Il caso Di Cesare: un post infelice e gli impropri richiami alla “fedeltà all’istituzione”

Tra i tanti scatti d’ira di Ludwig Wittgenstein – che non era notoriamente un uomo pacificato – se ne racconta uno rivolto a una povera donna che si era appena operata e aveva osato dire di fronte a lui di sentirsi come un cane investito da un’auto. Al che egli rispose con disgusto: «Lei non può sapere come si sente un cane investito da un’auto». Questa storiella venne ripresa qualche anno fa in un piccolo saggio filosofico assai godibile – e nulla più – di Frankfurt sulle “stronzate” (Bullshit). La tesi del pamphlet è che, per quanto attiene alle discussioni pubbliche, le stronzate facciano più male delle menzogne. Mentre chi dice o scrive bugie è almeno consapevole della verità, chi pubblica stronzate è disinteressato alla verità delle cose.

L’episodio mi è tornato in mente in questi giorni, in cui giornalisti e intellettuali si sono dimenati nel loro gorgo autoreferenziale da sinistra perbenista – ciò che resta ormai della sinistra progressista – e anche le nostre bolle social hanno per qualche ora avuto di che parlare sulle bacheche, cioè sui luoghi che delle “stronzate” hanno fatto un principio di utilità generale. Mi riferisco ovviamente al clamore del caso Di Cesare e alle sue parole dedicate alla morte di Barbara Balzerani.

Siccome ci tengo a essere intempestivo e fuori moda, dico subito che non ho alcuna intenzione di entrare nel merito di un caso che non è affatto un caso. Il che vuol dire che, per conto mio, le parole di Donatella Di Cesare sono indifendibili. Nel senso che non richiedono neanche di esser difese. Il suo è un post che può esser legittimamente giudicato infelice, inopportuno soprattutto nei tempi, sbagliato per gli effetti sui parenti delle vittime, ingenuo logicamente – facendo intendere che si possa dare una prassi sbagliata di una teoria giusta, cosa che per un’esperta di ermeneutica come la Di Cesare è del tutto priva di senso. Del resto anche l’autrice ne ha ammesso i limiti, tanto da cancellarlo poco dopo. Ma non è un post che si possa equivocare rispetto al giudizio sul terrorismo. Era probabilmente un post superficiale, ma di certo non era equivoco. Voglio dire: non è che non fosse equivoco soltanto perché basterebbe conoscere la biografia della Di Cesare per risolvere ogni dubbio in proposito, ma non era equivoco in sé, persino se l’avesse scritto una persona con una biografia più compromessa con il terrorismo.

E dunque come è stato possibile che si sia alzata questa tempesta mediatica (in un bicchier d’acqua, of course)? Il fatto che sia partita una campagna di stampa – da parte di giornali che si auto-comprendono di sinistra (mentre la comprensione dei propri lettori vacilla sempre di più, temo) – fondata sull’equivocità di quelle parole ha due possibili spiegazioni: o alcuni giornalisti sono ormai analfabeti (cioè non sanno o non hanno tempo per leggere ciò che poi commentano) oppure sono in malafede (cioè stanno accusando qualcuno di aver scritto una stronzata sapendo di dire una menzogna). Ci torneremo ovviamente, a questo rapporto tra stronzate e menzogne nel dibattito pubblico. Ma intanto provo a mettere insieme tre questioni più ampie e più interessanti del solo pretesto da cui le ricavo.

