Israele. Dove è finita la libertà di pensiero?

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Giovedì 18 aprile 2024 la professoressa Nadera Shalhoub-Kevorkian docente della Hevrew University specializzata in studi di genere, è stata arrestata dalla polizia israeliana con l’accusa di avere rilasciato dichiarazioni sugli eventi del 7 ottobre che avrebbero costituito un incitamento alla violenza, al terrorismo e al razzismo, un potenziale pericolo per la sicurezza di Israele. Subito dopo l’arresto, più di 100 suoi colleghi hanno firmato una lettera in cui lamentavano il fatto che la Hebrew University non si fosse schierata apertamente contro il fermo della sua docente in quello che, a loro avviso, era stato un arresto politico. Nonostante il rilascio della professoressa Shalhoub-Kevorkian il giorno successivo all’arresto sulla base di una decisione dell’Alta Corte di Gerusalemme secondo la quale non sussistevano gli estremi per la detenzione, la vicenda ha suscitato un’ondata di indignazione dentro e fuori Israele, anche per il trattamento disumano a cui la studiosa sarebbe stata sottoposta durante il periodo di detenzione, come affermato dal suo avvocato.

Già nel mese di marzo la professoressa Shalhoub-Kevorkian era stata sospesa dalle attività didattiche per un intervento in un podcast nel quale, secondo i vertici del suo dipartimento, non era stata abbastanza critica sulle atrocità commesse da Hamas e, apparentemente, per aver messo in dubbio le violenze sessuali commesse da quest’ultimo. La stessa Hebrew University, una delle università israeliane da sempre considerata all’avanguardia in termini di libertà di pensiero, apertura e democraticità, aveva pubblicato in quell’occasione uno statement in cui dichiarava che alla Hebrew University non c’era posto per personale non-sionista. Il reintegro della docente era poi avvenuto solo in seguito a una sua successiva dichiarazione nella quale la stessa specificava che le frasi incriminate era state citate fuori contesto, che le violenze commesse da Hamas non erano state messe in dubbio ma che il quadro era certamente più complesso di come sovente era stato descritto dopo il 7 ottobre.

Il caso solleva due ordini di questioni: la prima è relativa alla libera espressione del pensiero e del dissenso; la seconda riguarda la necessità di contestualizzare eventi e dichiarazioni.

In merito al primo punto, ciò che ha alimentato il dibattito è stata, da un lato, la difficoltà sempre più evidente in Israele (ma anche in vari paesi europei) di esprimere posizioni di critica contro le politiche genocidarie del governo Netanyahu verso i palestinesi di Gaza ma anche contro le uccisioni, cresciute esponenzialmente dopo il 7 ottobre, di quelli della Cisgiordania da parte dei coloni ultraortodossi, della polizia e dell’esercito (nel mese di marzo il bilancio era di 416 persone uccise). Dall’altro lato, il fatto che quello di Shalhoub-Kevorkian non è un caso isolato ma si inserisce in una strategia più ampia di intimidazione e di silenziamento delle voci di autorevoli intellettuali. La libertà di pensiero è fortemente messa in discussione e le opinioni qualificate discreditate ed etichettate come antisemitismo. La conseguenza è un corto circuito in cui esistono soltanto due posizioni e due schieramenti: questa visione binaria impedisce ogni possibilità di dibattito serio e di spiegazioni che vadano al di là della mera cronaca.

Il caso della professoressa Shalhoub-Kevorkian, poi, è ancora più significativo perché la studiosa appartiene a quella minoranza nota come “arabi di Israele”. Questa è la denominazione di coloro, non ebrei, che sono rimasti all’interno dello Stato di Israele dopo la sua nascita nel 1948 acquisendo la cittadinanza israeliana. Si tratta di una minoranza di palestinesi, circa il 21% della popolazione che, dal 1966, godono sulla carta degli stessi diritti degli israeliani ebrei (diritti politici, possibilità di accedere all’istruzione nelle istituzioni israeliane, welfare, leva, sebbene non obbligatoria) ma che, di fatto, sono marginalizzati e discriminati in termini di equo accesso alle risorse economiche ma anche politiche. Non è un caso che la maggior parte degli arabi di Israele viva prevalentemente nelle aree meno sviluppate del paese. Questo divario tra cittadini ebrei e non ebrei si è acuito con la Nation State Law (https://volerelaluna.it/materiali/2018/07/31/israele-stato-nazione-del-popolo-ebraico/), approvata dalla Knesset nel 2018 e secondo la quale Israele è «lo Stato della nazione ebraica» (anziché, come prima dell’adozione della legge, uno Stato «ebraico e democratico»), che ha escluso l’arabo dalle lingue ufficiali dello Stato (assegnandogli soltanto uno statuto speciale) e nella quale si afferma che l’estensione degli insediamenti è nell’interesse nazionale di Israele. Nonostante le critiche che la legge ha ricevuto sia all’interno sia all’esterno di Israele, soprattutto per aver creato una spaccatura ancora più netta tra cittadini di serie A e cittadini di serie B, la Corte Suprema israeliana, in una sua pronuncia del 2021 ha affermato che la Nation State Law non contraddice la Basic Law in cui già si affermava la natura ebraica dello Stato di Israele.

