La memoria di Biden e una candidatura in dubbio

image_pdfimage_print

«La mia memoria funziona benissimo», risponde Joe Biden alla domanda di un giornalista che gli chiede spiegazioni in ordine alle conclusioni cui da poco è giunto il procuratore speciale, Robert K. Hur, in una relazione di 345 pagine. Incaricato all’inizio del 2023 dall’Attorney General della Casa Bianca (corrispondente al nostro ministro della Giustizia) Merrick Garland di investigare su un possibile reato di detenzione illegale di documenti coperti da segreto di Stato – relativi al periodo in cui Biden era vice presidente di Obama e trovati dagli avvocati della sua amministrazione in un suo ufficio e nella sua abitazione in Delaware – giovedì scorso lo Special Counsel decide di non esercitare l’azione penale contro l’attuale presidente.

Alla buona notizia dell’archiviazione dell’accusa a suo carico decisa dal procuratore Hur – parte del team del ministero della giustizia ai tempi di Trump e da quest’ultimo poi nominato quale Attorney General in Maryland – si accompagna però, per Biden, un devastante attacco alle sue capacità cognitive, di dubbia interpretazione sul piano politico. In un documento, che entra pesantemente nei dettagli delle facoltà intellettive del presidente, la ragione per cui il procuratore speciale non esercita l’azione Biden penale non riguarda i fatti, ma la difficoltà di provare in giudizio che Biden si rendesse conto di quel che faceva. A differenza di quel che gli avvocati di Biden asserivano, Hur dichiara che non è vero che la sua detenzione di materiale coperto da segreto di Stato non abbia messo in pericolo la sicurezza nazionale. È invece la sua ovvia incapacità di ricordare che «renderebbe difficile convincere una giuria a condannarlo per un reato grave che richiede la prova della volontà dell’azione». Il presidente è, insomma, in uno stato mentale tale che sarebbe assai difficile per l’accusa provare il dolo richiesto dalla fattispecie criminosa, ossia provare che egli si rappresentasse e quindi volesse effettivamente detenere del materiale riservato.

Il rapporto con cui Hur archivia l’accusa descrive ore di confronto in cui il presidente avrebbe dimostrato di non essere in grado di ricordare eventi e fatti importanti e noti, come la data di morte di suo figlio Beau o il periodo della sua vice presidenza. Già in una conversazione registrata nel 2017, con colui che poi ne avrebbe scritto la biografia, Biden «faceva fatica a ricordare molti fatti» e «aveva difficoltà nel leggere e capire le sue proprie annotazioni», scrive il procuratore speciale. Nel 2023, aggiunge, la situazione è decisamente peggiorata. È un resoconto sulla memoria di Biden e sulle sue capacità cognitive del tutto inusuale per un documento legale, commenta il New York Times, che riporta la notizia con grande enfasi (https://www.nytimes.com/2024/02/08/us/politics/biden-special-counsel-report-documents.html). È un chiaro eccesso rispetto ai compiti spettantegli, afferma il presidente (https://www.politico.com/news/2024/02/09/white-house-frustration-with-garland-grows-00140813).

Cosa sta dunque succedendo? Si tratta di un colpo basso messo a segno da un procuratore speciale che in fondo parteggia per Trump, essendo stato parte della sua amministrazione in passato? O siamo invece di fronte a un errore di Merrick Garland, che non ha saputo tutelare il suo presidente, per aver nominato a suo tempo il procuratore speciale e per non aver “sbianchettato” oggi tutte le parti del rapporto che compromettono irrimediabilmente l’immagine di un Biden compos sui, ossia capace di ragionare e quindi di governare un paese come gli Stati Uniti?

