La sinistra sedotta dalla guerra

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È utile rileggere Rosa Luxemburg e la sua Crisi della socialdemocrazia, scritta in carcere nel 1915 e pubblicata agli inizi del 1916, opera famosa per la frase “socialismo o barbarie e dove tutto è contenuto in quella “o” disgiuntiva che le sinistre hanno sempre più dimenticato. Testo nato dopo che la socialdemocrazia tedesca, rinnegando se stessa, la sua storia e gli ideali dell’internazionalismo in nome del nazionalismo e della difesa della patria, aveva approvato i crediti di guerra e legittimato l’entrata nella prima guerra mondiale della Germania contro – la storia sembra ripetersi – la Russia zarista. Ma con la differenza non da poco che allora la sinistra aveva rinnegato se stessa e la lotta di classe davanti al nazionalismo e alla guerra militare, mentre oggi (in realtà da troppo tempo) ha rinnegato se stessa e la lotta di classe (analogamente ha fatto la sinistra illuministica per quanto riguarda ragione e libertà e autonomia individuale) davanti al neoliberalismo ma soprattutto davanti alla tecnica, perché anche i marxismi sono sempre stati positivisti e industrialisti e per lo sviluppo crescente delle forze produttive. La fabbrica era il modello (Marx e Gramsci) per la società socialista ma senza il capitalismo. Senza capire, il marxismo, che la causa vera dell’oppressione sociale (ancora Simone Weil) era proprio la fabbrica con la sua divisione tra chi comanda (oggi, un algoritmo/piattaforma) e chi deve eseguire (noi tutti forza-lavoro digitalizzata nella società-fabbrica), non la proprietà dei mezzi di produzione. E non vedendo, il marxismo, che anche la tecnica – parte della razionalità strumentale/calcolante-industriale – è totalitaria, antiumanistica ed ecocida di per sé.

Rosa Luxemburg e la crisi della socialdemocrazia

Un saggio, quello di Rosa Luxemburg, che è un testo politico e insieme un libro di storia (da rileggere facendo confronti tra oggi e il passato, secondo un metodo intellettuale proprio anche di Rosa Luxemburg), che ci riporta alla socialdemocrazia tedesca (ed europea) di oggi, davanti all’Ucraina ma anche e soprattutto alla guerra di Israele contro i palestinesi – senza dimenticare che sono 25 anni da quando anche le sinistre europee (e italiane) approvarono la (e parteciparono alla) guerra nella ex Jugoslavia; sinistre cieche soprattutto davanti al potere della tecnica oltre che del capitale.

E Rosa Luxemburg ricordava allora che il socialismo «è il primo movimento popolare nella storia del mondo che si ponga come scopo e sia chiamato dalla storia a portare nell’agire sociale degli uomini un senso cosciente, un pensiero pianificato e con ciò il libero volere». E invece, allora come oggi le sinistre si adattano solo al libero volere del capitale, del nazionalismo, poi, del neoliberalismo, e ora si adeguano – semmai le sostengono e le promuovono contro la classe e la biosfera che ne patiscono le conseguenze – alle esigenze del capitale e della tecnologia. Tecnologia verso la quale, scriveva criticamente Raniero Panzieri (1921-1964) negli anni ’60 del ‘900, le sinistre hanno un approccio idilliaco, cioè appunto positivistico, aggiungiamo; o deterministicamente-finalisticamente industrialista, come se industria, tecnologia e progresso fossero la stessa cosa. E questo era ciò che appunto sostenevano i positivisti Saint-Simon e Comte nei primi decenni dell’Ottocento, un sistema industrialista che bisognava accettare con saggia rassegnazione; mentre dovrebbe essere vero il contrario, senza per questo cadere oggi nel luddismo digitale.

E quindi la guerra guerreggiata – mondiale a pezzi di oggi (ma è sempre la replica di quelle precedenti) – si somma alla trisecolare guerra del tecno-capitalismo alla Terra, alla libertà umana e all’immaginazione politica; quel tecno-capitalismo che quindi a nulla di meglio poteva aspirare che a una guerra militare non nascosta (di nuovo, come in Ucraina; e tra Israele e Palestina, per tacere del resto) che gli permettesse di fare nuovo business a breve e facilmente (le spese militari sono raddoppiate tra il 2000 e il 2021 e nel 2022 sono aumentate ancora, arrivando a 2.240 miliardi di dollari – il livello più alto mai registrato), e di continuare con le fonti fossili e insieme di farci dimenticare la crisi climatica (la sua/nostra incessante guerra alla Terra).