In un articolo di commento sul caso Shalhoub-Kevorkian apparso su Haaretz il 21 aprile, Anwar Mhajne, una docente palestinese con cittadinanza israeliana che lavora negli Stati Uniti, ha evidenziato le contraddizioni di un sistema in cui gli arabi di Israele si trovano a dover studiare e lavorare in istituzioni accademiche dove sovente subiscono atti di razzismo e di marginalizzazione o vere e proprie intimidazioni e minacce ma in cui, allo stesso tempo, la loro presenza è importante non solo per i palestinesi che studiano in quelle università ma anche per rivendicare il loro diritto ad esserci. Allo stesso tempo essi devono confrontarsi con un sistema in cui sono accusati dagli stessi palestinesi di essere conniventi con l’occupazione, fatto che li pone di fronte a un dilemma morale che li spinge a doversi giustificare per una condizione nella quale si trovano senza averlo scelto.

In merito alla seconda questione, ossia alla contestualizzazione, si tratta di una delle istanze che studiose e studiosi, ma anche giornalisti competenti, hanno avanzato da quando l’attacco di ottobre ha riportato la questione palestinese all’attenzione internazionale. Con l’era Trump e gli Accordi di Abramo da quest’ultimo promossi dal 2020, era stato avviato un processo di normalizzazione nell’intera regione che aveva l’obiettivo di stabilizzare le relazioni di Israele con vari paesi arabi, in primis quelli del Golfo (Bahrein, Emirati Arabi Uniti) ma anche il Marocco, senza tuttavia tenere conto dei palestinesi: già il trasferimento dell’ambasciata americana da Tel Aviv a Gerusalemme nel 2018 aveva indicato chiaramente la traiettoria della strategia trumpiana che, dietro la retorica dei “due popoli due Stati”, rendeva di fatto impraticabile questa strada promuovendo e difendendo la politica degli insediamenti dello Stato di Israele. Nella stessa direzione è andata la decisione di sospendere i finanziamenti all’agenzia per i rifrugati palestinesi, l’UNRWA. La marginalizzazione dei palestinesi non solo all’interno di Israele ma, più in generale, nel contesto regionale e internazionale (data anche la flebile difesa dei diritti dei palestinesi palesata da vari stati arabi), ha occultato il crescente peggioramento delle loro condizioni di vita e l’insanabile crisi politica tra ANP e Hamas. La sensazione di essere in una situazione di stallo in cui le strategie di lotta per l’autodeterminazione, per la fine dell’occupazione, dell’apartheid e della costruzione degli insediamenti in Cisgiordania erano senza esito, è stata alla base degli atti di inaudita violenza di Hamas dello scorso 7 ottobre. Senza naturalmente giustificare la violenza, va tuttavia ricordato come le condizioni di vita nella Striscia di Gaza fossero gradualmente peggiorate dopo il ritiro israeliano del 2005: economicamente marginalizzata, senza alcun sistema produttivo, senza risorse e senza possibilità di movimento per i suoi abitanti, questa striscia di terra di poco più di 360 chilometri quadrati è stata anche oggetto di continue incursioni e bombardamenti da parte dell’esercito israeliano che, oltre a mietere molte vittime, hanno contribuito a distruggere la già precaria rete di infrastrutture presente nell’area. La Striscia di Gaza è stata definita una “prigione a cielo aperto”, condizione, questa, molto ben raccontata in un documentario del 2013 dal titolo Striplife nonché da varie organizzazioni internazionali per la difesa dei diritti umani. È alla luce di tali elementi che contestualizzare è necessario. Ciò non significa giustificare la violenza o essere pro-Hamas o antisemiti ma significa rivendicare il diritto di inserire gli eventi in un quadro più ampio e complesso che aiuti la comprensione dei fenomeni sociali e politici. È proprio tale diritto che, non solo in Israele ma anche in molti paesi europei come Francia e Germania, viene limitato o addirittura negato. In questi giorni ne sono manifestazioni concrete gli arresti e le violenze nei campus americani e, anche in Italia, la repressione delle manifestazioni di dissenso contro l’attacco a Gaza da parte di Israele e le sue terribili conseguenze.

I recenti fatti di sospensioni e arresti di voci critiche sull’intervento a Gaza all’interno delle istituzioni accademiche israeliane, dunque, pongono seri problemi alla libertà accademica, di pensiero e di espressione. Molteplici, in tal senso, sono state le voci di condanna da parte di istituzioni accademiche e anche di società di studi. Silenziare gli intellettuali e chi promuove una politica del dialogo operando all’interno delle università israeliane è non solo deplorevole ma anche pericoloso: il non riconoscimento di pari dignità, la persecuzione ossessiva di tutti coloro che non si adeguano agli standard di un governo razzista che non può essere criticato, non faranno che aumentare la radicalità dei posizionamenti offuscando le voci di quegli israeliani, arabi e non, che rivendicano il diritto di critica e di dissenso.

Gli autori

Rosita Di Peri

Rosita Di Peri è ricercatrice presso il Dipartimento di Culture, Politica e Società dell’Università di Torino dove svolge la sua attività di insegnamento. Studia le dinamiche politiche della regione medio orientale con particolare attenzione al Libano, un paese che frequenta regolarmente da quindici anni. Da ultimo si è particolarmente dedicata alla situazione di marginalizzazione della comunità cristiano-maronita e al suo impatto sul sistema politico.

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