Se l’intenzione di danneggiare Biden a vantaggio di Trump da parte di Robert Hur è tutta da provare, è ancora più complicato addossare a Merrick Garland la responsabilità di quanto accaduto. Con un’indagine per i documenti riservati detenuti a Mar-o-Lago da Donald Trump già a novembre 2022 attribuita a un procuratore speciale, qualora nel gennaio 2023 Garland avesse intestato a sé l’investigazione relativa a Biden per fatti analoghi e avesse poi archiviato, la disparità di trattamento sarebbe risultata evidente. Per garantire un’immagine di neutralità al dipartimento della giustizia, vantaggiosa anche per l’attuale presidente nella sua futura corsa elettorale, Merrick non poteva fare diversamente e la scelta di un prosecutor dal passato politico non democratico aveva proprio lo scopo di avvalorare l’imparzialità di un organo di giustizia che, per la prima volta, ha poi esercitato l’azione penale contro un ex presidente in corsa per la rielezione. Né lo US Attorney General avrebbe potuto modificare il rapporto del procuratore speciale senza dover rendere conto al Congresso.

Mentre alla Casa Bianca volano gli stracci, quel che è accaduto sembra invero la spia di un forte disagio per la candidatura di Biden all’interno dello stesso establishment democratico. Quanto la relazione di Hur sia stata o meno concordata con coloro fra i democratici che pensano che il presidente debba ritirarsi dalla corsa elettorale forse non lo sapremo mai. Quel che è certo è che in molti nel mondo dem ritengono ormai certa una sua sconfitta. A suffragare la loro opinione stanno i sondaggi che lo danno come il presidente con il più basso tasso di gradimento dai tempi del secondo mandato di George W. Bush e ne attestano il pericolosissimo progressivo e rapido abbandono da parte dell’elettorato (https://www.nbcnews.com/politics/2024-election/poll-biden-trump-economy-presidential-race-rcna136834), soprattutto giovane (https://www.vox.com/politics/24034416/young-voters-biden-trump-gen-z-polling-israel-gaza-economy-2024-election). Ci sono poi le preoccupazioni per un’economia che, per quanto sbandierata come in ottima salute, non soltanto è sempre tale solo per i pochi che se ne avvantaggiano a danno dei molti, ma rischia altresì di vedere ricomparire gli alti tassi di inflazione – da poco lasciati alle spalle – a causa della guerra nel Mar Rosso, che anche gli Stati Uniti combattono. Le difficoltà cognitive di Biden, al di là del rapporto di Hur, sono sotto gli occhi di tutti e il timore che la situazione peggiori è forte e non infondato. Ecco perché la relazione di Hur, se non concordata, con ogni probabilità costituirà comunque il grimaldello attraverso cui una parte consistente dell’establishment democratico cercherà di aprire la porta a una diversa candidatura. In che modo? Biden potrebbe, per esempio, partecipare alle primarie fino alla convention repubblicana di agosto, accumulando delegati e attaccando Trump, salvo poi «scioccare il mondo intero con l’annuncio del suo ritiro dalla corsa e l’invito ai delegati alla convention di scegliere loro con chi sostituirlo», scrive Ross Douthat sul New York Times. Ciò comporterebbe «uno spettacolo e un entusiasmo che il vecchio Biden non può più offrire» (https://www.nytimes.com/2024/02/10/opinion/joe-biden-convention-2024.html). Fantasie di un opinionista? Forse no e la relazione di Robert Hur potrebbe allora essere il segnale di un prossimo cambio di guardia atteso da molti.

Gli autori

Elisabetta Grande

Elisabetta Grande insegna Sistemi giuridici comparati all’Università del Piemonte orientale. Da oltre un ventennio studia il sistema giuridico nordamericano e la sua diffusione in Europa. Ha pubblicato, da ultimo, Il terzo strike. La prigione in America (Sellerio, 2007) e Guai ai poveri. La faccia triste dell’America (Edizioni Gruppo Abele, 2017)

Guarda gli altri post di:

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *

Questo sito usa Akismet per ridurre lo spam. Scopri come i tuoi dati vengono elaborati.