Le manganellate di Pisa non sono un “incidente”

Le manganellate sulla testa degli studenti a Pisa e Firenze, non diverse da quelle che più volte, con l’aggiunta dei lacrimogeni CS ben pericolosi per la salute, hanno colpito a Torino o in Valle di Susa, meritano un ragionamento più ampio rispetto alla situazione contingente.

Sparare a vista” è il titolo di un libro di Camilla Cederna, giornalista scomoda per il Potere, che ricostruisce la feroce repressione nei primi anni Settanta e in particolare le uccisioni, da parte della Polizia, di Saverio Saltarelli, Giuseppe Tavecchio, Franco Serantini, Roberto Franceschi, Claudio Varalli, Giannino Zibecchi. Leggere le pagine della Cederna o di Corrado Stajano sull’assassinio di Franco Serantini, massacrato di botte da 10 “celerini”, con manganelli e calci di fucile sul Lungarno Gambacorti di Pisa il 5 maggio 1972, e poi lasciato agonizzare per due giorni in cella fino al decesso, è più che angosciante. Partecipava a una manifestazione contro un comizio fascista del MSI. Eloquente fu il manifesto di denuncia affisso sui muri di Pisa: “La polizia, a 27 anni dalla caduta del fascismo, uccide per permettere a un fascista di parlare”.

Nella meticolosa opera di controinformazione Camilla Cederna mette sotto accusa non solo la violenza delle Forze dell’ordine ma la “gestione” politica dell’ordine pubblico, il ruolo di copertura garantito alla polizia da una larga parte della magistratura e l’emarginazione dei magistrati impegnati a difendere i diritti dei cittadini. In quegli anni la sigla degli attuali Reparti mobili della Polizia di Stato era la “Celere”, creata da Mario Scelba, area autoritaria della Democrazia Cristiana, dal cui nome deriva il termine scelbismo che automaticamente richiamava la linea dura della repressione antidemocratica delle manifestazioni di dissenso. Scelba, che fu anche il primo firmatario della “Legge truffa” (il tentativo, nel 1953, di modificare a uso e consumo del Potere la legge elettorale svuotando il proporzionale a favore del maggioritario), riteneva la Celere una sorta di “cavalleria motorizzata” e i cavalli erano le jeep lanciate a velocità folle contro i manifestanti.

Milano 17 aprile 1975, Giannino Zibecchi viene travolto e ucciso da un blindato della polizia. Napoli 16 maggio 1975, Gennaro Costantino muore travolto da una jeep della polizia. Le stesse scene della “cavalleria motorizzata” si sono riviste nel luglio 2001 a Genova, in occasione del G8, segnato da una violenza inaudita ma mirata a bloccare la crescita del movimento internazionale contro la globalizzazione neoliberista. E in piazza Alimonda il 20 luglio 2001 viene ucciso Carlo Giuliani. Si può affermare che, senza soluzione di continuità e in questi ultimi tempi con aumento sensibile, non è mai venuto meno il leitmotiv reazionario delle cariche violente e non motivate della polizia, l’uso eccessivo del manganello, del lacrimogeno sparato anche ad altezza d’uomo contro le manifestazioni di dissenso sociale, dello sgombero violento di picchetti e sit in di operai in difesa del posto di lavoro.

Ragionare su come possa un poliziotto colpire con la violenza del manganello la testa di un manifestante, chiedendosi: ma non ha un figlio studente, un parente disoccupato, non ha mai perso il lavoro, non ha mai avuto un’idea di maggiore giustizia sociale ecc., non porta da nessuna parte. Il problema è più generale e investe l’architettura e l’organizzazione delle forze di polizia come dell’esercito le cui leve di comando, con rare eccezioni, sono storicamente rimaste avvolte dal filo nero di responsabili già compromessi con il fascismo e non epurati, i quali a loro volta hanno selezionato i propri eredi per garantire la continuità della visione conservatrice e reazionaria. Ed è difficile entrare in un corpo delle forze dell’ordine e mantenere, quando c’è, una visione progressista in un ambiente fortemente caratterizzato in senso autoritario se, resistendo ai condizionamenti, si rischia l’emarginazione.

