Le parole della guerra

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Ma la guerra, portando via le comodità delle consuetudini di ogni giorno, è maestra di violenza e rende conforme alle circostanze l’indole dei più. Nelle città, dunque, infuriava la guerra civile […]. Cambiarono a piacimento il significato consueto delle parole in rapporto ai fatti. L’audacia sconsiderata fu ritenuta coraggiosa lealtà verso i compagni, il prudente indugio viltà sotto una bella apparenza, la moderazione schermo alla codardia, e l’intelligenza di fronte alla complessità del reale inerzia di fronte ad ogni stimolo […].
(Tucidide)

Si potrebbe continuare: ogni invito a negoziare divenne “complicità con il nemico”; la vendetta più spietata “autodifesa”; i bombardamenti a tappeto contro una popolazione assediata e affamata “lotta al terrorismo”; ogni forma di critica e opposizione “antisemitismo”… Oggi come ieri, quando Tucidide descriveva la caduta di ogni freno inibitore nella lotta fratricida tra gli abitanti di Corcira, la guerra, “maestra di violenza”, ha bisogno di “cambiare il significato consueto delle parole” per rendere accettabile ciò che non lo è. Niente di cui stupirsi: sappiamo bene che la guerra si combatte anche con la propaganda. Ma quando ogni limite viene oltrepassato e la violenza diventa tanto smisurata da far vacillare le fondamenta del vivere civile, la deformazione della realtà, attraverso un “uso specioso della parola” (ancora Tucidide), finisce per sfiorare il grottesco.

Proviamo a guardarle da vicino, allora, alcune delle parole che stanno avvelenando il dibattito pubblico, impedendoci di ragionare e di ascoltarci a vicenda. Per poi magari continuare a dissentire e a dividerci, ma a ragion veduta, a partire dalla condivisione di un vocabolario comune.

Autodifesa. Nei rapporti tra privati per autodifesa si intende la risposta a una minaccia “in atto” contro la propria incolumità. Una risposta che è lecita a patto che sia proporzionata e non si prolunghi oltre il momento del pericolo. Il commerciante che estrae la pistola e spara al ladro che lo ha derubato, colpendolo alle spalle mentre è in fuga, non si sta “difendendo”. Sta compiendo un reato, per il quale potrà essere perseguito. In modo analogo il diritto internazionale prevede il “diritto naturale” all’auto-difesa in caso di attacco armato da parte di un altro Stato, ma solo fintantoché non intervengano le istituzioni preposte a mantenere la sicurezza e la pacifica convivenza. E solo nel rispetto dei parametri della necessità e della proporzionalità. A distanza di quasi 6 mesi dall’attacco del 7 ottobre (perpetrato, peraltro, da un’entità non statale), si può ancora sostenere che Israele si sta difendendo? Gli oltre trentamila morti, in prevalenza donne e minori, le decine di migliaia di feriti, la distruzione sistematica di abitazioni, ospedali, scuole, luoghi di culto, la fame usata come arma di guerra, con i camion carichi di beni di prima necessità bloccati alle frontiere, ci raccontano ben altro. Vendetta? Rappresaglia? Punizione collettiva? La Corte di giustizia dell’Aja ha ritenuto “plausibile”, addirittura, parlare di genocidio. In ogni caso, niente a che vedere con l’idea di una difesa da un attacco in corso, destinata a lasciare il posto all’intervento di un’autorità super partes, come potrebbe essere una forza di interposizione delle Nazioni Unite. Che i governi israeliani non accettano e non hanno mai accettato (e vedremo ora se la risoluzione dell’ONU per l’immediato cessate il fuoco sarà rispettata…).

Lotta al terrorismo. Se è problematico classificare senz’altro Hamas come un gruppo terroristico, non ci sono dubbi che il brutale massacro contro civili del 7 ottobre, gli stupri, il rapimento degli ostaggi siano atti di natura terroristica. Ma come si combattono i terroristi? Bombardando le città in cui potrebbero essere rifugiati? Assalendone i covi anche a costo di compromettere la vita degli ostaggi? È così che abbiamo sconfitto il terrorismo rosso, e nero, nei nostri anni di piombo? Sono ovviamente domande retoriche. Il terrorismo si combatte attraverso indagini e operazioni di polizia, finalizzate a individuare e a processare i colpevoli di reato. Chi colpisce nel mucchio, indifferente al coinvolgimento di persone innocenti, si macchia, a sua volta, di terrorismo. Terrorismo di Stato, anche più grave di quello di cui sono responsabili gruppi para-militari, per l’asimmetria che dovrebbe sempre esistere nel ricorso alla violenza tra entità statali e non. Soprattutto se lo Stato in questione pretende di essere democratico…