La prima questione ha a che fare col modo in cui gli intellettuali pubblici gestiscono (o s’illudono di farlo) la tensione tra i propri spazi convenzionali – aule d’università, salotti televisivi, articoli giornalistici – e i propri spazi social. Ci sono due ipotesi che prevalgono e nessuna delle due mi pare convincente. Una è quella per cui mentre l’intellettuale ha diritto di dire ciò che gli pare nell’esercizio delle sue funzioni, deve attenersi a una sorta di contenimento e alimentare un surplus di responsabilità quando si trova all’interno di uno spazio senza mediazione come quello dei social. Un’altra ipotesi è invece opposta e si fonda sulla distinzione tra pubblico e privato. L’intellettuale Di Cesare starà attenta a ciò che dice o scrive – e in particolare a come lo dice o scrive – quando prende una posizione pubblica, ma avrà il diritto di dire e scrivere ciò che gli va in uno spazio che in un certo senso gli appartiene, è privato (pur essendo sotto gli occhi di tutti). Perché entrambe queste ipotesi non reggono? Perché è proprio la separazione tra pubblico e privato a essere ormai incapace di spiegare il nostro modo di comunicare. Il che comporta, almeno per me, due conseguenze. Anzitutto, non possiamo rifugiarci nell’alibi del privato per non esercitare una forma di responsabilità pubblica in tutti gli spazi che abitiamo da studiosi o da intellettuali (non parlo per me che per fortuna non sono seguito neanche da me stesso, ma per gli intellettuali pubblici). E poi, cosa ben più importante, non c’è presunzione più grande del credere che i nuovi spazi che la tecnologia ci offre siano neutrali rispetto all’uso che ne facciamo. Buona parte degli intellettuali pubblici cadono spesso in questa presunzione: si illudono di poter agevolmente usare i social senza neanche sospettare di esserne usati. Che il loro stesso profilo pubblico ne uscirà profondamente trasformato, riplasmato, spesso sfigurato fino al punto che la propria notorietà dipenderà da criteri che non hanno più a che vedere né con la credibilità, né con l’autorevolezza, né con il loro consolidato valore scientifico. Ma semplicemente sarà modificato in funzione di provocazioni, conformismi, situazionismi e altre amenità che definiscono il primato competitivo sui social. Insomma, la questione per me non è quella di normalizzare i social (la tesi secondo cui «si tratta di esercitare una maggiore responsabilità rispetto a ciò che scriviamo sulle nostre pagine personali»), ma di non normalizzarli: riconoscendo cioè che i social stanno modificando in peggio sia la selezione sia la funzione dell’intellettuale pubblico, nonostante le nostre buone intenzioni e anche la nostra presunzione di avere tutto sotto controllo.

La seconda questione ha a che fare – questa sì – con la storia degli effetti e le interpretazioni del terrorismo. Come ho già scritto, il post della filosofa non è stato strumentalizzato solo dalla destra, ma anche e soprattutto da numerosi compagni (che per me sbagliano) i quali hanno accusato Di Cesare di essere “una compagna che sbaglia a difendere i compagni che sbagliano” (un po’ come Alla fiera dell’Est di Branduardi). Al di là del caso specifico, ciò che colpisce è un dato di cui andare orgogliosi. In questi decenni la sinistra ha avuto il coraggio di fare i conti con le pagine più buie della propria storia (ecco, in fondo il post di Di Cesare diceva molto male questa ovvietà: che non sono due storie diverse, quella del terrorismo e quella della sinistra che prende distanza dal terrorismo. È questo nodo che rende tragica la vicenda non solo dal punto di vista personale, ma anche politico). Lo ha fatto così tanto e così bene che la maggior parte delle critiche in morte di Barbara Balzerani hanno sottolineato quanto le Brigate Rosse abbiano avuto un ruolo fondamentale nel bloccare la grande stagione di trasformazione sociale e politica della democrazia italiana (lo ha scritto per esempio qui con la consueta lucidità Loris Campetti: https://volerelaluna.it/in-primo-piano/2024/03/11/la-morte-di-barbara-balzerani-la-malinconia-la-rabbia/). Nessuna compiacenza e indulgenza, dunque. Ma un’analisi che mi sembra essere condivisa dai più e che non si limita alla critica della violenza, ma diventa anche una lucida diagnosi di quanto quella violenza sia costata alla storia della sinistra. Ecco, proprio per questo mi pare surreale che alcuni giornali abbiano voluto accanirsi contro il post di Di Cesare, facendolo diventare ciò che proprio non mi pare potesse essere, cioè una traccia della persistenza di una sinistra massimalista, radicale e pericolosamente indulgente con la violenza. È curioso – sono sarcastico – che un giornale come La Repubblica abbia spazio e tempo da dedicare ad accusare la sinistra di essere ancora comunista, di mangiare i bambini e di simpatizzare persino con i terroristi in un tempo in cui la destra di governo falsifica la storia – per esempio riscrivendo la verità sulle stragi – e mitizza i propri terroristi fino al punto che molti di loro sono orgogliosamente nominati consulenti o sono amici di autorevoli esponenti di governo. Ecco, se ci sono conti in sospeso circa la stagione del terrorismo, mi pare riguardino la destra molto più che la sinistra. E dunque perché i giornali della sinistra perbenista se la prendono con Di Cesare, facendo il gioco di una destra che con la propria stagione eversiva non solo non ha fatto i conti ma non pare avere intenzione di farli?