È utile ricordare che persino l’agente della CIA Steve Pieczenik, che partecipò ai comitati di crisi durante il rapimento Moro, si diceva stupito della presenza di tanti ex fascisti all’interno dei servizi segreti, tanto da avere l’impressione di ritrovarsi «nel quartiere generale del duce, di Mussolini». Scrive l’ex magistrato Ferdinando Imposimato: «Cossiga, su sollecitazione di Licio Gelli, inserì nel comitato di crisi del Viminale, che gestì il caso Moro in senso contrario alla sua salvezza, affiliati alla P2 tra cui Federico Umberto D’Amato, già capo del disciolto ufficio Affari riservati del ministero dell’Interno (tessera 554), Giulio Grassini, capo del Sisde (tessera 1620), Giuseppe Santovito, capo del Sismi (tessera 1630); Walter Pelosi capo del Cesis (tessera 754), il generale Raffaele Giudice, comandante generale della Guardia di Finanza (tessera 535), il generale Donato Lo Prete, Guardia di Finanza (tessera 1600), l’ammiraglio Giovanni Torrisi, capo di Stato maggiore della Marina (tessera 631). Ancora: il colonnello Giuseppe Siracusano (tessera 1607), il prefetto Mario Semprini (tessera 1637), il professore Franco Ferracuti (tessera 2137), agente della CIA e consulente personale del senatore Francesco Cossiga, il colonnello Pietro Musumeci dell’Arma dei Carabinieri, vice capo del SISMI (tessera 487)».

Non c’è stato il rinnovamento democratico delle forze di polizia nell’immediato dopoguerra per l’amnistia di Togliatti, per l’opera di ostruzionismo della DC supportata dalle pressioni americane e poi per la timidezza del centrosinistra, che anche nei momenti di maggiore forza non ha avuto il coraggio di incidere radicalmente per una svolta, nemmeno per istituire il necessario numero di identificazione sul casco degli agenti, la cui assenza ha sempre garantito l’anonimato a chi usa violenza. La “macelleria messicana” alla scuola Diaz in occasione del G8 a Genova, sostanzialmente impunita, come le torture nella caserma Bolzaneto, ne sono la prova… così come, a breve, finirà nel nulla l’inchiesta sui “picchiatori” di Pisa e Firenze.

Le forze dell’ordine, nel loro insieme, costituiscono un bacino elettorale storicamente di destra, che FdI e Lega si contendono a suon di promesse d’impunità a prescindere. Salvini, per il suo forsennato bisogno di rastrellare voti a danno di FdI, spesso non sa di cosa parla e in relazione alle manganellate di Pisa ha dichiarato che «chi mette le mani addosso a un poliziotto o a un carabiniere è un delinquente», capovolgendo la realtà dei fatti perché sono stati gli studenti a prendere le botte… Ma non vale la pena di commentare frasi di chi, secondo molti, in altra epoca sarebbe stato un buon giullare di corte. Il problema sono le incredibili dichiarazioni del centrosinistra, a prescindere o per mancanza di coraggio politico o per sentirsi parte dell’establishment, a favore delle forze dell’ordine senza capire che in questo modo si accresce solo il distacco con il Paese reale e con quella che dovrebbe essere la sua base di riferimento, perché chi dissente e manifesta rivendica prima di tutto il diritto dei cittadini a partecipare ed essere ascoltati.

Perché per dirla come la cantava Giorgio Gaber «La libertà non è star sopra un albero / Non è neanche il volo di un moscone / La libertà non è uno spazio libero / Libertà è partecipazione» e non bisognava attendere l’importante dichiarazione del Presidente della Repubblica per denunciare la sistematica delegittimazione e repressione del dissenso.

Gli autori

Giovanni Vighetti

Giovanni Vighetti vive a Bussoleno ed è esponente del Movimento No Tav. E' appassionato e conoscitore della montagna che frequenta in scialpinismo, mtb ed escursionismo.

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2 Comments on “Le manganellate di Pisa non sono un “incidente””

  1. Bravo Giovanni
    E’ molto utile ricucire passato e presente per documentare una continuità di presupposti che permette di capire come possano accadere fatti altrimenti inspiegabili come le manganellate sproporzionate di Pisa e Firenze. Occorre tenere alta la guardia perché il rischio autoritario e violento è dietro l’angolo.

  2. Davvero ipocrita questa campagna contro le manganellate della Polizia. La Polizia lo fa (e l’ha sempre fatto) tutte le volte che lo ritiene opportuno, ciò dipende da circostanze locali, dalle coperture politiche e dagli interessi in gioco in quel momento. Quando la polizia si astiene dalla repressione violenta lo fa perché riceve direttive in tal senso e le ragioni sono sempre politiche.
    La Polizia fa un lavoro politico: mantenere l’ordine. Si può credere alla bontà di quell’ordine e quindi si esprime solidarietà alle “forze dell’ordine”, ma se si crede che quell’ordine debba essere messo in discussione, in qualche modo sovvertito, alla Polizia si muovono le stesse critiche che si fanno al sistema che ha bisogno di quell’ordine per continuare ad esistere.
    Per questo la nostra solidarietà va alle studentesse e agli studenti picchiati dalla polizia, così come va al migrante che doveva essere rinchiuso in un CPR (per essere, forse, espulso), che hanno cercato di liberare!
    Noi pensiamo che si debba scegliere senza ambiguità. Noi abbiamo scelto da che parte stare.

    Laboratorio sociale La Città di sotto, Biella, febbraio 2024

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