Antisemitismo. Questa parola viene oggi adoperata come una clava, per bollare col marchio dell’infamia chiunque critichi le politiche israeliane, che si tratti del Segretario generale dell’ONU Guterres o di intellettuali ebrei di sicura fede democratica, come Moni Ovadia e Judith Butler. O, da ultimo, dei membri del Senato accademico dell’Università di Torino che hanno ritenuto “non opportuna” la partecipazione a un accordo di cooperazione tra Italia e Israele in progetti di ricerca suscettibili di applicazioni dual use, civili e militari (https://docs.google.com/document/d/1Q5uuXmdJeDEyi06Kv1VkLPXAeVkMbfl8gHxPh6JGLQ). Sia chiaro, l’antisemitismo è questione serissima ed è ben possibile che gli eccessi di questi mesi lo stiano sciaguratamente alimentando. Ma chiediamoci, di nuovo, in che cosa consiste? Se le parole hanno un senso, l’antisemitismo è una forma di odio, discriminazione, intolleranza nei confronti degli ebrei “in quanto ebrei”. Al pari del razzismo e dell’islamofobia, consiste nel prendersela con qualcuno solo perché fa parte di un certo gruppo, connotato in senso etnico-religioso. Avversarlo per ciò che è (o si ritiene che sia), non per ciò che dice o fa. Se questo è vero, criticare, anche duramente, le scelte politiche di questo, o altri, governi israeliani, non ha niente a che vedere con l’anti-semitismo. Così come non può essere confusa con l’anti-semitismo l’avversione al sionismo, un’ideologia nazionalistica che non tutti gli ebrei condividono. A meno di non voler modificare “il significato consueto delle parole”, finendo col banalizzare e rendere inservibile un termine associato ad alcune delle pagine più terribili della nostra storia.

Ci sono poi le parole che contribuiscono a ricostruire il contesto che ha reso possibile il 7 ottobre: occupazione, colonialismo, apartheid. Sono alcuni dei lemmi attorno ai quali è costruito il bellissimo (e terribile) libro di Francesca Albanese, Relatrice speciale della Nazioni Unite per i Territori palestinesi occupati, J’accuse (Fuori Scena, Milano, 2023). Da questo volume, scritto con partecipazione commossa per le sofferenze di tutte le vittime, ma sempre “in punta di diritto”, senza retorica, sulla base di una solida documentazione, mi limito a riprendere un dato che, da solo, aiuta più di tanti altri a capire di che cosa stiamo parlando. Si tratta del dato relativo al tasso di mortalità infantile nei Territori occupati palestinesi e nella vicina, vicinissima, Israele (prima del 7 ottobre, si intende): mortalità neonatale al 9,3 su 1000 nel primo caso e all’1,7 nel secondo; mortalità infantile al 12,7 (14,8 per i bambini sotto i 5 anni) tra i palestinesi, e al 2,7 (3,4 sotto i 5 anni) per gli israeliani (p. 42). C’è bisogno di commentare?

Vorrei però chiudere con un’altra parola. Una bella parola, finalmente: boicottaggio. Uno strumento nonviolento a disposizione dei deboli e dei senza-potere per fare arrivare la loro indignazione a chi sta in alto e non sente ragioni. Da circa un ventennio esiste il movimento internazionale BDS (Boicottaggio, Disinvestimento, Sanzioni), di ispirazione analoga a quello che a suo tempo venne fondato – con un certo successo – per combattere l’apartheid in Sud Africa (qui il link alla sezione italiana: https://bdsitalia.org). Il suo obiettivo è esercitare pressione sui governi israeliani perché pongano fine all’occupazione illegale dei territori palestinesi (un processo tuttora in corso in Cisgiordania), attraverso il boicottaggio dei prodotti provenienti dalle colonie e delle aziende compromesse con le politiche anti-palestinesi. Potrebbe essere importante oggi rilanciarlo, per spezzare la complicità con lo sterminio in corso a Gaza, ma anche per continuare a denunciare l’insostenibilità di un regime di occupazione e di vero e proprio apartheid (con coloni e palestinesi soggetti a una diversa giurisdizione, in Cisgiordania), che dura ormai da troppo tempo. Pensiamoci…