Le “collaborazioni” delle Università: ma la scienza è neutrale?

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Se la scienza possa o non possa essere neutrale rispetto al suo utilizzo per finalità diverse è un tema che merita qualche riflessione non troppo superficiale.

Cominciamo con ricordare che dall’antichità fino a oltre la fine del medioevo, la scienza non è stata un dominio autonomo della conoscenza ma una branca della filosofia: la filosofia naturale. È più o meno da Galileo in poi che la filosofia naturale diviene autonoma e si trasforma ne “la scienza”, sottinteso “della natura”. Un’altra osservazione è che parallelamente all’evolvere della conoscenza del mondo materiale si sviluppano e si sono sempre sviluppate le tecnologie, cioè le applicazioni della conoscenza alle attività correnti dell’umanità (soprattutto produttive ma anche belliche). Per lungo tempo la tecnica si è basata sulla conoscenza empirica più che su quella che oggi chiamiamo scientifica, ma soprattutto dal XVII secolo in poi, in quello che chiamiamo l’Occidente, i progressi delle scienze naturali e quelli tecnologici sono andati mano nella mano. Diciamo che è da lì che ha cominciato a porsi in maniera più evidente un problema riguardo alla “neutralità” o meno della scienza e soprattutto degli scienziati rispetto all’uso che sarebbe stato fatto dei progressi conoscitivi e tecnologici. Conviene anche fare una distinzione tra conoscenza scientifica e metodo scientifico. La prima si acquisisce con l’applicazione del metodo scientifico all’osservazione del reale, basandosi sull’esperimento e sul ragionamento logico. Le conoscenze progrediscono con la ricerca ma ogni nuova acquisizione è sempre valida fino a prova contraria; il metodo è sempre lo stesso, ma la sua applicazione può essere ad ampio spettro oppure limitata ad ambiti più o meno ristretti.

E veniamo alla neutralità o meno. Esistono nel mondo laboratori in cui dichiaratamente si lavora per applicare le conoscenze scientifiche alla produzione di armi o comunque di sistemi da utilizzare in ambito militare. In questo caso, ovviamente, non vi è nessuna neutralità: chi lavora lì sa per quale finalità lo fa. Può essere dell’idea che sia giusto così perché non sta a lei o lui decidere circa l’impiego delle armi, ma a chi detiene il potere, sia in forma democratica che dittatoriale. Oppure più semplicemente può ritenere che lo o la pagano bene, il resto non interessa. In entrambi i casi quella che è coinvolta non è la dimensione razionale/scientifica, ma quella etica. È poi vero che anche dalla ricerca in ambito militare si possono avere ricadute sul civile. L’osservazione però è che tali “ricadute” potrebbero e possono ottenersi direttamente da ricerche in ambito civile. Esempio: il Lawrence Livermore National Laboratory negli Stati Uniti è un centro di ricerca militare che lavora sulle bombe termonucleari; nel dicembre 2022 vi è stato ottenuto un primo risultato utile per la fusione nucleare civile. Con una tecnologia diversa ma nella stessa direzione si colloca il risultato ottenuto per la prima volta nello stesso 2022 e migliorato nell’ottobre del 2023 dal Joint European Torus (JET) che nulla ha a che fare col militare. È vero naturalmente anche il contrario: che risultati ottenuti per finalità civili possono poi anche essere volti a scopi militari.

Ma veniamo al mondo accademico. Qui c’è una narrazione e in parte una tradizione che mira ad evidenziare l’autonomia della ricerca rispetto allo Stato e all’economia, salvo ad avere il problema di reperire le risorse per sostenere la ricerca stessa. Il singolo ricercatore ora può avere l’alibi di dire «non sta a me decidere sulle applicazioni della mia ricerca: per questo ci sono le istituzioni sopra di me e dunque se mi finanziano, per me va bene». Nuovamente si esce dall’ambito razional/scientifico e si entra in quello etico/politico: per qualche accademico può semplicemente essere giusto (non nel senso scientifico) lavorare per specifiche finalità anche militari in un determinato quadro ideologico; per molti vale, più semplicemente, «o Franza o Spagna, pur che se magna».

