Dall’hard al soft: strategia della tensione 2.0

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Era il 1969, quando, a ridosso delle proteste contro la guerra in Vietnam e dei movimenti del 1968, l’Observer di Londra pubblicava un articolo in cui introduceva una formula destinata a fare fortuna: la strategia della tensione. Davanti al crescere dell’effervescenza sociale, spiegava il quotidiano londinese, la paura dei gruppi sociali dominanti per cambiamenti troppo radicali, in cui giocava un ruolo non secondario la divisione in blocchi della Guerra fredda, trovava il suo sbocco in una strategia di contenimento peculiare. In Italia, la definizione di “strategia della tensione” è andata incontro, nel corso degli anni, a una deformazione che l’ha ridotta a essere sinonimo di complottismo. Non vuole essere questo il caso. Abbiamo ben presente che, in una visione dinamica delle interazioni sociali e politiche, la volontà di alcuni attori non è necessariamente sovradeterminante e soverchiante. Come non lo fu in Italia.

Piuttosto che forzare il contesto politico attraverso colpi di mano, si preferiva aumentare la tensione attraverso il moltiplicarsi degli scontri di piazza e degli attentati terroristici finché, l’opinione pubblica stessa, non avrebbe evocato una svolta d’ordine. In particolare, l’infiltrazione di gruppi giudicati radicali, la loro criminalizzazione, il loro coinvolgimento, artatamente costruito, in fatti eclatanti come le bombe nelle piazze, costituiva parte di questa strategia. L’articolo dell’Observer non raccontava nulla di nuovissimo, in quanto quattro anni prima, in Italia, si era svolto all’Istituto Pollio un convegno che vedeva coinvolti neofascisti, vertici dell’esercito, ex-comunisti passati dall’altra parte, esponenti dei servizi di sicurezza, studiosi di tattica militare. In quell’occasione si era parlato di guerra a bassa intensità, ovvero un’altra definizione della strategia della tensione, per contrastare la minaccia comunista, che, in Italia, si vedeva avanzare sottotraccia attraverso gli allora neonati governi di centrosinistra.

Dalla teoria alla pratica, il passo fu breve. In Italia, le bombe del dicembre 1969, di cui quella di Piazza Fontana fu l’unica a esplodere, con l’anarchico Valpreda additato come il mostro, fu la prima, concreta manifestazione della strategia della tensione. Seguirono l’Italicus, Brescia e Bologna. Fu l’argine democratico rappresentato dalla sinistra diffusa, dal più forte partito comunista dell’Occidente, dai settori della stampa, dai nuovi movimenti a impedire la degenerazione. In altri contesti, come l’America latina, dove le tensioni sociali erano acute e Cuba veniva vista da Washington come la quinta colonna del comunismo nel proprio “cortile di casa”, le cose andarono diversamente. Il piano Condor, la guerra sucia del presidente messicano Echeverria contro gli oppositori, significarono un succedersi di golpe, esecuzioni extragiudiziali, repressione dei movimenti sociali. Nel frattempo, i paesi latinoamericani, diventavano le cavie delle politiche economiche neoliberiste.

Passando allo scenario contemporaneo, il moltiplicarsi delle proteste e delle iniziative pro-Palestina nelle università statunitensi e, nel nostro caso, in quelle italiane, gli arresti in massa dei dimostranti (2.000 persone negli USA), l’uso sconsiderato dei manganelli della polizia italiana nei confronti dei manifestanti, il tentativo di limitare dibattiti e manifestazioni, ci fanno pensare a un ritorno della strategia della tensione, ma sotto altre forme. Ovvero, in una forma soft, che rimpiazza quella hard, degli scontri di piazza e delle bombe. Una strategia della tensione che ha nell’apparato mediatico il suo fulcro.

Da un lato, la crisi delle organizzazioni di massa, la frammentazione sociale spinta, la mancanza di un orizzonte politico a medio-lungo termine, producono una protesta sfrangiata, frastagliata, ma diffusa. Dall’altro lato, la mancanza di luoghi che elaborino e producano riflessioni e strategie politiche, fa sì che i media diventino il principale canale di formazione dell’opinione pubblica. A differenza degli anni ‘60 e ‘70, si tratta di un apparato mediatico pervasivo, dove la carta stampata viene sostituita sempre più dai social e dalla televisione.

