Venti di guerra in Europa

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Le guerre, una volta iniziate, non si fermano più e diventano – se possibile – sempre più cruente. È questa la tragica routine delle armi. Così è in Ucraina dove i governi occidentali hanno oramai (definitivamente?) abbandonato ogni sforzo diplomatico per fermare la guerra; così è nella striscia di Gaza dove la violenza dell’azione militare intrapresa dal Governo israeliano, dopo il terribile attentato dello scorso ottobre, ha recentemente coinvolto anche gli ospedali e gli operatori umanitari (https://volerelaluna.it/in-primo-piano/2024/03/28/le-parole-della-guerra/ ). Della routine delle armi erano ben consapevoli le forze politiche che contribuirono alla stesura della nostra Costituzione. Il 24 marzo 1947, l’Assemblea costituente approvava infatti la formulazione definitiva della prima parte dell’odierno art. 11 della nostra Costituzione, quella in cui è sancito, senza possibilità di fraintendimenti, il principio fondamentale secondo il quale l’Italia «ripudia» la guerra non solo come «strumento di offesa alla libertà degli altri popoli», ma anche come «mezzo di risoluzione delle controversie internazionali».

È noto come, negli anni, siano state proposte interpretazioni capaci di piegare il significato nitido di quelle parole alle contingenti “tentazioni” belliciste. Peraltro, è sufficiente rileggere il dibattito che si svolse in Assemblea costituente per cogliere la debolezza di queste interpretazioni. Davvero attualissimi i temi che alcuni costituenti, con straordinaria lungimiranza, portarono dentro il dibattito: la difficoltà pratica di distinguere le guerre “giuste” (per legittima difesa) da quelle “ingiuste” (Guido Russo Perez); l’Europa, anche federale, come dimensione sovranazionale capace di garantire la pace (Gino Pieri); la compatibilità tra l’appartenenza a uno dei “blocchi imperialistici” e la scelta di rinunciare definitivamente alla guerra (Leo Valiani). Questioni profonde e – si direbbe oggi – divisive, affrontate però in una prospettiva generale unificatrice, ben sintetizzata dalle parole pronunciate da Meuccio Ruini in quella oramai lontana – non solo cronologicamente – seduta: «aleggia nell’Aula su tutti noi un’ispirazione comune, un’esigenza da tutti sentita di condannare la guerra e di tendere ad una organizzazione internazionale. Questo è il punto comune. Le altre diventano piuttosto questioni di formulazione tecnica». Le poche voci contrarie non si reggevano su perduranti sentimenti “bellicisti”, quanto piuttosto su considerazioni di carattere interpretativo (Russo Perez), oppure di opportunità politica (secondo Francesco Saverio Nitti la rinuncia alla guerra di conquista da parte di uno Stato appena sconfitto e ancora «sotto il dominio di fatto di altri popoli» suonava come un’affermazione presuntuosa, addirittura «ridicola»). Insomma, si discusse sulle parole e non sulla sostanza, nella convinzione – assolutamente maggioritaria – che scrivere il «ripudio» (non la semplice rinunzia o la più generica condanna) della guerra in Costituzione avesse un senso: allontanare il più possibile l’uso delle armi dall’orizzonte costituzionale (https://volerelaluna.it/controcanto/2023/05/19/ucraina-quelle-di-mattarella-e-meloni-sono-parole-di-guerra/ ).

La storia, a volte, sa essere beffarda. A distanza di 77 anni da quel dibattito, il 21 e 22 marzo 2024, il Consiglio europeo si è riunito a Bruxelles per discutere, tra le altre cose, della guerra in Ucraina. La traccia della discussione è stata indicata dalla lettera di invito del presidente Charles Michel ai membri del Consiglio, attraverso espressioni oramai lontanissime da quell’«ispirazione comune» che animava i costituenti. In estrema sintesi, questi i punti salienti della lettera, poi sostanzialmente confermati nelle Conclusioni del Consiglio: a) la necessità di affrontare un contesto nel quale «urgenza, intensità e determinazione incrollabile sono imperativi»; b) la «missione principale» è «fornire rapidamente aiuti militari all’Ucraina», accelerando «l’acquisizione e la fornitura di munizioni»; c) la necessità di un «autentico cambiamento di paradigma in relazione alla nostra sicurezza e difesa»; d) adottare misure «radicali e concrete per essere pronti a difenderci e mettere l’economia dell’UE “sul piede di guerra”», anche aiutando «l’industria della difesa ad accedere ai finanziamenti pubblici e privati e ridurre gli oneri e gli ostacoli normativi»; e) a tal fine, «servono una leadership forte e una profonda comprensione dell’urgenza delle minacce che abbiamo davanti». Si tratta di veri e propri punti programmatici che, messi l’uno di seguito all’altro, disegnano un quadro fosco, che ricorda da vicino i contesti materiali nei quali sono germogliati e poi esplosi i grandi conflitti mondiali del novecento. Gli ingredienti potenzialmente esplosivi ci sono tutti: l’emergenza; la transizione verso un’economia di guerra; l’incondizionato sostegno militare; l’insofferenza per gli oneri e gli “ostacoli” normativi (che possano intralciare l’industria della difesa); il rafforzamento della leadership (per evitare qualsiasi tentennamento in merito alla scelta di percorrere, fino in fondo, l’opzione militare). Viceversa, nel programma europeo, non c’è traccia di iniziative tese a disinnescare l’escalation, attraverso gli strumenti del dialogo e della trattativa. In Europa, così come in Medio Oriente e in tante altre parti del mondo, alla guerra non sembra esserci (più) alternativa.

Come leggere i lavori del Consiglio europeo alla luce del dibattito che si svolse in Assemblea costituente? Erano i costituenti (tutti) degli illusi fuori dal tempo e dalla storia, esattamente come gli odierni “pacifisti”? Niente affatto. Pur appartenendo a forze politiche diverse, i costituenti erano (tutti) accomunati dalla medesima esperienza concreta: l’aver vissuto sulla propria pelle le violenze del regime fascista e gli orrori della guerra. E proprio in ragione di questa comune esperienza avevano maturato la convinzione di mettere fuori legge tanto il fascismo quanto la guerra. Che Putin, dittatore senza scrupoli, sia l’aggressore è sotto gli occhi di tutti. Ma che la strategia bellicista non abbia prodotto i risultati sperati è (o dovrebbe essere) altrettanto evidente (https://volerelaluna.it/controcanto/2024/03/12/la-campagna-di-russia-delleuropa/ ). Non è sufficiente vedere le immani sofferenze altrui per compiere ogni sforzo necessario per garantire la pace? Per «ripudiare» davvero la guerra, bisogna per forza passarci attraverso? Prendendo a prestito le parole di Bobbio a proposito dell’olocausto nucleare, si potrebbe rispondere così: nonostante un «oscuro presentimento», la «posta in gioco» è davvero «troppo alta» per non «prendere posizione» a favore della pace. A costo di apparire ingenui e anche quando le possibilità di vittoria – e cioè le possibilità di ricostruire quell’ispirazione comune che animava i costituenti – paiono minime.

Una versione ridotta dell’articolo è comparsa su il manifesto del 4 aprile

Gli autori

Matteo Losana

Matteo Losana è professore associato di Diritto costituzionale presso il Dipartimento di Giurisprudenza dell’Università di Torino. È autore di saggi e monografie in tema di fonti del diritto e diritti costituzionalmente garantiti.

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