L’anatema di Israele contro Francesca Albanese

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In una situazione già drammatica, nella quale ogni dichiarazione che persegua il raggiungimento della pace attraverso la fine dell’azione militare israeliana a Gaza viene definita antisemita, come la semplice e stringata dichiarazione a Sanremo del cantante Ghali “Stop al genocidio”, spicca ora l’inserimento da parte di Israele nella sua blacklist di Francesca Albanese, Special Rapporteur Onu sulla situazione dei diritti umani nei Territori palestinesi occupati, accompagnata (per non essere troppo riduttiva…) dalla richiesta al Segretario dell’Onu Guterres di estrometterla dall’incarico.

Questo ennesimo scontro tra Israele e Onu ha preso avvio, secondo fonti giornalistiche, dalle parole pronunciate da Francesca Albanese in risposta al Presidente francese Macron, che aveva definito l’attacco di Hamas del 7 ottobre come il più grande massacro antisemita della storia, con le quali aveva chiarito come, a suo giudizio, le uccisioni dei cittadini ebrei non fossero avvenute per motivi religiosi, ma in risposta all’oppressione di Israele.

Ora – anche a prescindere dalla circostanza che i fatti non sono mai bianchi o neri, onde è difficile spiegare con una sola definizione quanto accaduto, senza tener conto della complessità della situazione – è, a dir poco, inaccettabile che uno Stato sotto processo presso la Corte di Giustizia dell’Onu per un’accusa gravissima come quella di genocidio (rispetto alla quale la Corte ha ritenuto presenti indizi e sospetti) si permetta non solo di inserire nella propria blacklist la Special Rapporteur dell’Onu, ma addirittura di pretenderne l’allontanamento dal ruolo. Come se il fatto di chiamarsi Israele e di avere subito, oltre alla tragedia, indicibile per il suo orrore, della Shoah, l’eccidio criminale del 7 ottobre, lo rendesse legibus solutus e lo autorizzasse a dettare le regole di comportamento dell’Organizzazione delle Nazioni Unite e di chiedere la rimozione o la conferma dei suoi funzionari.

La serietà con cui Francesca Albanese porta avanti il suo lavoro e la competenza dimostrata nel trattare argomento così sensibili sono incontestabili. In ogni caso essa ha il diritto-dovere di esprimere le sue valutazioni. Anzi, tali valutazioni sono particolarmente rilevanti, proprio per il ruolo che ricopre, e la comunità internazionale dovrebbe tenerle in massimo conto. Mentre sarebbe un crimine restare in silenzio quando a Gaza prosegue la carneficina raccontata, per esempio, nei giorni scorsi, in tutta la sua sua drammaticità, sulle pagine di la Repubblica, dal giornalista palestinese Sami Al Ajrami, rifugiato a Rafah (https://www.repubblica.it/esteri/2024/02/07/news/striscia_gaza_notizie_oggi_sami_al_ajrami_padre-422073243/).

L’insofferenza nei confronti di Francesca Albanese non è cosa nuova, anche nel nostro Paese. Nel luglio 2022, per esempio, in occasione della sua audizione da parte della Commissione Affari Esteri della Camera dei Deputati, per riferire sulla situazione oggetto del suo mandato, venne letteralmente aggredita dal presidente, Piero Fassino, con contestazioni tanto pesanti quanto infondate (https://volerelaluna.it/rimbalzi/2022/07/15/ragionare-di-palestina-e-impossibile-anche-nel-parlamento-italiano/).

È difficile usare la razionalità e parlare di Palestina uscendo dagli stereotipi di Israele e dell’Occidente. Anche per la sua coerenza in questo difficile contesto Francesca Albanese merita tutta la nostra solidarietà.

Gli autori

Roberto Lamacchia

Roberto Lamacchia, avvocato in Torino, è presidente dell’Associazione nazionale Giuristi democratici

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