Ma è proprio vero che i russi non si ribellano?

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L’accusa di ‘putinismo’ rivolta a chiunque osi parlare di pace per l’Ucraina e la Russia segna, come un insopportabile riflesso pavloviano, il discorso pubblico occidentale, condizionando ormai azioni e reazioni. Così, appare paradossalmente difficile perfino dire l’ovvio: e cioè che l’immagine di Jorit abbracciato a Putin (un artista abbracciato a un dittatore…) è riprovevole non certo per ‘lesa maestà atlantica’, ma perché è un imperdonabile schiaffo alla Russia che a Putin si ribella: l’unica alla quale dovrebbe andare la fraternità di chi, in Occidente, si schieri dalla parte dei popoli, e non dei governi. Della pace, e non della guerra.

A quella Russia è dedicato il prezioso, piccolo libro di Maria Chiara Franceschelli e Federico Varese (La Russia che si ribella. Repressione e opposizione nel paese di Putin, Altreconomia, 2024), costruito intorno a cinque testimonianze, e sostenuto da un accurato apparato documentario che offre numeri, nomi e date a chi chiede, con sufficienza colonialista, “perché i russi non si ribellano?”.

Nel 2023, 5.024 soldati russi sono stati processati per diserzione: i veri eroi di questa guerra. È, nota Franceschelli, «un record storico assoluto. Nel 2022 erano stati 1.001 casi, nel 2021 ‘solo’ 615». Dal 2022 al gennaio di quest’anno sono stati aperti procedimenti penali contro 1.082 dissenzienti politici, e nello stesso periodo 509 persone fisiche e organizzazioni sono state classificate come ‘agenti stranieri’: ecco chi dovremmo abbracciare pubblicamente. Accanto a chi ha il coraggio di farsi arrestare e processare, molte persone praticano una quotidiana resistenza culturale e morale, secondo quella “teoria delle piccole cose” che non è del tutto ignota anche a noi occidentali, alle prese con una (ovviamente diversissima) crisi della democrazia e della rappresentanza politica. Ogni tanto questo vasto dissenso russo emerge in azioni geniali e coraggiose, come quella dell’artista Aleksandra Skochilenko, «arrestata il 31 marzo 2022 a San Pietroburgo per aver sostituito i cartellini dei prezzi di un supermercato con bigliettini che denunciavano il massacro dell’esercito russo in Ucraina, e per questo condannata a sette anni di carcere». Una protesta simboleggiata dalla scritta «No alla guerra» comparsa nel marzo 2022 sulla Neva ghiacciata, a San Pietroburgo: clamorosa, ma destinata per sua natura a perdersi nell’acqua (e comunque solo dopo essere stata, altrettanto clamorosamente, cancellata).

Le cinque figure scelte dagli autori sono esemplari, ed esemplarmente diverse: l’ottantenne Ljudmila, sopravvissuta all’assedio di Leningrado e per questo intoccabile, ma indomita nella sua contestazione dell’uso strumentale e perverso che Putin fa della Seconda guerra mondiale e della vittoria sul nazismo; padre Ioann, pope ortodosso scomunicato (proprio come Tolstoj), e ora rifugiato in Bulgaria, per aver osato predicare esplicitamente un vangelo di pace, peccato imperdonabile nella chiesa corrotta e serva del potere guidata dal patriarca Kirill; Grigorij, professore universitario di filosofia politica, elencato tra gli “agenti stranieri” e oggi espatriato a Princeton; Ivan, attivista politico con una storia di arresti e torture, che dalla Germania continua a organizzare la resistenza attraverso Zona solidarnosti (Zona di solidarietà), un progetto che assiste i prigionieri politici arrestati per aver manifestato contro la guerra; e infine Katia, redattrice di Doxa, rivista universitaria della Higher School of Economics di Mosca, che aveva continuato a raccontare e ad alimentare il dissenso nonostante il progressivo tradimento dei vertici accademici, sempre più allineati con il Governo di Putin. Storie tristemente accomunate, con una sola eccezione, dalla necessità dell’esilio: e che proprio per questo sono pienamente raccontabili. Ma che rinviano a tante altre ancora in corso all’interno della Russia, tra difficoltà e rischi immaginabili. Storie che dimostrano «che l’opposizione a un regime può assumere tante forme diverse. Siamo abituati a pensare (e a parlare) in maniera superficiale, opponendo consenso e rivoluzione. Ragioniamo in termini di piazze, strade, rivolte, folle e masse. Senza dubbio, molti grandi cambiamenti nella Storia hanno avuto questo aspetto. D’altronde, limitarsi a questa prospettiva ci impedirebbe di cogliere un presente più complesso, in cui questo costrutto binario non trova spazio. Soprattutto, non renderebbe giustizia a un altro tipo di lotte, silenziose, sotterranee ma non meno importanti, che molti cittadini e cittadine intraprendono, nel loro piccolo, ogni giorno, sfidando regimi e violenze. Questo libro indaga ciò che intercorre fra consenso e rivoluzione, fra silenzio e rivolta».

Sono parole importanti, che devono far riflettere anche noi occidentali, incapaci di ribellarci a governi ben meno temibili che, tradendo le nostre costituzioni e i nostri veri valori, condannano violentemente chiunque si azzardi a parlare di negoziato, foss’anche il papa, e ci conducono verso un possibile armageddon nucleare. Sono gli stessi governanti che fino a ieri intrattenevano ottimi rapporti con Vladimir Putin, e che un domani potrebbero tranquillamente ricominciare ad averli. «Il sangue degli abitanti dell’Ucraina macchierà non solo le mani dei governanti della Federazione Russa e dei soldati che eseguono i loro ordini. Esso macchierà le mani di chi tra noi approva questa guerra, o semplicemente rimane in silenzio»: così aveva detto padre Ioann nel sermone che l’ha costretto all’esilio. Vale anche per noi occidentali, che avanziamo come silenziosi sonnambuli verso una guerra mondiale.