Non solo Toti: la corruzione come questione politica

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Poco più di vent’anni fa, sul manifesto, compariva un prezioso dossier dedicato a tracciare un bilancio dello stato di salute della democrazia italiana “a dieci anni da Tangentopoli”, occasione, tra l’altro, di un seminario on line che è ancora possibile seguire sul sito del CRS (https://centroriformastato.it/il-rovescio-di-tangentopoli/). Nel suo contributo Mario Tronti scriveva: «Dietro alla questione giustizia è rimasta, non vista, la questione politica: chi governa, a nome di chi, per che cosa» (Una solida restaurazione, il manifesto, 16 febbraio 2002). Sono parole da cui sarebbe bene ripartire oggi, per riflettere sull’ennesimo scandalo che ha travolto la giunta regionale ligure, conducendo il presidente Giovanni Toti ai domiciliari. Uno scandalo tutt’altro che sorprendente e indecifrabile, proprio perché figlio di una rimozione di lunga data di (per lo meno) tre questioni eminentemente politiche, che continuano a essere schermate dall’indignazione morale suscitata dalla scoperta di singoli casi di corruzione.

La prima questione riguarda i partiti. La conseguenza più evidente e macroscopica di Tangentopoli, sul piano politico, è stato il disfacimento di tutti i partiti che costituivano il nerbo della “prima repubblica”, a partire da Dc e Psi, con pesanti ricadute anche sul neonato Pds, e l’ascesa di formazioni nuove di zecca, a partire dal partito-azienda di Berlusconi. Nel bel mezzo di quel terremoto giudiziario, circondato dal plauso di una fetta consistente di “società civile”, si poteva forse sperare in una rifondazione democratica dei partiti, in una loro rinascita dal basso, come «libere associazioni di cittadini che concorrono con metodo democratico a determinare la politica nazionale». È avvenuto, in realtà, l’opposto. Se i partiti di massa novecenteschi, pur pieni di difetti, prevedevano spazi formali di discussione e partecipazione degli iscritti alla definizione della linea politica (e non solo all’investitura del capo), questi spazi non esistono più, o quasi, nel modello di partito leggero, “piglia-tutto”, “professionale-elettorale”, personale o “personalizzato” che si è imposto negli anni successivi. Tanto da rendere ineludibile tornare a chiedersi che cosa sono (diventati) i partiti, oggi, chi rappresentano, a che cosa servono. E come sono, o dovrebbero essere, finanziati. La legge varata dal governo Letta, nel 2014, ha eliminato i rimborsi pubblici per le spese elettorali e aperto la strada alle “erogazioni liberali” dei privati, con un massimo – non proprio esiguo – di 100.000 euro. Ne è risultato un sistema in cui la permeabilità della politica agli interessi economici, con conseguente rischio di corruzione e concussione, è cresciuta, anziché diminuita. Oggi un potente uomo d’affari come Aldo Spinelli, intercettato, può dire al figlio: «Noi non siamo vicini a nessuno. Siamo con tutti». C’è da stupirsi? Come ha osservato Luigi Ferrajoli, «è evidente che una persona giuridica non può avere motivi ideali per finanziare un partito, ma soltanto interessi economici». Ed è ben comprensibile che, nel promuoverli, un imprenditore si rivolga ora all’uno ora all’altro, offrendo generosa ospitalità sul proprio yacht al potente di turno… Per questo alle persone giuridiche, come imprese e società commerciali, andrebbe vietata, per legge, la possibilità di elargire donazioni ai partiti, da riservare esclusivamente alle persone fisiche, nella misura «relativamente modesta che può supporsi motivata dall’adesione ideale di iscritti e simpatizzanti» (L. Ferrajoli, La democrazia attraverso i diritti, Laterza, 2013, p. 198). Per il resto, andrebbe ripristinata una forma di finanziamento pubblico della politica, simile a quella esistente in altri paesi europei, a partire dalla Germania.

