione che emerge mi pare di prima importanza: quali sono i moventi delle nostre scelte politiche, nel tempo attuale? Possiamo continuare a far finta che non siano cambiati e magari pretendere ancora ciò che oggi appare fuori luogo, cioè che si scelga non in base a interessi puramente individuali ma in base a interessi collettivi? Non è proprio su questa convinzione che la sinistra rischia di andare a schiantarsi contro risultati elettorali da elenco telefonico (come si usa dire con un’immagine orribile, perché denota un disprezzo nei confronti di alcuni modi di votare, mentre ogni voto ha una dignità sacra)?

Proprio negli stessi giorni mi è capitato di leggere il bel libro di Valentina Pazé, I non rappresentati. Esclusi, arrabbiati, disillusi (se ne può leggere una recensione altrettanto bella qui:https://volerelaluna.it/in-primo-piano/2024/05/13/il-divorzio-tra-rappresentanza-e-democrazia/ ). In quelle pagine ho trovato alcune risposte a queste semplici domande che ho appena posto. Non possiamo far finta di niente: il problema della rappresentanza è anche quello di un divorzio tra governanti e governati in cui ciascuno, letteralmente, non fa altro che pensare esclusivamente a se stesso. Tutto sommato l’immagine non rende l’idea: non è un semplice divorzio, è una cesura, una “sforbiciata”, una divaricazione così ampia che nessun rappresentante vuole rappresentare altri se non se stesso e le elezioni non sono altro che riti di legittimazione, liturgie di un potere che, fino a quando non dismetteremo completamente le democrazie, è costretto suo malgrado una volta ogni tanto a farsi incoronare “per grazia del popolo” (lo notava gia Marx).

Prendiamo le (pessime) figure dei presidenti delle regioni. Non mi riferisco soltanto a quei “governatori” che compiono sfacciate manovre corruttive. Dentro questa tendenza a sostituire l’architettura istituzionale centrata sul primato dei partiti vi è anche, per fare solo un esempio, il narcisismo di quei governatori che scrivono libri per farci sapere che loro lavorano non grazie ma Nonostante il PD, come s’intitola il nuovo libro di Vincenzo De Luca. Giustamente si dirà: non si possono certo paragonare Toti e De Luca. Ovviamente no. Le differenze morali (e probabilmente penali) dei comportamenti sono sotto gli occhi di tutti. Non è questo il punto. Il punto è che c’è una tendenza politica e culturale che è da entrambi condivisa e diffusa: quella di portare a termine il regionalismo irresponsabile degli ultimi decenni facendo agire il personalismo dei “governatori” contro la democrazia dei partiti. Quello stesso decentramento irresponsabile che De Luca giustamente avversa criticando l’autonomia differenziata, ma che egli stesso rappresenta nella sua ostentata convinzione che la politica debba seguire la strada della personalizzazione.

Ecco, mi pare che la rappresentanza sia stata sostituita dalla personalizzazione. Una politica on demand, come la nostra televisione. Che asfalta la strada di fronte casa. La questione della rappresentanza non è più in discussione: per questo un partito può candidare Quartapelle e Tarquino, può essere un autobus dentro cui far salire chiunque, basta che provveda a una legittimazione il più magniloquente possibile. Senza la mediazione dei partiti non rimane che il rapporto carismatico di un singolarissimo essere umano che si affida a un altro singolarissimo essere umano. La democrazia dei partiti si trasforma in quella dei leader e gli elettori si trasformano in individui che non hanno bisogno più della “classe”, dei “partiti”, della “società civile” per sentirsi parte del sovrano. Questa forma religiosa di incorporazione del suddito dentro il sovrano – che è poi una delle immagini fondative della politica moderna, quella del Leviatano di Hobbes – è l’unica modalità rimasta per esprimere le nostre preferenze politiche. Il sindaco è sempre più il “mio” sindaco, la prima ministra è “Giorgia”. Asfalta le strade di fronte casa mia, fa serata al Papeete. Mi conosce bene e soprattutto sa che io lo voterò precisamente per questo: è lì per rappresentare gli interessi singolarissimi di individui che sono rimasti letteralmente soli e abbandonati a se stessi, senza più alcuna possibilità di provare passioni comuni.

C’è una categoria che viene tematizzata nel libro di Pazé e che rende benissimo questa tendenza. È la categoria del “singolarismo radicale”: «il singolarista radicale non sente bisogno di conferme, verifiche, confronto, e intrattiene verso le istituzioni un atteggiamento strumentale, accettando solo ciò che è funzionale alla soddisfazione dei propri bisogni e delle proprie preferenze».

Il fatto curioso è che, nell’attuale divaricazione tra governanti e governati, il singolarismo radicale è l’unica cosa rimasta a rendere simili coloro che governano e coloro che sono governati.

Molti, di fronte agli attuali e così gravi episodi di corruzione, si sono chiesti perché non esploda un’altra Tangentopoli. Ecco, per me è questa – a ben vedere – la vera grande differenza rispetto a Tangentopoli. Allora il mondo intorno alla politica non funzionava come la politica. C’era una società civile capace non solo di indignarsi e di protestare, ma di costruire reazioni collettive, di riconoscersi in una forma non puramente individualista o narcisista. Scrive ancora Pazé: «ciò che viene a mancare, in questo modo, è la possibilità di riconoscersi in un soggetto collettivo». Governanti senza partiti in grado di mediare e rappresentare; governati senza associazioni in grado d’intrattenere rapporti non strumentali o personalistici con la politica (chi vive nel centro Italia sa quale sia stato il contributo del Pd a questa crisi di senso dell’associazionismo). Governanti e governati uniti in questa desertificazione della politica, uno spazio in cui non si mettono più in scena passioni comuni, ma passioni singolarissime, persino se la si pensa allo stesso modo sul mondo.

Mi pare che anche la sinistra sia finita in quest’inganno. O cedere alla rassegnazione e accettare la variante populista – affidiamoci a un/una leader e illudiamo l’elettore che saremo in grado di asfaltare proprio la strada di fronte casa sua. Oppure rivendicare un po’ paternalisticamente il dovere di pensare anche agli altri, dentro un mondo in cui la logica neoliberale ha deliberatamente distrutto ogni cellula di vita collettiva e comune, costringendoci ad assumere una forma di vita individualissima. Finendo così per fare la stessa figuraccia che mi è toccata durante la discussione col mio amico. Solo smettendo i panni del singolarista radicale, potremo essere credibili. Imparando a non parlare sempre di se stessi, quando si parla di noi. La questione morale è certamente questione politica, ma la questione politica è innanzitutto questione sociale. Non riguarda in prima battuta il potere, ma le relazioni. Il modo in cui noi (non) stiamo insieme.

Gli autori

Sergio Labate

Sergio Labate è professore di Filosofia teoretica presso l’Università di Macerata. Tra i sui temi di ricerca ci sono il lessico della speranza e dell’utopia nell’età secolarizzata, la filosofia del lavoro, le passioni come fonti dei legami sociali, la difesa della democrazia costituzionale nell’epoca del suo disincanto generalizzato. È stato presidente di Libertà e Giustizia. Tra le sue pubblicazioni: “La regola della speranza. Dialettiche dello sperare” (Cittadella 2012), “Passioni e politica” (scritto insieme a Paul Ginsborg, Einaudi 2016), “La virtù democratica. Un rimedio al populismo” (Salerno editrice 2019).

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