Sì, c’è una pericolosa voglia di guerra, oggi, anche in Europa, anche nelle sinistre o in parte delle sinistre cosiddette socialdemocratiche. Attivata e sostenuta però ancora una volta dal capitale. Quale occasione migliore, infatti per nascondere la crisi climatica che promuovere una escalation con la Russia, con la Cina e continuare ad accrescere i profitti. E non è ovviamente un paradosso che il caos attuale sia accompagnato da un boom borsistico.

Ma la guerra militare – come la guerra alla biosfera, aggiungiamo – «è un assassinio metodico, organizzato, gigantesco. Ma per indursi all’assassinio sistematico un uomo normale deve arrivare prima a un’adeguata ubriacatura», grazie alla propaganda, perché le guerre devono essere fabbricate dentro all’opinione pubblica perché siano accettate con altrettanta saggia rassegnazione/adattamento all’ineluttabile, a questo serve appunto la produzione industriale del nemico, dello scontro di civiltà, del noi contro loro, della favola della esportazione della democrazia. «E questo è da sempre il metodo, ben fondato di coloro che conducono le guerre», scriveva ancora Rosa Luxemburg, che parlava di una prima guerra mondiale preparata in realtà per decenni, con una crescente corsa agli armamenti, di una gara del capitale imperialistico «verso i paesi e le zone del mondo non ancora capitalistiche» per cui «la costruzione della flotta e degli armamenti divennero di per sé un affare grandioso della grande industria tedesca e aprirono contemporaneamente prospettive illimitate all’ulteriore desiderio di operazioni del capitale dei cartelli e delle banche nel vasto mondo»; e «la guerra accresce lo sfruttamento capitalistico e la reazione nella politica interna»; esattamente come oggi e come sempre.

Fabbricare le guerre: anche oggi la propaganda bellicista è pervasiva e totalizzante. Ma forme di propaganda per la guerra contro la biosfera sono il marketing e la pubblicità, cioè la propaganda (Anders – 1902-1992 – ne L’uomo è antiquato II) per accrescere illimitatamente i consumi (è human engineering) e il management per accrescere (è sempre human engineering) la nostra introiezione dei voleri e dei disvalori di quella che definiamo appunto come razionalità strumentale/calcolante-industriale, che predetermina l’agire del capitalismo e del sistema tecnico e che è basata sull’accrescimento illimitato, sulla integrazione (con gli uomini sussunti/ibridati sempre più con essi) del mercato e del sistema tecnico; cioè (ancora Panzieri) su integrazione e pianificazione. E quindi tendono al totalitarismo di sé, perché l’essenza di ogni totalitarismo è nell’integrazione/connessione/sussunzione delle parti prima suddivise e individualizzate, è nell’organizzazione eteronoma (Hannah Arendt [1906-1975] ne Le origini del totalitarismo). Totalitarismo dove il tutto prevale sempre sul singolo e sulle distinzioni di classe, con la sola differenza che i totalitarismi novecenteschi erano politici, mentre oggi il totalitarismo è tecnico e capitalista quindi molto più totalitario, in quanto non visibile perché promosso/realizzato in nome della libertà, della razionalità e della esattezza del calcolo. E la guerra è nell’essenza del capitale e della tecnica, cioè è uno dei mezzi per garantire al sistema la propria riproducibilità. Ovvero, parafrasando ancora von Clausewitz, per la continuazione del tecno-capitalismo in altri modi.

Ma torniamo a Rosa Luxemburg, da rileggere dopo 110 anni: «Per il proletariato europeo nel suo complesso dal punto di vista classista, la vittoria o la sconfitta di ciascuno dei belligeranti è egualmente fatale. È proprio la guerra in sé che rappresenta la maggiore sconfitta che si possa immaginare […]. La politica proletaria non può conquistare il posto che le spetta con consigli e progetti utopistici, come quello di mitigare, ammansire, moderare l’imperialismo nella cornice dello stato borghese, con riforme parziali. Il vero problema […] è tradurre in pratica la vecchia parola d’ordine guerra alla guerra! […] Niente sarebbe più fatale per il proletariato che salvare dall’attuale guerra mondiale la minima illusione e speranza sulla possibilità di un ulteriore sviluppo idilliaco e pacifico del capitalismo». Perché «l’impulso espansivo imperialistico del capitalismo [appunto, l’accrescimento illimitato e totalitario del mercato e del sistema tecnico], ha come tendenza economica quella di trasformare tutto il mondo in un mondo di produzione capitalistica [e questa] brutale marcia trionfale del capitale nel mondo [è] spianata e accompagnata da tutti i mezzi della violenza, della rapina e dell’infamia» e oggi dal digitale e dalla illusione di libertà offerta da tecnologia e neoliberalismo – ma dove sempre «i dividendi salgono e i proletari cadono».