La nuova forma della strategia della tensione, quella che abbiamo appena definito soft, fa dell’apparato mediatico il suo cardine. Non c’è bisogno di infiltrare gruppi politici, di esacerbare gli scontri, di produrre attentati terroristici eclatanti. In altre parole, la strategia della tensione soft non agisce ex post, bensì ex ante. Il vuoto lasciato dalla scomparsa della minaccia comunista viene colmato producendo e diffondendo presso l’opinione pubblica il panico morale relativo alle manifestazioni pro-Palestina e alle contestazioni di accordi tra le università, il governo e lo Stato di Israele. Si etichettano i dimostranti come intolleranti, violenti, potenziali terroristi. Come mezzo secolo fa, si agita lo spauracchio degli anarchici, che stavolta rimangono gli ultimi estremisti rimasti. In altri termini, si mette in atto una campagna di criminalizzazione del dissenso, che, di per sé, non per le posizioni sostenute, viene rappresentato come una minaccia per l’ordine democratico, o meglio, per l’ordine neoliberista. La minaccia rappresentata dal dissenso è così forte da richiedere limitazioni delle libertà civili, ovvero quelle di opinione, di riunione, di associazione e di manifestazione. Nonché da giustificare l’intervento delle forze di polizia ai fini repressivi.

I manifestanti sono giovani, nonviolenti, non fanno capo a nessuna organizzazione, ma è proprio la loro spontaneità a essere percepita come pericolosa, in quanto potrebbe contaminare altri contesti, dalle lotte del lavoro a quelle per l’ambiente, e finire per compattare un’opposizione politica e sociale, tanto diffusa quanto frammentata e confusa. Per questo si sceglie di agire in modo preventivo, agitando gli spettri della violenza malgrado gli unici atti violenti, fino a ora, li hanno commessi le forze di polizia. Anche per questo si criminalizza in modo strumentale la figura di Ilaria Salis, che rappresenterebbe, per il Governo, l’epitome dei manifestanti e degli oppositori contemporanei.

Infine, la strategia della tensione soft, si connota per il mutamento qualitativo degli attori coinvolti. Se negli anni ‘60 e ‘70, al fianco degli apparati statali, trovavamo estremisti di destra, esperti di tattica militare, esponenti dei servizi di sicurezza di altri paesi, oggi il governo cerca la sponda degli imprenditori della paura. Si tratta di un rapporto più fluido di quello del passato, in quanto i media, mossi dall’esigenza di fare audience, spesso controllati, nel caso italiano, da soggetti vicini alla coalizione governativa, si prestano spontaneamente a fare eco agli esponenti governativi e a costruire spauracchi sui loro allarmismi. Anche gli apparati mediatici della cosiddetta opposizione moderata, però, si prestano al gioco, preoccupati di perdere terreno e rendite di posizione qualora si producessero nuove forme di dissenso. A loro si sommano talvolta anche quegli “oppositori” che fanno della legalità e della centralità degli apparati repressivi la loro bandiera.

Ci troviamo di fronte a un aggiornamento insidioso e viscido della strategia della tensione, che fa perno sia sull’assenza di soggetti collettivi organizzati che sulla mancanza di progettualità politica di segno diverso rispetto da quello attuale. E si diffonde anche presso gli opinion makers che invece dovrebbero coglierne la portata autoritaria. Come se ne esce? Bisogna continuare a opporsi. Ma bisogna soprattutto riprendere a incontrarsi, confrontarsi, e unirsi attorno a un progetto. Una delle maniere possibili, è quella di non lasciare soli gli studenti, gli accademici, gli attivisti, che organizzano queste iniziative. Tanto per riaffermare la sacralità delle libertà civili e politiche. Se non vogliamo che la situazione degeneri.

L’articolo è tratto, in virtù di un accordo di collaborazione dal sito del CRS (https://centroriformastato.it/dallhard-al-soft-strategia-della-tensione-2-0/)

Gli autori

Vincenzo Scalia

Vincenzo Scalia è professore associato in Sociologia della devianza presso l’Università degli Studi di Firenze. Si occupa prevalentemente di carceri, criminalità organizzata, abusi di polizia. Ha insegnato e svolto ricerca in Messico, Argentina ed Inghilterra. I suoi lavori sono pubblicati in italiano, inglese, spagnolo e turco.

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