Stati Uniti. Le Università, la Palestina e un nuovo maccartismo

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È nei momenti cruciali, quelli cioè in cui si pone in contrasto con il pensiero che si vuole dominante, che il diritto di esprimere liberamente la propria opinione trova verifica. È questa la prova del nove circa l’esistenza di una libertà che negli Stati Uniti si dice essere alla base della democrazia costituzionale più antica del mondo. Ancora una volta però il free speech – che, come diceva il giudice Hugo Black, significa garantire l’espressione dei pensieri che non piacciono piuttosto che di quelli che piacciono – è drammaticamente calpestato proprio quando dovrebbe dimostrare la propria efficacia e proprio nei luoghi in cui dovrebbe raggiungere la massima espressione. Mentre, infatti, l’attacco israeliano a Gaza continua, insieme al massacro del popolo palestinese (decimato senza esclusione di colpi mediante operazioni militari che violano il diritto umanitario internazionale, che costituiscono crimini di guerra e che la Corte di giustizia internazionale non ha escluso possano configurare un’ipotesi di genocidio), la voce dissenziente degli studenti nei confronti del sostegno statunitense all’eccidio in corso (da ultimo corroborato da uno stanziamento di 26 miliardi per armi e aiuti a favore di Israele da parte del Congresso americano) è brutalmente silenziata dalle istituzioni universitarie asservite alla politica e ai donors sionisti che le finanziano.

Si è già dato conto su queste pagine di come negli Stati Uniti, a partire dal 7 ottobre 2023, sia iniziato un pesante intervento dei finanziatori (senza i quali molte istituzioni accademiche non potrebbero sopravvivere) e degli organi politici sui vertici delle Università affinché nei campus sia imposta la più pesante repressione nei confronti di qualsiasi manifestazione di sdegno da parte degli studenti – non importa quanto pacifica essa sia – per lo sciagurato attacco di Israele a uomini, donne e bambini innocenti, (https://volerelaluna.it/mondo/2023/12/14/stati-uniti-se-la-liberta-di-parola-si-ferma-alla-soglia-della-palestina/). Sono pressioni che hanno da subito prodotto i loro effetti, ottenendo in molti casi l’immediata sottomissione delle direzioni accademiche, che hanno cancellato incontri sulla questione israelo-palestinese a cui era stato invitato chi avrebbe potuto mettere in discussione l’operato di Israele, annullato celebrazioni annuali quando si profilava l’eventualità di un’espressione di solidarietà nei confronti della Palestina da parte della speaker (https://www.nytimes.com/2024/04/16/us/usc-valedictorian-speech-gaza-war.html), interrotto incontri di poesia non appena si accennava alle parole del poeta e prestigioso accademico palestinese, Refaat Alareer, ucciso da una bomba israeliana al nord di Gaza (https://www.nytimes.com/2024/04/05/opinion/free-speech-academic-freedom.html?). L’atmosfera maccartista, prodotta a dicembre dell’anno scorso dalla audizione alla Camera delle rettrici di Harvard e dell’Università della Pennsylvania – durante la quale le due donne erano state messe sotto accusa per non essere state sufficientemente chiare nell’intento repressivo di qualunque protesta contro Israele e pro Palestina e per questo costrette a dimettersi – nonché dalle annunciate indagini federali in un certo numero di campus universitari, nei quali non si sarebbe fatto abbastanza per combattere l’antisemitismo, ovverossia il dissenso nei confronti delle politiche aggressive di Israele (https://www.reuters.com/world/us/us-house-committee-opens-investigation-into-harvard-penn-mit-after-antisemitism-2023-12-07/) – ha raggiunto il suo scopo mercoledì 18 aprile, quando è stata la rettrice della Columbia University di New York, Nemat Shafik, a essere sottoposta allo stesso interrogatorio al Congresso in precedenza subìto dalle colleghe di Harvard e di Penn. Le risposte della Shafik alle provocazioni della repubblicana Elise Stefanik – la McCarthy del ventunesimo secolo – hanno, infatti, mostrato il suo completo asservimento ai desiderata della parte politica più schierata con Israele. Pronta a dire di avere già sospeso 15 studenti, di aver rimosso dall’insegnamento o mandato via 5 docenti per i loro commenti sulla situazione israelo-palestinese, che un visiting professor filo-palestinese non avrebbe mai più messo piede alla Columbia o ancora che qualsiasi intonazione del ritornello “from the river to the see Palestine will be free” sarebbe stata debitamente repressa, neppure così la Shafik è però riuscita a compiacere i repubblicani più filo-israeliani (https://www.nytimes.com/2024/04/17/nyregion/columbia-university-president-nemat-shafik-hearing.html?).

Pertanto, trovatasi a decidere cosa fare in relazione a una cinquantina di tende che erano state piantate nel prato della Columbia a partire dalla mattina della sua deposizione, la rettrice non ha escogitato di meglio che chiedere l’intervento della polizia, la quale ha arrestato un centinaio di studenti, che la stessa Shafik ha poi espulso dai dormitori (i ragazzi sono ora senza tetto) e sospeso dall’Università. La mossa – in forte contrasto con la politica di dialogo inaugurata dopo i pesanti scontri sulla guerra del Vietnam del 1968 che avevano rovinato la reputazione dell’istituzione – non ha soltanto accresciuto il desiderio degli studenti di far sentire la propria voce (che li ha indotti a montare un nuovo accampamento nel parte di prato adiacente a quello precedentemente occupato). Essa è stata altresì la scintilla che ha fatto scoppiare manifestazioni, accampamenti e proteste in decine e decine di Università americane, i cui vertici hanno ugualmente risposto con la forza pubblica e con espulsioni degli studenti (https://www.nytimes.com/2024/04/24/us/pro-palestinian-encampments-protests.html). Arrestati – e spesso picchiati – a centinaia, i ragazzi (a volte sostenuti dai loro docenti) chiedono che le loro istituzioni disinvestano dalle fabbriche di produzione di armi e dalle società che fanno affari con Israele e per questo vengono rappresentati come antisemiti. Così, mentre sullo spiazzo sopra il prato su cui a Columbia sono state piantate le tende rimangono a sventolare decine e decine di bandierine dello Stato di Israele, Netanyahu chiede che le proteste vengano subito sedate (https://www.nytimes.com/2024/04/24/us/netanyahu-israel-us-college-protests.html?) e lo speaker della Camera Mike Johnson, in visita alla Columbia University, auspica addirittura che Biden faccia intervenire la forza militare federale contro gli studenti.

È questa l’aria che si respira oggi negli atenei degli Stati Uniti, che da luoghi del pensiero libero sono diventati terreno di repressione nei confronti di chi protesta contro la complicità del loro paese in uno dei più terribili eccidi della storia. Non è esattamente l’immagine di un paese che protegge la libera espressione del pensiero quale pur continua a professare di essere, ma quella di chi, al contrario, alla prova del nove proprio non regge!

Gli autori

Elisabetta Grande

Elisabetta Grande insegna Sistemi giuridici comparati all’Università del Piemonte orientale. Da oltre un ventennio studia il sistema giuridico nordamericano e la sua diffusione in Europa. Ha pubblicato, da ultimo, Il terzo strike. La prigione in America (Sellerio, 2007) e Guai ai poveri. La faccia triste dell’America (Edizioni Gruppo Abele, 2017)

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