Una seconda questione irrisolta, da Tangentopoli a oggi, ha a che fare con la tendenza inveterata della nostra classe politica a eludere, anziché affrontare, la “questione morale”, sottraendosi al controllo di legalità, rafforzando il profilo “decidente” degli esecutivi, affermando il primato dell’investitura popolare sulla legge. Non si tratta solo dell’eterna questione della separazione delle carriere e della subordinazione dei pubblici ministeri all’esecutivo, ma del mito dell’esecutivo forte, perché legittimato dall’investitura popolare diretta, all’insegna del motto «il voto è tutto e la legge nulla, […] la legittimità vince sulla legalità, la divisione dei poteri è un arnese settecentesco» (I. Dominijanni, Paradossi, il manifesto, 16 febbraio 2002). La quintessenza di questa aspirazione assolutistica è bene espressa da una dichiarazione rilasciata da Toti nel 2020: «Via codice degli appalti, via gare europee, via controlli paesaggistici, via certificati antimafia, via tutto. Almeno per due anni» (P. Ronco e A. Paolacci, Supermercati, spiagge private: il “modello Genova”, il manifesto, 8 maggio 2024, p. 3). Certo, in quel momento c’era la pandemia, e uno stato di emergenza più che giustificato. Ma l’insofferenza per ogni forma di controllo e vincolo che trasuda da quelle parole ci ricorda che l’invocazione dell’emergenza – vera o presunta – è stata, ed è, usata spesso nel nostro paese per assecondare la pulsione brutale a “comandare”, anziché a governare rispettando l’equilibrio dei poteri. Soprattutto in quelle Regioni a cui la riforma del Titolo V, voluta dal centro-sinistra, ha assegnato enormi poteri di spesa, in particolare in ambito sanitario, che potrebbero ulteriormente aumentare se il progetto dell’autonomia differenziata andasse in porto.

La terza grande questione riguarda il rapporto tra politica ed economia. Osservava Rossana Rossanda, nel 2002, che la visione “liberista” (o “neoliberale”, come si preferisce dire oggi) non comporta necessariamente la ritirata dello Stato dall’economia, ma un suo riposizionamento «a vantaggio del capitale e delle imprese, o direttamente attraverso un passaggio di risorse normali o di guerra, o indirettamente attraverso una regolamentazione che diminuisce vincoli fiscali e normativi alla proprietà» (Anni Novanta. Visti dalla fine, il manifesto, 16 febbraio 2002). È esattamente ciò a cui stiamo assistendo oggi, in particolare a partire dalla pandemia, con la sudditanza dell’Unione Europea alle multinazionali del farmaco, l’enorme travaso di risorse pubbliche in tasche private attraverso il PNRR e, ora, la riconversione bellica dell’economia. Tutto ciò entro una cornice ideologica difficile da scalfire, che “usa” gli scandali che coinvolgono i politici per ribadire il primato del mercato sullo Stato. È avvenuto all’indomani di Tangentopoli quando – scriveva Rossanda – «esaltati dalla stampa indipendente e dalla sinistra come salvatori della patria, i Di Pietro hanno non solo compiuto l’opera di abbattimento del ceto politico corrotto, ma teorizzato l’idea di un capitale che sarebbe per natura pulito, se non fosse penalizzato da una politica sporca. Meno intervento politico nell’economia avrebbe restituito trasparenza alle imprese e nitore alle istituzioni» (ivi). Quante smentite empiriche serviranno ancora a rovesciare questa narrazione?

Gli autori

Valentina Pazé

Valentina Pazé insegna Filosofia politica presso l’Università di Torino. Si occupa, in una prospettiva teorica e storica, di comunitarismo, multiculturalismo, teorie dei diritti e della democrazia. Tra le sue pubblicazioni: "In nome del popolo. Il potere democratico" (Laterza, 2011), "Cittadini senza politica. Politica senza cittadini" (Edizioni Gruppo Abele, 2016) e "Libertà in vendita. Il corpo fra scelta e mercato" (Bollati Boringieri, 2023).

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