Riflessioni che sono la descrizione perfetta anche di questa ultima fase digitale della rivoluzione industriale del capitale, sempre apparentemente diversa, in realtà sempre uguale a se stessa secondo la razionalità strumentale/calcolante-industriale che la predetermina. Irrazionale per gli effetti che produce (crisi sociale, crisi climatica, crisi nelle relazioni internazionali, crisi sempre e comunque) e perché basata sulle guerre mondiali che ne sono l’essenza, cioè l’ontologia, la teleologia e la teologia politica e soprattutto tecnica.

Perché sia l’economico e sia il tecnologico plasmano il mondo e l’uomo a propria immagine e somiglianza (sono i veri soggetti della storia nel Tecnocene), dove la libertà e il pensiero critico e l’emancipazione sono escluse/impedite a priori perché sono un intralcio all’efficiente funzionamento delle macchine, del mercato e dell’uomo che deve funzionare come una macchina; perché la libertà individuale e sociale (mai davvero calcolabile/misurabile e prevedibile/pianificabile) è irrazionale rispetto alla razionalità e all’esattezza del calcolo, rispetto alla strumentalità (il cui must è massimizzare sempre il profitto privato e la potenza del tecno-capitale), rispetto alla forma industriale che deve assumere il mondo e che ha trasformato oggi, come abbiamo scritto, l’intera società in una fabbrica (la fabbrica come sublimazione della razionalità strumentale/calcolante-industriale) e ciascun individuo in mera forza-lavoro per il tecno-capitale. Sempre secondo la trisecolare Fabrikpolitik imposta dalla superstruttura e che oggi grazie alla tecnologia digitale ha permesso al tecno-capitale di far esplodere la vecchia fabbrica fisica, di individualizzare/isolare/suddividere ancora di più il lavoro e insieme di scomporre/frammentare la classe operaia, di sciogliere la sua coscienza/consapevolezza di essere sfruttata, modellando allo stesso tempo tutta la società secondo i principi della fabbrica-industria, cioè organizzazione/management, comando sul lavoro individualizzato via piattaforme/algoritmi e sorveglianza incessante. Ovvero e ancora: human engineering. Un processo antico ma crescente e pervasivo, realizzando oggi appieno la società=industria del positivismo, posto che «il regolamento della fabbrica pervade l’intera società», come scriveva il francofortese Max Horkheimer (1895-1973) già nel 1942; posto che “la fabbrica tende a uscire dalla fabbrica, come scriveva Raniero Panzieri; e posto che oggi siamo arrivati alla società-fabbrica. Perché appunto (Anders), il taylorismo è il vero principio della storia moderna-industriale – e non siamo nel post-industriale ma nell’iper-industriale.

Oltre Rosa Luxemburg

E allora, le sinistre – marxiste e/o illuministe e/o umaniste e/o verdi che siano – sono capaci di capire che davanti a un sistema capitalistico e tecnico incessantemente rivoluzionario ma soprattutto totalitario non basta un po’ di riformismo e non basta democratizzarlo secondo un ennesimo – ma sempre più inutile e controproducente – compromesso tra capitale e lavoro, ma occorre appunto uscire da esso e dalle sue guerre mondiali e dal suo malgoverno del mondo e della vita? Sono capaci di vedere il totalitarismo della razionalità strumentale/calcolante-industriale (cioè il potere totalitario non solo del capitalismo ma della tecnica in sé e per sé) – e anche il mantra marxista dello sviluppo delle forze produttive è figlio della stessa razionalità – e di lottare contro di esso in nome di libertà, democrazia, emancipazione dell’uomo e diritti delle future generazioni? Sono capaci di comprendere (Luxemburg) che «il diritto storico del capitalismo di esistere è finito»? Ma soprattutto sono capaci di capire che se non si esce, a monte, dalla (ir)razionalità strumentale/calcolante-industriale non si salvano Terra e società umane?

L’articolo è tratto, in virtù di un rapporto di collaborazione, dal sito del CRS

Gli autori

Lelio Demichelis

Lelio Demichelis insegna Sociologia economica all’Università degli Studi dell’Insubria. Si occupa di tecnologia e di capitalismo e dei loro impatti su società e individuo. Si ispira alla prima Scuola di Francoforte e alla Teoria critica di Horkheimer, Adorno e Marcuse. Ha pubblicato, da ultimo, “La grande alienazione. Narciso, Pigmalione, Prometeo e il tecno-capitalismo” (2018) e “Sociologia della tecnica e del capitalismo. Ambiente, uomini e macchine nel Tecnocene” (2020).

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