L’ultima questione concerne quel che Kant definiva il «pubblico uso della propria ragione» e che valeva in modo particolare per il lavoro dello studioso. Per Kant – non un pericoloso sovversivo – l’intellettuale deve poter esercitare liberamente la propria ragione, per mantener fede al compito suo proprio (che era «il progresso del rischiaramento», ma noi ci accontenteremmo anche di qualcosa di meno nobile). Torno a Kant per mostrare che in questa discussione non è in gioco – come ho appena mostrato – un supposto revisionismo di sinistra sul terrorismo, ma piuttosto una pericolosa contraffazione della democrazia liberale. Se infatti le cose stanno così, è evidente che non ci possono essere spazi in cui si limiti l’uso della ragione di uno studioso. L’idea che l’obbedienza o la fedeltà all’istituzione possa limitare l’uso della libertà di parola, o che tale libertà sia passibile di censura o possa essere disciplinata e punita è contro ogni principio liberale. È quello stesso principio per cui Mattarella reagisce immediatamente alla mancata presa di parola di Maurizio Molinari ricordandoci che l’università è un luogo «incompatibile con l’intolleranza». D’accordissimo, a condizione che non si scambi per violenza ogni manifestazione di dissenso. Ma l’intolleranza non può essere asimmetrica e non possiamo rivendicare che in università tutti hanno diritto di parola proprio mentre un’università decide di aprire un provvedimento disciplinare nei confronti di una sua dipendente accusata di aver esercitato il proprio diritto di parola. Bene o male, non dovrebbe importare.

Torno così a Wittgenstein. In quella sgradevole risposta c’era una sorta di ossessione del rapporto tra verità e discorso. Possiamo parlare solo di ciò che possiamo sapere e di certo non possiamo sapere come sta un cane dopo essere stato messo sotto da una macchina. Il problema è che la nozione di verità è piuttosto problematica in una democrazia. Si può garantire per i principi costituzionali e per poche altre cose. Ma per il resto la verità si costruisce per conflitti, per lotte di potere, per temporanee percezioni. Non è mai scontata. Il che significa una cosa assai semplice: che, contro la rigidità di Wittgenstein, in una democrazia dobbiamo purtroppo garantire anche il diritto di dire stronzate. Per poi poterle criticare, smontare, relativizzare. Ma mai per metterle a tacere. È il duro lavoro dell’intellettuale pubblico, qualcuno lo dovrà pur fare. A meno che anche l’intellettuale pubblico non sia solo un servo del potere e interpreti il suo ruolo in modo assai sospetto: garantire la libertà di parola a coloro che la pensano come lui e mostrarsi intolleranti fino al punto di chiedere provvedimenti disciplinari a chi la pensa diversamente. Per esempio, per me l’opinione che ha Molinari sulle guerre in corso si avvicina assai più al concetto di “stronzata” (e molto spesso anche a quello di “menzogna”) delle infelici parole di Di Cesare. Però sono d’accordo sul fatto che anche egli le possa e le debba esprimere (le “stronzate”, non le “menzogne”). Cosa che peraltro mi pare che accada anche troppo, dal momento che nella discussione pubblica l’intolleranza è presente in dosi esponenziali nei confronti di tutte quelle posizioni che Molinari e i suoi sodali non condividono.

Su una cosa Frankfurt aveva ragione: le “stronzate” non fanno bene alla discussione pubblica. La dittatura dei social ha accentuato l’evidenza di questo giudizio. Ciò nonostante, temo che usare il timore delle stronzate per costruire uno spazio pubblico in cui si è intolleranti verso chi la pensa diversamente dall’opinione mainstream non sia affatto una buona notizia, ma solo un argomento utile per sospendere sempre di più i fondamenti della democrazia. Strano tempo questo, in cui convivono il moltiplicarsi esponenziale delle “stronzate” e il minaccioso accentuarsi di politiche che limitano il nostro diritto di parola, di manifestazione, di critica.

PS. Pochi tra quelli che hanno attaccato duramente Di Cesare hanno prestato la giusta attenzione alla categoria fondamentale di quel post, che è la “malinconia”. Un sentimento nei confronti dei colpevoli senza il quale, per fare solo un esempio, non potrebbe esserci alcuna giustizia restitutiva.

Gli autori

Sergio Labate

Sergio Labate è professore di Filosofia teoretica presso l’Università di Macerata. Tra i sui temi di ricerca ci sono il lessico della speranza e dell’utopia nell’età secolarizzata, la filosofia del lavoro, le passioni come fonti dei legami sociali, la difesa della democrazia costituzionale nell’epoca del suo disincanto generalizzato. È stato presidente di Libertà e Giustizia. Tra le sue pubblicazioni: “La regola della speranza. Dialettiche dello sperare” (Cittadella 2012), “Passioni e politica” (scritto insieme a Paul Ginsborg, Einaudi 2016), “La virtù democratica. Un rimedio al populismo” (Salerno editrice 2019).

Guarda gli altri post di: