Far morire di fame, o della vita offesa

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Essere affamati può non essere un evento tra gli altri. Si può davvero “morire di fame”, come con enfasi descriviamo quei pochi istanti in cui il nostro metabolismo è in debito di qualche caloria. Per esempio, si può lasciar morire di fame più di un milione di bambini (tanti sono quelli al di sotto dei cinque anni che muoiono ogni anno per malnutrizione) e si può usare la fame come un’arma di distruzione di massa. Da quando tutte le agenzie internazionali – e autorevoli esponenti delle Nazioni Unite – hanno lanciato l’allarme per dire pubblicamente che Israele sta affamando una popolazione intera, non c’è giorno che non pensi alle conseguenze materiali e simboliche di una simile barbarie. Mi chiedo se non sia come per Auschwitz: se si possa parlare o scrivere di altro, come se niente fosse. Con la differenza che l’umanità ha potuto fare i conti con Auschwitz solo dopo, noi ne stiamo facendo i conti durante. La nostra responsabilità non viene investita dall’orrore solo a cose fatte, è destinata a diventare nel giudizio della storia una forma di complicità.

Certo, sono consapevole che ogni assedio si compone perlopiù dell’uso della fame come arma di distruzione di massa. Da Troia a Stalingrado, assediare una città – cioè uno spazio sociale composto soprattutto da civili innocenti – vuol dire non fare prigionieri. Sarà per questo che l’assedio è un crimine di guerra tra i più ripugnanti, perché non fa differenza tra i giusti e gli ingiusti. Ma la nostra civiltà è ormai nuda nella sua cattiva coscienza: non solo non ha mantenuto la promessa di bandire la guerra dalla storia, ma ne ripropone il lato più oscuro e tracotante, quello in cui ogni confine di umanità viene trasgredito. Non lasciare morire di fame degli innocenti, ma farli morire di fame.

I dettagli di questa morte collettiva per fame sono cruenti. Famiglie che sono costrette a mangiare veleno per topi… Ma per la mia coscienza opulenta l’informazione che non riesco a lasciar perdere è quella secondo cui in media le famiglie di Gaza mangiano dieci volte al mese. Questo numero mi tramortisce. Mi accompagna e mi ossessiona mentre attraverso le nostre città post-industriali e i paesaggi trasformati dei nostri centri storici. In cui non c’è più vetrina che non sia un invito al consumo di cibo. Ogni angolo un bar, un ristorante. Ognuno propone un’esperienza di food differente, così si dice. Mangiare non è più un’occasione per rafforzare i legami sociali, ma il modo principale – uno degli ultimi rimasti nell’epoca dell’impoverimento diffuso – in cui il mercato si prende tutti gli spazi. Dieci volte al mese. Tra un bar e un altro, è il numero di volte che mio figlio mangia in tre giorni, quando gli va male. È un bambino come quelli che stanno a Gaza. Non c’è alcuna differenza di innocenza o di colpevolezza. È un bambino, sta nella parte (in)giusta del mondo. Per poco ancora, forse. Autorevoli politici europei insistono nel ricordarmi che anche lui deve “prepararsi alla guerra”. La fame che prova mio figlio – o che provo io, maschio bianco occidentale sovrappeso con la costante minaccia della fame nervosa – non c’entra più nulla con la fame che prova un bambino di Gaza. Per chi sta lì la fame è un bisogno, un bisogno di mondo. Non il mondo simbolico, ma il mondo elementare, fatto di materia reale da metabolizzare e senza la quale non si sopravvive. Quello a cui si riferiva Marx, quando parlava del proletario. Invece la nostra esperienza della fame passa attraverso il consumo. Siamo consumatori e infatti facciamo fatica a metabolizzare tutto ciò che mangiamo.

