Boicottare le Università israeliane?

image_pdfimage_print

Persino la nostra prudente stampa deve ammetterlo: le proteste contro il massacro della popolazione di Gaza da parte dell’esercito israeliano non sono prerogativa di alcuni estremisti antisemiti ma dilagano nel mondo. Ciò accade anche nelle Università, coinvolgendo decine di migliaia di studenti e docenti: in Italia, in Europa, negli Stati Uniti (come scrive in queste pagine Elisabetta Grande: https://volerelaluna.it/in-primo-piano/2024/04/30/stati-uniti-le-universita-la-palestina-e-un-nuovo-maccartismo/); e altresì, seppur in misura ridotta, in Israele, dove il conflitto interno alle strutture universitarie è particolarmente aspro (come dimostra il caso del professor Regev Nathansohn, docente al Sapir College, di cui molti studenti e personale della scuola hanno chiesto il licenziamento a seguito della sottoscrizione di una petizione nella quale si chiede di porre fine alla guerra a Gaza, definita un “possibile genocidio”: https://volerelaluna.it/in-primo-piano/2024/04/30/israele-docenti-contro-tra-isolamento-e-repressione/). Uguali sono, ovunque, i tentativi di silenziare le proteste accompagnati, spesso, da una pesante repressione (denunciata negli articoli già citati di Elisabetta Grande e di Asaf Elia-Shalev e nel parallelo commento di Rosita Di Peri: https://volerelaluna.it/in-primo-piano/2024/04/30/israele-dove-e-finita-la-liberta-di-pensiero/). In questo contesto si stanno moltiplicando nel mondo (e anche nel nostro Paese: https://volerelaluna.it/materiali/2024/03/06/una-richiesta-dal-mondo-accademico-sospendere-laccordo-di-cooperazione-italia-israele/) le proposte di boicottaggio delle istituzioni culturali israeliane e di sospensione, da parte delle Università, di ogni accordo con il Governo e le stesse Università di Israele. Sul punto – com’è fisiologico, data la pluralità dei profili implicati – il variegato mondo impegnato nel sostegno al popolo palestinese e nella condanna alla guerra scatenata dal Governo di Benjamin Netanyahu si è diviso. Per dar conto di questo confronto pubblichiamo qui un’intervista di Chiara Cruciati alla professoressa di origine israeliana Maya Wind (tratta da il manifesto del 24 aprile) e una breve nota di Tomaso Montanari.

I.

Intervista di Chiara Cruciati a Maya Wind (da il manifesto del 24 aprile)

«È nostro dovere chiedere di interrompere i rapporti con l’accademia israeliana fino a quando non prenderà parte al processo di decolonizzazione». Così Maya Wind conclude la conversazione con il manifesto. Antropologa israeliana alla British Columbia, ha da poco pubblicato per Verso il libro Towers of Ivory and Steel: How Israeli Universities Deny Palestinian Freedom in cui indaga il ruolo dell’accademia nel mantenimento del sistema di oppressione del popolo palestinese.

Partiamo dal ruolo storico nella fondazione dell’industria militare israeliana.
Le università israeliane sono state una colonna portante del dominio razziale, dell’apartheid e dell’occupazione e sono state al servizio dello Stato in diversi modi. Innanzitutto, il luogo stesso e il modo in cui i campus sono stati costruiti su terre confiscate, per togliere continuità al territorio palestinese, li rende una delle infrastrutture della spoliazione. Lo è anche la produzione di conoscenza funzionale al sistema militare e di intelligence: molte discipline sono state subordinate alla produzione di ricerche che forniscono da decenni modelli di governo militare dei palestinesi. Infine, c’è l’aspetto tecnologico: l’accademia israeliana ha dato vita all’industria militare israeliana. Le aziende ancora oggi leader sono nate dentro l’accademia israeliana, pensiamo a Science Corps, dipartimento di ricerca interno alle milizie Haganah, operativo nei primi tre campus israeliani, il Technion, la Hebrew University e il Weizmann Institute. Con la fondazione dello Stato, accademici e scienziati israeliani hanno lavorato perché Israele non solo importasse armi e tecnologie militari ma perché le sviluppasse. È questa l’origine dell’industria militare israeliana, di Israel Aerospace Industries, Rafael, Elbit Systems, nate dentro le università, in particolare al Technion. Sono le aziende poi divenute esportatrici globali. E dalle loro origini le armi prodotte vengono testate sui palestinesi. Le università sono il laboratorio centrale dell’industria militare israeliana e i loro vertici ne parlano apertamente. Li cito nel libro quando dicono che senza l’accademia Israele non avrebbe mai raggiunto il livello attuale.

Tale collaborazione è ancora attiva e trova applicazione nell’offensiva su Gaza?
Intorno alle collaborazioni c’è grande oscurità. Quello che sappiamo è che tutte le tecnologie sviluppate in passato sono il fondamento di quelle nuove, è come un edificio che cresce. Rafael, Elbit, Iai sono interne al sistema accademico in diversi modi: borse di studio agli studenti, finanziamento di ricerche e interi laboratori, porte girevoli di ricercatori e dipendenti. Sono due sistemi inseparabili. E poi c’è un altro tipo di industria, in particolare all’Università di Tel Aviv, che si occupa di intelligenza artificiale.

