Torino e il “caso Askatasuna”: due modelli di città

image_pdfimage_print

La scelta, non facile, del centro sociale Askatasuna e del Comune di intraprendere un percorso di dialogo e di sperimentare forme nuove, quali il bene comune e la co-progettazione, infrange il modello “Torino laboratorio di repressione” (https://volerelaluna.it/in-primo-piano/2024/02/02/ce-qualcosa-di-nuovo-sotto-il-sole-askatasuna-e-il-futuro-dei-centri-sociali/), lasciando intravvedere un’altra città possibile. Si scorge, come nella Berenice di Calvino, la città giusta e l’ingiusta, l’una dentro l’altra, l’immagine di un modo diverso di intendere la città, nel senso del diritto alla città come luogo di vita e di partecipazione politica e sociale e non come “merce” dalla quale estrarre valore con eventi e la riduzione a vetrina turistica.

Due laboratori, due modelli di città (https://volerelaluna.it/territori/2024/01/11/per-un-manifesto-contro-la-citta-autoritaria/). Lo sottolineo. Si discorre di visioni della città, perché la delibera sul bene comune è da leggere non come risoluzione di un problema di ordine pubblico, ma come idea di un territorio vivo, dove la conflittualità non è neutralizzata e la partecipazione valorizzata. In altri termini, si ragiona di un altro modello di democrazia.

È utopia? È un’operazione per sterilizzare una esperienza di alternativa radicale? Il rischio c’è; sono le insidie delle forme nuove, partecipative di democrazia, sospese fra la concretizzazione di “più partecipazione”, “più autogestione”, e assorbimento e depotenziamento del conflitto, dell’opposizione, del dissenso. Starà alle forze politiche in campo far sì che questo sia un modo diverso per mantenere «la forza della critica totale» (Pasolini) senza scivolare in una «confortevole, levigata, ragionevole, democratica non-libertà» (Marcuse).

Non sarà un percorso facile. Si regge su un sottile filo di equilibrio. Dalla parte di Askatasuna, c’è il mantenimento di una radicalità forte nel contesto di una cornice condivisa con il Comune; da parte delle istituzioni, c’è il confronto con un progetto politico e una protesta che urta e inquieta. Ma questa è la complessità di una democrazia conflittuale, è l’indicatore di un suo buono stato di salute. È un segnale controcorrente rispetto all’immagine di una democrazia che non tollera gli scioperi, che reprime l’eco-attivismo, che espelle il pensiero divergente, così come di una democrazia atrofizzata. È una sperimentazione “antagonista”, per riprendere provocatoriamente una etichetta utilizzata in senso squalificante e generalizzante, rispetto al modello imperante: repressivo, omologante e passivizzante.

Fra i connotati più evidenti di Torino “laboratorio di repressione”, si segnala un “attivismo” giudiziario contro tutte le possibili, anche minime, violazioni di legge, civili, penali, amministrative, sperimentato per anni sugli appartenenti al movimento no Tav e applicato a chi agisce il conflitto sociale. Colpisce leggere sul sito della Procura che il pool di magistrati che abitualmente si occupa dei reati inerenti la protesta è rubricato sotto la voce “Terrorismo ed eversione dell’ordine democratico”. Il dissenso e la protesta, lungi dall’essere ascrivibili al terrorismo (i tentativi in merito sono stati cassati dalla stessa magistratura) non sono eversivi dell’ordine democratico ma elemento imprescindibile della democrazia. Il concetto di un ordine presupposto è lontano da un orizzonte che implica pluralismo e discussione.

Certo, la commissione di reati va perseguita, ma la responsabilità penale è personale. Ragionevolezza e proporzionalità devono essere il parametro per determinare le fattispecie incriminatrici, così come per comminare misure cautelari e pene, e, a maggior ragione, per adottare misure di prevenzione. Invero, le misure di prevenzione, come fogli di via, avvisi orali, obblighi di dimora, adottate dal Questore, se pur rinverdite con l’inserimento nel codice antimafia, restano un retaggio fascista, di assai (e più che) dubbia legittimità costituzionale. E poi c’è il comportamento violento delle forze dell’ordine nelle proteste. Penso al primo maggio, dove la volontà di impedire l’ingresso nella piazza allo spezzone sociale produce scontri ormai “classici” (https://volerelaluna.it/territori/2022/05/03/primo-maggio-a-torino-ancora-violenze-di-polizia/, evitati solo nel 2023, grazie a un intenso dialogo preventivo), ai manganelli sugli studenti antifascisti all’università (https://volerelaluna.it/in-primo-piano/2023/12/07/antifascismo-e-repressione-il-barometro-non-segna-bel-tempo/), ma il discorso può estendersi agli sgomberi di edifici occupati o alla resistenza agli sfratti.

Torino è un laboratorio, ma la tendenza è globale: reprimere, dissuadere, intimidire la protesta. È una parte del mondo che, di fronte a diseguaglianze insostenibili, agli effetti di una competitività sempre più violenta, si blinda. La Torino che guarda oltre la stigmatizzazione dei centri sociali come covo di illegalità e riconosce valore all’autorganizzazione di attività sociali e culturali, alla partecipazione dal basso, indica un altro percorso possibile, che, “per inciso”, è nel segno della Costituzione. È il tentativo di cogliere le potenzialità di una categoria, il “bene comune”, come modo per ripensare il bene pubblico come “dei cittadini”; con la dovuta attenzione a non ridurlo ad ammortizzatore del dissenso o a mezzo attraverso il quale dismettere lo Stato sociale.

È una sfida mantenere la radicalità di una esperienza autogestita e autorganizzata, in una nuova cornice, così come aprire alla divergenza, invece di reprimerla, senza pretendere di depotenziarne le caratteristiche, garantendo la dinamicità plurale, la vitalità, la possibilità di trasformazione, della democrazia. È un piccolo passo, la delibera sul bene comune e non lo sgombero, che interroga la democrazia. L’essenza della democrazia è nella partecipazione attiva, nell’espressione del conflitto. È opportuno ricordarlo tanto più oggi, quando scellerate riforme, quali il premierato, con la scelta del capo e un modello decidente di democrazia, la degradano a strumento di controllo e gestione del potere.

Gli autori

Alessandra Algostino

Alessandra Algostino è docente di Diritto costituzionale presso l’Università di Torino. Fra i suoi temi di ricerca: diritti, migranti, lavoro, democrazia, partecipazione e movimenti, rapporto fra diritto ed economia, pace. Fra i suoi libri e saggi: "L’ambigua universalità dei diritti. Diritti occidentali o diritti della persona umana?", Napoli, 2005; Democrazia, rappresentanza, partecipazione. Il caso del movimento No Tav, Napoli, 2011; "Diritto proteiforme e conflitto sul diritto", Torino, 2018; "La partecipazione dal basso: movimenti sociali e conflitto", in Quaderni di Teoria Sociale, n. 1/2021; "Genere ed emancipazione fra intersezionalità e dominio: una riflessione nella prospettiva del costituzionalismo", in Uguaglianza o differenza di genere? Prospettive a confronto, Napoli, 2022; "Pacifismo e movimenti fra militarizzazione della democrazia e Costituzione", in Il costituzionalismo democratico moderno può sopravvivere alla guerra?, Napoli, 2022.

Guarda gli altri post di:

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *

Questo sito usa Akismet per ridurre lo spam. Scopri come i tuoi dati vengono elaborati.