Un punto all’apparenza difficile da capire, eppure essenziale. La fame non è più un bisogno e non è più un modo attraverso cui entriamo in contatto con il mondo, ma al contrario è un modo attraverso cui il mondo materiale viene tenuto a distanza, sterilizzato dalle location alla moda, dalle ricette gustose, dal galateo. Anche noi moriamo di fame, ma per mancanza di mondo ed eccesso di cibo. Il nostro consumo è la sparizione della materia per far posto alla tecnica. Persino i nostri cari (in tutti i sensi) negozi biologici non hanno nulla di naturale: mettono in scena al limite il sentimento sempre più esteso della nostalgia per la natura, con cui possiamo entrare in rapporto solo per sottrazione della tecnica. Il cibo biologico è ciò che non è industrializzato.

Un grande filosofo ebreo – forse quello che più mi è caro anche perché ebreo – ha descritto magistralmente questa complessità antropologica che si mette in scena nella nudità della fame, fino al punto di riconoscere nella fame quell’evento originario da cui scaturisce la compassione: «Non ci si stupisce abbastanza, a proposito del termine banale della compassione, della forza del transfert che va dal ricordo della mia stessa fame alla sofferenza e alla responsabilità per la fame del prossimo». O ancora: «la fame è stranamente sensibile, nel nostro mondo secolarizzato e tecnico, alla fame dell’altro uomo». Ecco il punto. Perché di fronte alla “fame dell’altro uomo” che viene pianificata come strumento di guerra ed estesa a un’intera popolazione il mondo non si ferma? Perché non proviamo compassione e la nostra fame non è più sensibile a quella degli altri? Basta forse il fatto che noi non abbiamo più fame e siamo sempre scandalosamente sazi? Levinas – uomo di un altro secolo ovviamente – fa leva sul ricordo della nostra stessa fame. Se ci ricordiamo cosa vuol dire essere affamati, siamo pronti a non accettare la fame del prossimo. Solo che ora, in questa parte di mondo, non abbiamo più memoria della fame, ma solo dell’abbondanza del consumo. Ma basta questo a spiegare l’apparente incapacità dell’occidente di sentire la responsabilità nei confronti di chi adesso è ridotto alla fame dalla violenza sistematica di altri esseri umani?

C’è un libro di Adorno che è stato per molte generazioni la bibbia della critica sociale (oggi quella poca critica sociale rimasta passa per le canzoni di Ghali. Non so se è abbastanza, di sicuro è meglio di niente). Aveva un titolo assai celebre: Minima moralia. Ma il sottotitolo è quel che mi interessa evocare: Meditazioni della vita offesa. Cos’è la vita offesa? Non è semplicemente la vita innocente o la vita sofferente. È quella vita il cui dolore è conseguenza di un’azione per cui provare vergogna. Il nostro mondo è pieno di vita offesa e quasi nessuno sembra provarne più vergogna o compassione. Prendiamo i morti recenti del teatro di Mosca. Vittime del terrorismo, come tante altre. Non ho visto sulla stampa una cronaca che provasse a ricostruirne i profili, a restituirne la memoria, a ricordarci di loro. Anche loro vita offesa, ma dalla parte sbagliata. Non c’entravano nulla con Putin, condividevano solo la sventura di vivere nella stessa città e nello stesso tempo. Esseri umani giusti in un tempo ingiusto. Come quelli che muoiono di fame a Gaza. Ed è inutile anche dirlo: come quelli che muoiono sotto le bombe russe, come le vittime innocenti degli attacchi del 7 ottobre.

Mi pare che la categoria di vita offesa sia sempre più essenziale. Se dovessi indicare una parte politica in cui io voglio stare, è proprio questa: stare dalla parte della vita offesa, qualunque parte essa sia. Riconoscerla per ciò che è, non una sofferenza tra le tante, ma una sofferenza causata dall’odio di altri esseri umani, per cui provare vergogna e sentire compassione. Un odio che ha ragioni storiche, che è vicenda umana, che richiede di schierarsi e di prendere posizione. È il motivo per cui c’è una stretta affinità tra la forma di vita capitalista e la forma politica della guerra. Perché entrambe si nutrono e si rafforzano producendo incessantemente vita offesa.