Esiste anche un ruolo politico di legittimazione delle pratiche militari?
Da anni e in particolare negli ultimi sei mesi gli accademici reagiscono ai tentativi di giudicare Israele a livello internazionale. Ad esempio alla Corte internazionale di giustizia: accademici e giuristi israeliani producono interpretazioni del diritto umanitario e del diritto di guerra per proteggere Israele dall’accusa di genocidio. Da decenni fabbricano interpretazioni innovative del diritto internazionale per sostenere che Israele non lo viola e che le offensive militari contro i palestinesi non comportano crimini di guerra. Le università sono davvero soggetti centrali nel meccanismo di legittimazione e di sostegno dell’impunità israeliana. Quando il Sudafrica si è rivolto alla Cig, facoltà di legge e giuristi si sono subito mossi per produrre controargomentazioni. Tra i più attivi c’è l’ex responsabile del dipartimento di diritto internazionale dell’esercito che oggi lavora alla Tel Aviv University e che ha detto, la cito: «L’arena internazionale è un campo di battaglia. Devi conoscere il tuo nemico e sapere come affrontarlo, non vogliamo fornirlo di munizioni».

Sul piano politico, abbiamo assistito non solo a una mancata condanna dell’offensiva su Gaza ma anche alla repressione interna ai campus delle voci critiche.
Fin dalle sue origini l’accademia israeliana è stata un luogo ostile e repressivo per studenti e professori palestinesi. Di certo c’è stata un’escalation, con le amministrazioni delle università che hanno sospeso studenti, li hanno cacciati dai dormitori con sole 24 ore di preavviso, chiesto indagini nei loro confronti. La caccia alla streghe è facilitata da facoltà e gruppi di studenti ebrei israeliani, come la National Student Union che sorveglia i palestinesi e li denuncia. Il caso della professoressa Nadera Shalhoub-Kevorkian è esemplare: è stata arrestata e interrogata la scorsa settimana. La ragione per cui è da anni perseguitata è che ha il coraggio di fare ricerca sulla violenza coloniale e la violenza di Stato. La Hebrew University è diretta responsabile di quello che le sta accadendo: per anni ha deciso di non sostenerla e infine l’ha sospesa, aiutando il clima di incitamento contro di lei.

Qual è il rapporto tra accademia israeliana e palestinese?
È quello che l’intellettuale palestinese Kamal Nabulsi definisce il lato scolastico dell’occupazione. Israele ha sempre visto nell’educazione palestinese una minaccia, come ogni altra amministrazione coloniale. Per questo l’ha sempre repressa sia dentro Israele che nei Territori occupati. Le università israeliane hanno avuto un ruolo perché hanno condizionato per decenni l’iscrizione dei cittadini palestinesi alla fedeltà allo Stato e hanno continuamente represso la ricerca critica palestinese e la mobilitazione interna ai campus. Senza contare il silenzio del mondo accademico israeliano di fronte alla distruzione di tutte le università di Gaza, ai continui raid e agli arresti nei campus in Cisgiordania e a Gerusalemme est e alla detenzione nelle prigioni militari israeliane di studenti e professori palestinesi.

In Italia sono in corso da mesi proteste per porre fine alle collaborazioni con gli atenei israeliani. Negli Stati uniti lo stesso. Si chiede di boicottare le istituzioni, non i singoli docenti. Cosa ne pensa?
Il mio libro intende fornire chiaramente le prove della complicità del mondo accademico israeliano nell’oppressione dei palestinesi. È un fatto che sia complice del sistema di apartheid, occupazione e colonialismo. Per questo ne sostegno il boicottaggio. Penso che per i docenti, gli studenti e le amministrazioni delle università nel mondo (in particolare in Occidente: sono gli atenei occidentali a finanziare e legittimare l’accademia israeliana) sia indispensabile assumersi la responsabilità della propria complicità della mancata libertà dei palestinesi.

II.

Nota di Tomaso Montanari

Le università israeliane sono larghissimamente coinvolte nelle politiche dei governi del Paese, un Paese in cui vige un regime di apartheid etno-religiosa e oggi impegnato in qualcosa che si può plausibilmente definire genocidio. Nonostante questa evidente realtà, una piccola parte della comunità accademica israeliana cerca di resistere, e di opporsi: anche se farlo può comportare conseguenze non remote da quelle in cui incorsero i professori che non giurarono fedeltà al fascismo nell’Italia del 1931. Allora in Italia e oggi in Israele le voci esplicite di dissenso sono poche, ma il dissenso era, ed è, molto più largo. E le università sono l’unico luogo in cui questo dissenso può resistere. Per questo, oltre che per il fatto che bisognerebbe altrimenti boicottare anche le università di molti altri paesi (incluse alcune del nostro), isolare quelle università e privarle del rapporto con ricercatori di altri paesi sarebbe un errore.

Gli autori

redazione

Guarda gli altri post di:

3 Comments on “Boicottare le Università israeliane?”

  1. Sono veramente in difficoltà.
    Visto ciò che racconta l’antropologa israeliana Maya Wind sono favorevole al boicottaggio… ma è anche vero che potrebbe essere un errore, come afferma il prof. Montanari.
    Credo che gran parte del dilemma ruoti attorno a quanto ci restituirà la storia a proposito del fatto che “le università sono l’unico luogo in cui questo dissenso può resistere”…
    Non sono così sicuro che con questo governo israeliano fanatico e fascista il dissenso possa resistere ancora molto. Ma spero, ovviamente, di sbagliarmi.

  2. Credo che bisogna distinguere tra collaborazione tecnologica e collaborazione umanistica e medica. Finora la protesta italiana nelle Università hanno riguardato prevalentemente i progetti proni al “dual use”. Inoltre, come obiettivo secondario, è riuscita a smascherare la presenza dei rettori nella fondazione Leonardo (e qualcuno si è dimesso). Quindi, sì al boicottaggio selettivo nei confronti di progetti e università che contribuiscono allo sviluppo bellico.

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *

Questo sito usa Akismet per ridurre lo spam. Scopri come i tuoi dati vengono elaborati.