Questo sul piano personale, ma passiamo a quello istituzionale-accademico. Le università siglano accordi di collaborazione fra loro e con altre istituzioni o con imprese, mediante i quali possono scambiare risorse umane o acquisire finanziamenti a sostegno di specifici filoni di ricerca. In che senso qui si afferma o si compromette la “neutralità”? È piuttosto evidente che convenzioni e contratti con imprese che producono armi, neutrali non lo sono per definizione: le armi servono per uccidere e distruggere e se si punta a fare profitti producendole vuol dire che si auspica che vengano usate per poterne vendere sempre di più. Come esempio, da noi, si può citare Leonardo, che tra l’altro è un’azienda a partecipazione pubblica che ha già fornito due ministri a governi del paese di diverso segno. Il primo dei due, Cingolani, proveniva in origine dal mondo accademico per approdare finalmente, dopo una tappa istituzional-politica, al ruolo di amministratore delegato di Leonardo. Qui si individua un altro dei fattori che nell’accademia possono travalicare la “neutralità”: la “carriera”. Se la mia ambizione è essenzialmente quella di scalare una piramide di potere, la via scientifica e la capacità di acquisire competenze possono essere una scala, non percorribile da chiunque, ma certo non finalizzata a meglio risolvere i problemi dell’universo, bensì strumentale per la promozione personale. Qui siamo di nuovo fuori dalla dimensione astrattamente scientifica e ci troviamo immersi nella giungla della natura umana con le sue contraddizioni. Di certo le scelte sono tutt’altro che neutrali.

Tornando alla dimensione istituzionale della ricerca, un esempio di commistione tra obiettivi scientifici e applicazioni militari lo troviamo, di nuovo con Leonardo, nel settore dell’aerospazio dove l’interesse militare è ben presente. È un ambito in cui il confine tra la finalità e l’applicazione scientifica e quella militare sta marginalmente nelle tecnologie e sostanzialmente negli obiettivi perseguiti col loro utilizzo: guardare la terra dall’alto può servire a studiarne l’evoluzione climatica come invece per controllare gli spostamenti di questo o quello o per fornire informazioni utili alla guida dei missili; determinare con precisione l’evoluzione delle orbite dei satelliti può servire a verificare la relatività generale e studiarne le eventuali deviazioni, ma anche a individuare con la massima precisione dei bersagli collocati a terra, nello spazio o, ancora, in volo nell’atmosfera. Questa doppiezza la si ritrova in un controverso accordo tra Politecnico di Torino e Leonardo per gli sviluppi della cittadella dell’aerospazio; l’aspetto che viene evidenziato nella presentazione mediatica al grande pubblico è quello, per l’appunto, spaziale, ma il contratto include esplicitamente anche la dimensione militare i cui dettagli sono ovviamente riservati. La seconda è stata ed è contestata. È opportuno, anzi è giusto che una istituzione accademica si metta a disposizione (a pagamento) per ricerche che concorrano a sviluppare applicazioni militari nello spazio?

Un tema oggi particolarmente caldo è quello degli accordi di collaborazione tra atenei italiani e israeliani. Si può ignorare l’esistenza di una guerra in corso e la politica perseguita dallo Stato di Israele? Certo, la ricerca scientifica è e deve essere per sua natura sovranazionale. A me è capitato di incontrare, e di collaborare con, colleghi russi, prima e dopo la perestroika, cinesi della grande Cina e di Taiwan, arabi di vari paesi, turchi e iraniani, e naturalmente anche israeliani. Quello che contava non era come vestissero o cosa mangiassero, o quale fosse la loro fede religiosa, ma solo il merito delle loro ricerche. Ora però stiamo parlando di accordi interuniversitari; la dimensione istituzionale non può prescindere dalle politiche perseguite da ciascun ente e dalle finalità, anche temporanee, che ciascuno si pone. Nel caso di Israele e delle sue istituzioni, università comprese, non si può ignorare il sostrato, diciamo così ideologico, che orienta le loro scelte, soprattutto nei momenti di tensione. Dopo secoli di discriminazioni e di persecuzioni, perpetrate soprattutto in Europa, sul finire del XIX secolo prese corpo, negli ambienti giudaici, il movimento sionista, il cui assunto sostanziale era che l’unico modo per liberarsi in futuro da rischi di persecuzioni e discriminazioni era quello di costituire un proprio Stato dotato di una forza sufficiente a difendersi dalle minacce altrui. Il corrispondente territorio sarebbe stato quello ancestrale della Palestina in cui l’ultimo Stato formalmente ebraico era stato dissolto dall’esercito imperiale romano una ventina di secoli fa. Poco importava che in venti secoli fosse successo di tutto lì, come nel resto del mondo; civiltà e stati erano scomparsi, tutto si era rimescolato e, in particolare, in Palestina, accanto a pochi ebrei, vivevano molti altri portatori di una diversa cultura e di diverse fedi religiose. Il sionismo è stato poi rafforzato dalle vicende più mostruose culminate nella “soluzione finale” hitleriana nei campi di sterminio.

