Figlie e figli che hanno ripudiato i genitori, militari torturatori

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Buenos Aires. È un caldo pomeriggio di marzo 2024 e Lili mi ha dato appuntamento al bar dell’Haroldo Conti, uno dei padiglioni della ESMA, la Scuola meccanica della Marina, lager clandestino dal quale passarono circa 5.000 persone durante la sanguinosa dittatura che massacrò l’Argentina dal 1976 al 1983. Quei 5.000 giovani, bollati come sovversivi e sequestrati, vennero portati qui, torturati, violentati, uccisi. Alcune donne incinte, furono torturate facendo sadicamente attenzione a che non morissero perché, una volta partoriti, i/le neonati/e venivano affidati a militari che non potevano avere figli con falsi certificati di nascita, mentre le madri venivano uccise. Circa 300 sopravvissero e fu la loro coraggiosa testimonianza a permettere il processo che iniziò a condannare quei sadici macellai in uniforme. Il 24 marzo del 2004, ricorrenza del golpe del 1976, il presidente argentino Nestor Kirchner e il sindaco di Buenos Aires Anibal Ibarra dichiararono quel luogo museo per la memoria di tali orrendi crimini e per la promozione della verità e della giustizia, nel nome dei diritti umani. Proprio lì Lili mi ha dato appuntamento e io sono arrivato in anticipo, curioso di immaginare come è una persona con una storia come la sua. Quando Lili arriva, un sorriso accogliente manda in soffitta tutte le mie elucubrazioni e mi trovo a conversare con lei come fossimo vecchi amici.

Viene subito al dunque Liliana, senza neppure chiedermi perché voglio conoscerla. In fondo ci ha messi in contatto un’amica comune e questa è una garanzia. Lili è la figlia di Paulino Furiò, tenente colonnello a capo del G2, la divisione di intelligence dell’Esercito che operava nella città di Mendoza. Furiò è stato condannato all’ergastolo nel 2012 per una serie di reati tra cui sequestro, tortura, eliminazione fisica di almeno venti persone. Lili mi racconta che non era facile vivere con un padre autoritario, machista e violento, al punto che quando un giorno, da adolescente, gli disse «non permetterti mai più di picchiarmi» lui cominciò a stringerle la gola e se non fossero intervenuti la madre e il fratello di 16 anni (lei ne aveva 17) avrebbe potuto ucciderla per strangolamento. Ecco il suo racconto.

Avevo sempre saputo che mio padre era in grado di commettere cose terribili, per cui non rimasi affatto sorpresa quando nel 2008, mentre eravamo a una festa nella nostra casa di campagna, vennero ad arrestarlo. Di fronte all’incredulità e allo sbigottimento di parenti e amici io pensai solo una cosa: giustizia è fatta! Da quel momento iniziò il processo con il quale venivano alla luce le infamie che aveva commesso durante la dittatura. Non era facile per me, mi sentivo sola e confusa, finché nel 2016 in una libreria di Buenos Aires (mi ero spostata da Mendoza alla capitale, anche per il mio lavoro di documentalista) incontrai un libro che si intitolava Figli degli anni ’70. Storie della generazione che ha ereditato la tragedia argentina. Ho divorato quel libro che raccontava le storie di figli di militari torturatori e di militanti desaparecidos o sopravvissuti e pian piano ho sentito il desiderio di fare qualcosa per chiarire a me stessa il mio posto nel mondo. All’epoca avevo 55 anni e, grazie a quel libro, ho deciso di contattare Analia Kalinec, la figlia del torturatore denominato Dr. K. Lei è nata nel 1979 e, a differenza mia, aveva un padre amorevole e affettuoso e le fu molto difficile decostruire l’immagine di un genitore che amava per vedere l’aspetto del torturatore.

Fu un percorso doloroso anche per lei, cui Lili non accenna per rispetto, ma che io ho letto nelle varie interviste rilasciate da Analia, che entrò in un conflitto tale con il padre che venne da questi diseredata, con l’avallo degli altri figli, i suoi fratelli. Lili continua il suo racconto:

Avevo 20 anni quando è arrivata la democrazia e volevo credere che le cose terribili che si raccontavano nei processi che avrebbero portato al Nunca Mas fossero accadute all’Esma, che mio padre fosse stato un violento, ma nell’ambito della guerra sporca cui si appellava, in cui magari avevano esagerato in alcune circostanze, ma avendo di fronte sovversivi armati e determinati a rovesciare il paese. Quando iniziò il processo nel 2008 ebbi la conferma che i dubbi atroci che cercavo di seppellire erano una terribile realtà.

