Il vittimismo della ministra e la “confusione” tra contestazione e censura

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«La guerra è pace», «la libertà è schiavitù», «l’ignoranza è forza»: ai tre slogan incisi sulla facciata del Ministero della Verità in 1984 di George Orwell (spaventosamente adatti a descrivere la situazione politico-culturale dell’Occidente del 2024), nell’Italia dei Fratelli d’Italia bisogna aggiungere «la contestazione è censura». È ora di rileggersi non solo i romanzi, ma anche i saggi di Orwell: per esempio quelli raccolti in Il potere e la parola (Piano B, 2021), alcuni dei quali mai prima pubblicati in italiano, tra cui l’attualissimo Che cos’è il fascismo.

Pochi giorni fa, la Grande Sorella (non Arianna, proprio Giorgia) ha tuonato: «Ancora una volta è stato impedito a un Ministro di intervenire e di esprimere le proprie idee». E ha aggiunto: «Responsabile è un gruppo di contestatori che si riempiono la bocca delle parole libertà, rispetto e autodeterminazione delle donne, ma poi amano la censura e impediscono a una donna di parlare perché non ne condividono le idee […]. È ora di dire basta». Il riferimento è al gruppo di ragazze e ragazzi che agli Stati generali della natalità (un nome già orwelliano da sé) aveva osato contestare la ministra Roccella, la quale aveva rinunciato a parlare, invocando: «parole inequivocabili di solidarietà nei miei confronti, dopo l’atto di censura che questa mattina mi ha impedito di parlare». Subito, i liberissimi media italiani hanno acceso i megafoni gridando in coro, appunto, alla censura. «Non si impedisce mai a nessuno di parlare» è diventato il mantra bipartisan, con pochissime, preziose, eccezioni (segnalo quella di Roberto Saviano). Anche questo slogan è pronto per essere inciso sulla facciata del nostro ministero della verità: perché pur essendo (ovviamente) giustissimo in sé, si ribalta nel suo contrario quando viene applicato rimuovendo e occultando il contesto.

Prendiamo il caso specifico. I contestatori (in massima parte contestatrici) appartengono ad associazioni come il collettivo Transfemminista, l’assemblea Aracne, il collettivo Artemis: ecco le potenti lobbies capaci di censurare questo indifeso Governo senza voce. Dall’altra parte, ecco la vittima: gli Stati generali della natalità. Che sono sponsorizzati (tra gli altri) da Eni, Enel, Fincantieri, Generali, e sostenuti da Cassa Depositi e Prestiti, Angelini, Esselunga (chissà se Toti ha dato il permesso…), hanno un media partner che paghiamo tutti perché si chiama Rai (ecco la garanzia oggettiva di una liberissima informazione!), e il giorno dopo hanno ospitato… il papa! Basterebbe questa oggettiva descrizione dei rapporti di forza per iniziare a chiedersi chi impedisca davvero di parlare a chi.

Ma siamo solo all’inizio: il contesto più largo è fatto dall’occupazione politica manu militari della Rai, dall’organicità di Mediaset al Governo, dalla capillare colonizzazione di istituzioni culturali, dalla campagna feroce contro l’autonomia delle università, dalle querele contro gli intellettuali dissenzienti, dalla repressione delle manifestazioni… Il risultato è che il Governo parla ovunque e ossessivamente, e lo spazio di chi pensa altrimenti si riduce ogni giorno. Se questo è il contesto (e lo è), dire che «ancora una volta è stato impedito ad un Ministro di intervenire e di esprimere le proprie idee» significa ribaltare la realtà in senso precisamente orwelliano.

Ma c’è un altro piano, ancora più importante. Il potere esecutivo parla con i fatti: anche quando poggia sul voto di meno di un terzo degli aventi diritto al voto (come accade al governo Meloni), ha il potere di cambiare anche radicalmente la vita di tutti i cittadini, anche di quelli con idee opposte. Su nodi esistenziali essenziali come costituzione di una famiglia, aborto, maternità, fine vita la ministra Roccella ha il potere di imbrigliare secondo le sue idee la vita di ciascuna delle ragazze che l’hanno contestata. Parla, cioè, con la restrizione dei diritti, l’allocazione delle risorse pubbliche, le politiche della formazione. E ciò che dice è forte e chiaro: nessuno ha il diritto di vivere come vuole, è il Governo che esercita sorveglianza e disciplinamento sui corpi. Chi subisce, si dice ora, deve anche farlo in silenzio: non può nemmeno contestare, perché anche la debolezza della nuda parola fa paura a questo Governo di prepotenti e vigliacchi. Il comandamento democratico violato è dunque quello per cui «non si impedisce a nessuno di parlare», o quello per cui “non si impedisce a nessuno di vivere come vuole”? La libera stampa non ha dubbi: il primo! In questo ribaltamento della realtà, il Governo è censurato dai collettivi, i ministri sono vittime degli adolescenti, la contestazione è terrorismo, la manifestazione del pensiero un abuso. Come scrive Orwell, «occorre un grande sforzo per riuscire a vedere cosa c’è sotto il proprio naso, […] la schizofrenia onnipresente nelle società democratiche, le menzogne che devono essere raccontate a fini elettorali, il silenzio sui temi più importanti, le distorsioni della stampa».

L’articolo è pubblicato anche su Il Fatto Quotidiano

Gli autori

Tomaso Montanari

Tomaso Montanari insegna Storia dell’arte moderna all’Università per stranieri di Siena. Prende parte al discorso pubblico sulla democrazia e i beni comuni e, nell’estate 2017, ha promosso, con Anna Falcone l’esperienza di Alleanza popolare (o del “Brancaccio”, dal nome del teatro in cui si è svolta l’assemblea costitutiva). Collabora con numerosi quotidiani e riviste. Tra i suoi ultimi libri Privati del patrimonio (Einaudi, 2015), La libertà di Bernini. La sovranità dell’artista e le regole del potere (Einaudi, 2016), Cassandra muta. Intellettuali e potere nell’Italia senza verità (Edizioni Gruppo Abele, 2017) e Contro le mostre (con Vincenzo Trione, Einaudi, 2017)

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