Con tutto questo sullo sfondo la nascita dello Stato di Israele nel 1948 porta con sé le guerre che ne hanno sancito e accompagnato l’esistenza ed è connaturata con l’idea che coloro che vivono in Palestina e appartengono a un’altra cultura religiosa semplicemente se ne devono andare, o con le buone o con le cattive. La componente religiosa di questa ideologia aggiunge l’argomento che quella terra è stata assegnata al popolo ebraico direttamente da Dio e chi non appartiene a quel popolo è come minimo un usurpatore. Eventi direttamente bellici a parte, questa impostazione ideologica ha alimentato istituzionalmente l’espulsione dei non ebrei dalle loro terre; in maniera progressiva e continua si sono visti e si continuano a vedere i “coloni” impossessarsi con la forza, spesso direttamente armata, e con la copertura da parte dell’esercito dello Stato di Israele, delle terre altrui, distruggendo villaggi preesistenti e costruendo nuovi insediamenti fortificati. Sulla base di quale mai diritto? Con l’idea che le tutele che nei secoli non erano state ottenute grazie alle istituzioni “altrui” potessero solo essere assicurate dalla forza, la politica statuale ha fatto sì che si elaborasse la dottrina del colpire i nemici comunque e dovunque, senza badare ai confini degli stati e nemmeno agli effetti collaterali. E che la forza dovesse essere concretamente assicurata ai massimi livelli: illegalmente rispetto ai trattati internazionali (ma con la tacita connivenza quanto meno degli Stati Uniti) Israele si è dotato di armi nucleari (verosimilmente in maniera quantitativamente limitata). Sviluppo questo che ha necessariamente coinvolto il mondo della ricerca, compresa quella accademica.

Oggi le istituzioni di ricerca israeliane sono, in alcune loro articolazioni, sistematicamente coinvolte in progetti militari finalizzati a garantire alle forze armate la capacità di colpire efficacemente i nemici, come ho già scritto, comunque e dovunque e a prevenire e neutralizzare attacchi da parte di altri. I nostri atenei possono fingere di ignorare tutto ciò all’atto di stabilire accordi di collaborazione con quelle istituzioni, accademiche o meno?

Le osservazioni che sto facendo si basano su fatti; oserei dire, quindi, che scaturiscono dall’applicazione di un metodo scientifico ed è effettivamente fastidioso vederle tacciare, senza entrare nel merito, di “antisemitismo”. Sul piano razionale non è difficile rilevare che l’impostazione secondo cui dalla Palestina gli “estranei” che sono lì da generazioni e generazioni se ne devono andare, o con le buone o con le cattive, alimenta fra questi “estranei” il ricorso ad atti che sono quelli che possiamo definire terroristici: per gruppi nati in quel contesto è Israele che dovrebbe scomparire e in assenza di un proprio esercito strutturato si colpisce alla cieca tutto e tutti. La componente ideologico/religiosa anche qui si inserisce estremizzando ulteriormente tutto quanto. Si arriva così, oltre ad eventi del passato, alla mostruosità dell’attacco del 7 ottobre 2023 coi suoi 1300 morti, gli ostaggi e tutto il resto. L’idea di venirne a capo con la “logica” della vendetta e della rappresaglia, anzi con l’idea di risolvere eliminando Hamas, cioè uccidendo uno per uno tutti i suoi miliziani comunque e dovunque in una sorta di “soluzione finale” (tragica analogia) anche a prescindere dagli “effetti collaterali”, cioè, fino ad oggi, più di 30.000 morti di cui quasi due terzi bambini, farà, comunque vada, nascere e moltiplicare l’odio e le pulsioni “terroristiche” nei confronti di Israele in quanto tale. Tanto più che con tutta evidenza permane non solo fra i gruppi sionisti ma da parte dello Stato di Israele la negazione del diritto a vivere sulla propria terra per chi in quella terra è nato, la colonizzazione forzata della Cisgiordania (per non parlare di quanti a suo tempo già furono espulsi dal resto dello Stato di Israele e in pare ancora vivono in grandi campi profughi) e ora l’obiettivo di spianare la striscia di Gaza espellendone tutti gli abitanti, che, secondo l’impostazione presente da prima del 1948, dovrebbero semplicemente riversarsi in Egitto per non tornare più.

Insomma, nello stabilire rapporti istituzionali si può far finta di ignorare tutto ciò? Si sarebbe forse “neutrali” avallando e indirettamente sostenendo politiche come quelle che lo Stato di Israele continua a perseguire? Possiamo da un lato compiangere le sofferenze delle vittime nella striscia di Gaza e dall’altro continuare a fornire (come stanno facendo gli Stati Uniti) sofisticati armamenti allo stato di Israele? Possiamo direttamente o indirettamente concorrere, con la ricerca, a sviluppare nuovi armamenti per quello Stato (o per chiunque altro)? Io penso di no.

 

Gli autori

Angelo Tartaglia

Angelo Tartaglia è professore emerito di Fisica presso il Dipartimento di Scienza Applicata e Tecnologia del Politecnico di Torino. Si occupa, tra l’altro, di impatto delle attività umane sull’ambiente, di effetto serra e di perturbazioni dell’atmosfera generate da immissioni di gas. Da anni è impegnato nell’applicazione della logica dei sistemi ai problemi trasportistici, con particolare riferimento al progetto delle ferrovie ad Alta Velocità. È consulente della Unione Montana Val Susa e del Comune di Torino sulle questioni del TAV.

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