La memoria: un patrimonio da non strumentalizzare

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«La tragedia della deportazione nei lager nazisti e lo sterminio degli ebrei devono essere ricordati in ogni giorno dell’anno, non solo il 27 gennaio». È un’affermazione, non certo priva di fondamento, che ho sentito spesso sulla bocca dei ragazzi e non solo dei ragazzi. Anche quest’ anno è accaduto: è stata una delle motivazioni addotte dalle studentesse e dagli studenti dell’Istituto di Istruzione Superiore VIII marzo di Settimo Torinese, che dovevano pronunciarsi “contro” l’istituzione del Giorno della Memoria, nell’ambito di un interessante dibattito, nel corso del quale sei classi quinte – due alla volta, in base a sorteggio – sono state chiamate a confrontarsi sull’opportunità o meno di celebrare le varie date del calendario civile. Il Giorno della Memoria, che ricorreva il giorno successivo a quello del nostro incontro, ha avuto in questo dibattito una particolare rilievo e il rischio che possa avere l’effetto di cristallizzare il ricordo dei crimini nazisti e fascisti entro ristretti limiti temporali è stato assai ben rappresentato.

Un rischio che – lo debbo confessare – al momento di firmare la proposta di legge di cui il mio collega Furio Colombo era il promotore e che sarebbe poi stata approvata nel luglio del 2000, non destava in me particolari preoccupazioni. L’istituzione del Giorno della Memoria mi pareva molto utile, quasi necessaria. Combattere l’oblio dei misfatti compiuti dai nazisti e dai fascisti mi sembrava – e mi sembra – l’obiettivo prioritario. Ora che la legge n. 211/2000 sta quasi per compiere un quarto di secolo può, peraltro, essere utile tentare di dare una risposta all’affermazione da cui sono partita.

Per farlo sarà opportuno, innanzitutto, ricordarne il titolo esatto: «Istituzione del “Giorno della Memoria” in ricordo dello sterminio e delle persecuzioni del popolo ebraico e dei deportati politici e militari italiani nei campi nazisti». Il testo, molto breve, precisa poi che «sono organizzati cerimonie, incontri e momenti comuni di narrazione dei fatti e di riflessione, in modo particolare nelle scuole di ogni ordine e grado, su quanto è accaduto al popolo ebraico e ai deportati politici e militari italiani […]».

Ovviamente le criticità nell’applicazione della legge non mancano. L’interpretazione del suo conciso contenuto è stata ed è differente da parte delle scuole, certamente prime, ma non uniche, destinatarie delle norme. In molti casi viene considerato un adempimento prevalentemente formale? È possibile, soprattutto ora che non si riesce, tranne in rari casi, ad avere le testimonianze dirette di coloro che hanno vissuto l’esperienza dei lager e che si sono prodigati, finché hanno potuto, per sostenere l’opera degli insegnanti. È possibile, ma, proprio ora, anche per onorare i deportati e le deportate che tanto hanno lavorato per trasmettere il ricordo della vita e della morte nei lager e che ormai ci hanno lasciati, è estremamente importante consegnare a chi viene dopo di noi una memoria documentata e completa del passato, che, utilizzando opportunamente gli strumenti tecnologici a disposizione, rinunci a ogni retorica e rifugga ogni omissione. Non si deve dimenticare che già ci sono iniziative importanti e originali di molte scuole, che impegnano insegnanti e studenti anche per più settimane. Sono buone pratiche, che dovrebbero essere diffuse. Per tornare al caso da cui sono partita, ad esempio, all’Istituto VIII Marzo di Settimo il percorso, ideato e attuato da Federica Tabbò in collaborazione con alcuni docenti, è durato circa quattro mesi, giungendo alla sua conclusione, con il dibattito che ho descritto, proprio alla vigilia del Giorno della Memoria.

Accanto all’attività delle scuole non si può dimenticare la funzione svolta dai mezzi di comunicazione che, in generale, dedicano molta attenzione alla celebrazione della Giorno della Memoria. Qui, però, risulta evidente che, anche aiutati dal fatto che la data scelta è stata quella della liberazione di Auschwitz, i media, in larghissima parte, si dedicano solo al ricordo della Shoah. Ho già avuto occasione di esprimere su Volere la luna la mia forte critica nei confronti di chi colpevolmente ignora che nei campi di concentramento – Auschwitz compresa – furono deportati e morirono a migliaia anche tanti comunisti, tanti socialisti, tanti oppositori del nazifascismo (https://volerelaluna.it/in-primo-piano/2023/01/27/il-giorno-della-memoria-e-per-tutti-nessuno-puo-essere-dimenticato/ ). L’attività delle scuole può anche essere utile per contrastare questa sospetta tendenza a dimenticare presenze scomode, che ora sono particolarmente sgradite a chi tiene in casa il busto di Mussolini o, più in generale, cerca di limitare le colpe del regime fascista e della monarchia all’introduzione delle leggi razziali. Se è vero che il ricordo dell’immane tragedia della deportazione nei lager non può essere circoscritto a un giorno solo, è, dunque, bene che quel giorno ci sia e che le scuole possano liberamente individuare e attuare i percorsi con cui inserire il Giorno della Memoria all’interno della propria programmazione didattica.

C’è motivo di avere qualche timore sul futuro del Giorno della Memoria? La risposta è positiva per due motivi, il primo specifico e circoscritto, il secondo di carattere generale.

C’è, innanzitutto, un testo di poche righe che l’Ufficio Scolastico Regionale del Lazio, articolazione territoriale del Ministero, ha scritto, nella forma di una Riservata personale” ai dirigenti scolastici. Contiene l’invito «nell’approssimarsi della Giornata della Memoria e alla luce degli scenari internazionali di crisi» a porre «la massima attenzione per prevenire iniziative e comportamenti che possano turbare la serenità degli studenti e delle studentesse nonché il normale svolgimento delle attività didattiche». In conclusione: «ogni elemento di novità al riguardo deve essere rappresentato allo scrivente Ufficio con la massima tempestività».

A quanto ci consta, è la prima volta che il Governo, con un messaggio di un’inquietante ambiguità, interferisce sull’attività delle scuole all’avvicinarsi del 27 gennaio. Nessun dubbio che lo scenario internazionale sia “di crisi”, ma nei molti anni di vita della legge n. 211/2000 non è certo la prima volta che ciò accade. Non credo, quindi, che sia infondata la preoccupazione che il Ministero voglia giungere a condizionare lo svolgimento del Giorno della Memoria. Una data che ricorda inesorabilmente i crimini dei nazisti e dei fascisti. Che non si presta a quella narrazione della storia stravolta che i fascisti, ora al potere, vorrebbero imporre al nostro paese. Come ha detto Eric Gobetti parlando ai giovani dirigenti dell’Anpi, ai quali ha poi rivolto un’esortazione pienamente condivisibile: «Studiate, imparate, non smettete mai di documentarvi, non arrendetevi all’ignoranza: una battaglia culturale si combatte con gli strumenti della cultura. E, come insegna Orwell, non è una battaglia inutile o irrilevante: è la principale battaglia da combattere oggi, per riportare al centro della nostra vita civile i valori della democrazia e della libertà» (https://volerelaluna.it/in-primo-piano/2024/01/26/la-giornata-della-memoria-chi-controlla-il-passato/).

Salvaguardare la libertà delle scuole e valorizzare il significato del Giorno della Memoria fa parte di una battaglia culturale che vale la pena di combattere sino in fondo.