Ho dovuto decostruirmi e poi rimettere dolorosamente insieme i pezzi. Mi dicevo che dovevo sapere, mi ripetevo che dovevo essere in grado di affrontare qualsiasi verità. Ascoltare le testimonianze di detenuti sopravvissuti e di familiari di desaparecidos fu una botta emotiva devastante, ma io avevo bisogno di sapere e continuavo a leggere libri e a documentarmi. Io avevo rotto definitivamente con mio padre durante un viaggio a Berlino nel 2013, dove avevo una relazione con Julie, la donna tedesca conosciuta a Buenos Aires ballando il tango e che ora è mia moglie. Già, perché l’arresto di mio padre mi ha permesso un percorso interiore per cui ho potuto finalmente dichiarare la mia identità sessuale. Con Julie siamo andate a passare alcuni giorni a Parigi e lì, nel quartiere dove si era trasferita la mia figlia più giovane, ho incontrato una donna che mi ha chiesto se fossi argentina, avendo sentito il mio accento. Le risposi di sì e le chiesi cosa ci facesse a Parigi. Mi rispose che era lì dal 1977, era dovuta scappare dall’Argentina dopo la desaparición del marito avvenuta nel 1977, nella biblioteca della città di Mendoza. Mi ha visto turbata e mi ha chiesto cosa mi stesse succedendo. Quando le ho raccontato chi ero è corsa via, furiosa. Le sono corsa appresso chiedendole di parlare e quando lei si è fermata abbiamo iniziato a raccontarci. Mi ha detto del suo esilio a Parigi con i due figli molto piccoli, dopo avere cercato invano almeno il corpo del marito e io le ho raccontato dei miei tormenti per un padre genocida e torturatore.

Sono tornata a casa in Argentina e ho capito che mio padre mi doveva delle spiegazioni e lui dal carcere mi ha risposto che non si pentiva di nulla, si sentiva perdonato da Dio e se fosse rinato si sarebbe comportato nello stesso modo, senza però raccontarmi cosa avesse fatto, nonostante le mie domande incalzanti. Un dolore lacerante, che solo l’incontro con una persona nelle mie stesse condizioni, cioè Analia, poteva parzialmente lenire.

Lili e Analia si incontrarono e lì si sentirono meno sole. Il 25 maggio del 2017 nasceva ufficialmente il collettivo Historias desobedientes dopo una riunione cui parteciparono cinque figlie e un figlio di repressori. Un mese dopo erano una trentina e da lì hanno iniziato a darsi una struttura organizzativa. Attualmente si riuniscono ogni 15 giorni, in presenza e online (alcuni di loro vivono all’estero); una volta al mese organizzano una sorta di cineforum sul tema della memoria (esempio con il film La vita degli altri); organizzano e vengono invitati a incontri nelle scuole o a conferenze pubbliche.

Lili è giustamente reticente sul tema famiglia, un dolore intimo e privato. Mi racconta solo di una madre succube del padre, ma affettuosa con lei, di cui però non riesce a capire l’ostinazione nel considerare tutte le accuse ascoltate nelle udienze, cui non è mai mancata, come delle montature contro il marito. Ha quattro fratelli: il più grande è mancato qualche anno fa, gli altri la seguono nel percorso di Asambleas desobedientes. Il padre è morto nel 2019, affetto da demenza senile, motivo per il quale ha trascorso gli ultimi tempi ai domiciliari. È stato durissimo affrontare il proprio passato e decostruire l’immagine di sé e del proprio padre. Un aiuto fondamentale è venuto dalla creatività. La psicoterapia è stata importante, ma insieme all’Arte, al bisogno di sublimare: «La maggior parte di noi del collettivo è legata a espressioni artistiche, molti scrivono, io sono documentalista e ballo il tango, qualcuno lavora con il teatro. Esprimere, raccontare è terapeutico, è liberatorio». Qui si ferma un attimo, poi mi racconta che c’è stata una divisione interna. Analia è rimasta presidente di Historias desobedientes, mentre lei e altri hanno fondato Asambleas desobedientes. La divisione non è stata traumatica e non ha causato rancori, semplicemente Asambleas è più centrata sull’orizzontalità e sul consenso di tutte: «Io arrivo da un padre militare e machista, non potevo reggere una struttura che non fosse orizzontale».