Tutti ricordiamo il racconto del capitolo 18 della Genesi. Jahvè vuole vendicarsi su Sodoma ma Abramo lo chiama in causa e trova il coraggio di contestarlo. Non si può sterminare un’intera città per le colpe di alcuni, anche se i colpevoli fossero la maggioranza: «vuoi forse uccidere il giusto insieme con l’ingiusto?». La risposta che Jahvè dà non ha a che fare né con l’uso della fame come arma di distruzione né con l’idea che i colpevoli debbano essere puniti a ogni costo. Se anche ci saranno in quella città dieci giusti, allora sarà salva tutta la città, non solo loro. Una scena straordinaria anche per i non credenti. Un dio che cambia idea, si lascia convincere ed è disposto ad apprendere la lezione che gli viene offerta dalla compassione provata da un essere umano per altri uomini. Come se la compassione umana per la vita offesa fosse più grande della stessa giustizia divina. Oggi di quel dio non pare esserci traccia o forse nessuno più ha il coraggio di interpellarlo e di uomini che ricordano quanto sia folle uccidere il giusto insieme all’ingiusto ce ne sono sempre di meno – a parte Papa Francesco. I nostri pranzi di Pasqua proseguono come se niente fosse.

Si può continuare a uccidere per fame, rifiutare il dio della bibbia e la compassione degli uomini. Solo la vita offesa dilaga. E a noi – che non crediamo più in un dio a cui poterci rivolgere – cosa resta da fare? Ora che nessuno crede più neanche nella politica, la nostra fede secolarizzata a cui abbiamo affidato tutte le speranze di giustizia per decenni? Come possiamo esercitare la responsabilità nei confronti della fame dell’altro essere umano, ora che qualcun altro lo sta affamando?

Gli autori

Sergio Labate

Sergio Labate è professore di Filosofia teoretica presso l’Università di Macerata. Tra i sui temi di ricerca ci sono il lessico della speranza e dell’utopia nell’età secolarizzata, la filosofia del lavoro, le passioni come fonti dei legami sociali, la difesa della democrazia costituzionale nell’epoca del suo disincanto generalizzato. È stato presidente di Libertà e Giustizia. Tra le sue pubblicazioni: “La regola della speranza. Dialettiche dello sperare” (Cittadella 2012), “Passioni e politica” (scritto insieme a Paul Ginsborg, Einaudi 2016), “La virtù democratica. Un rimedio al populismo” (Salerno editrice 2019).

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One Comment on “Far morire di fame, o della vita offesa”

  1. “Come possiamo esercitare la responsabilità nei confronti della fame dell’altro essere umano, ora che qualcun altro lo sta affamando?”
    La domanda mette con le spalle al muro e l’eventuale risposta sarà in ogni caso inadeguata.
    Eppure ognuno di noi ha l’obbligo morale di cercarla questa risposta, perchè la fame dell’Altro, da che tutto è interconnesso, nel tempo, nello spazio e nel governo del mondo, è cosa che ci riguarda.
    Si potrebbe cominciare con un sostegno economico a quelle associazioni che materiamente si impegnano nel dar da mangiare e nel curare.
    Si può divulgare a vari livelli qualsiasi tipo di documentazione che attesti il crimine disumano della fame dell’ Altro voluta da qualcun altro.
    Si può partecipare a una delle tante manifestazioni pubbliche che si rifutano di accettare in silenzio questo abominio.
    Si può partecipare a qualche trasmissione televisiva per smascherare l’ipocrisia di chi ancora si ostina, senza vergogna, a difendere l’indifendibile.
    Poi ci sono anche gli atti eroici: “È morto in ospedale, per le gravi ustioni riportate, Aaron Bushnell, il soldato dell’aeronautica americana che si è dato fuoco davanti all’ambasciata israeliana a Washington gridando Palestina libera”… ma si tratta appunto di atti eroici.
    Risposte singolarmente inadeguate ma alle quali non ci si può sottrarre, perchè, parafrasando don Milani, se non salveremo il mondo avremo almeno dato voce alla nostra coscienza.

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