La prima figlia disobbediente a rivelarsi è stata Mariana, la figlia di Miguel Etchecolatz, che racconta di avere addirittura cambiato il nome in Mariana Dopazo, per sancire il fatto di essere una ex-figlia, come si definisce. Lei ricorda un padre prepotente, che voleva il silenzio assoluto in casa e si chiudeva nella sua stanza, forse perché abitato dalle urla di terrore che provocava come capo della Polizia di Buenos Aires e braccio destro del generale Camps, per conto del quale coordinava i 21 campi clandestini della Provincia. Con altri figli disobbedienti Mariana ha marciato il 3 maggio del 2017, quando una moltitudine, circa 500.000 persone, è scesa in piazza per contestare la legge denominata 2 x 1 proposta dall’allora presidente Mauricio Macri. Questa legge intendeva, per i casi di lesa umanità contro i militari della dittatura, far contare il doppio ogni anno trascorso dai torturatori in carcere preventivo o in attesa di una condanna finale. Questo vergognoso sconto di pena ha fatto scendere in piazza le ragazze di Histories desobedientes, che per la prima volta hanno partecipato a una manifestazione a fianco delle Madres de Plaza de Mayo, delle Abuelas, degli organismi dei diritti umani. «Non ci sentiamo vittime – ha dichiarato Mariana – e non vogliamo occupare lo spazio di chi ha avuto familiari desaparecidos o sopravvissuti, ma ci dichiariamo al loro fianco come disobbedienti verso un mandato potente, violento, patriarcale e rigidamente gerarchico. Una disobbedienza che vogliamo declinare in senso femminista». La ricerca di memoria, verità e giustizia è il mantra che accomuna queste persone, come dichiara Analia Kalinec, sottolineando come Patricia Isasa, studentessa di 16 anni che fu sequestrata e incarcerata per tre anni durante la dittatura, abbia voluto marciare a fianco delle figlie dei repressori durante una marcia indetta da Ni Una Menos, segnale di unione indispensabile di fronte all’ondata di negazionismo che pervade il paese.

Mi sono incontrato più di una volta con Lili, che mi ha raccontato di come i loro riferimenti siano Madres e Abuelas de Plaza de Mayo, con la loro lotta coraggiosa e incorruttibile. Mi ha anche parlato di una sorta di internazionalizzazione del processo di affrancamento dall’identità di figlie di militari torturatori, come nel caso di Alxandra Senfft, una giornalista nipote di un gerarca nazista autrice del libro Il silenzio fa male scritto sul nonno. Lili è una fonte di informazioni preziosissima e documentata. Mi racconta anche del libro Entre hienas scritto da Loreto Urraca, una scrittrice spagnola che descrive gli intrecci tra i franchisti, i fascisti, i nazisti e la polizia del regime di Vichy attraverso la storia di suo nonno Pedro Urraca Rendueles, poliziotto spagnolo condannato a morte in Francia nel 1948 per connivenza con il nemico durante l’occupazione nazista e fuggito in Belgio dove ha continuato impunemente a lavorare per lo Stato spagnolo fino al 1982. Già, perché Asambleas Desobedientes ha incrociato nel proprio cammino le storie simili di cileni, paraguayani, spagnoli, tedeschi, uruguayani, brasiliani che hanno ripudiato i parenti militari coinvolti in atrocità. Sarà un caso, mi chiede con un sorriso Lili, se mancano solo storie di italiani in ripudio di fascisti coinvolti in crimini?

Gli autori

Ugo Zamburru

Ugo Zamburru, psichiatra , è appassionato di America latina, di persone, di libertà e di solidarietà. È stato inventore e instancabile animatore, per oltre dieci anni, del Caffè Basaglia, crocevia e luogo di incontro per chi, a Torino e non solo, sogna un mondo diverso e si impegna per realizzarlo.

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