Può la Costituzione reggere l’urto a cui è sottoposta?

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Già trent’anni fa, Alfonso Di Giovine e Mario Dogliani denunciavano la crisi profondissima nella quale il principio democratico era sprofondato. L’idea di una democrazia anche sostanziale, intrisa di principi di giustizia materiale che reclamano attuazione, cominciava a mostrare la corda, incalzata da un’idea di democrazia sempre più minima e formale, tutta ripiegata sulle regole procedurali attraverso cui possono essere assunte le decisioni collettive. Da una democrazia davvero «emancipante» – sintetizzavano gli autori nel titolo del loro contributo, citando Giuseppe Cotturri – si stava scivolando verso una più modesta «democrazia senza qualità». Come noto, dietro il minimalismo democratico c’è l’idea schumpeteriana della democrazia come un mercato, dominato dalla competizione per il consenso. Un’idea che, cadendo anch’essa nella trappola ideologica dalla quale vorrebbe sfuggire, assume come acquisite condizioni materiali tutt’altro che realizzate: l’effettiva uguaglianza dei voti; un’opinione pubblica genuinamente formata; un sistema di partiti effettivamente rappresentativi dei bisogni e degli interessi presenti nella società. Ma soprattutto si tratta di un’idea che ha contribuito a espungere – o quantomeno allontanare – dall’orizzonte delle nostre democrazie il compito di trasformare la società nella direzione emancipante tracciata dai principi costituzionali.

Al di là della qualificazione di questo progetto (come un insieme di promesse «non mantenute», oppure come un insieme di buoni propositi ab origine irrealizzabili), il punto cruciale messo in luce dagli autori era un altro: dalla riflessione politico-filosofica, quella mutilazione stava migrando anche sul terreno concreto dell’agire politico. Esaurita la spinta politica all’attuazione costituzionale, agli inizi degli anni ’90 cominciava infatti a delinearsi una nuova stagione, nella quale l’oggetto della contesa politica tende a spostarsi – per diverse ragioni, alcune riconducibili a fenomeni nazionali altre a dinamiche transnazionali – dagli strumenti per l’attuazione del progetto costituzionale al progetto stesso. È la desiderabilità di quel progetto (o di significative parti del medesimo) a essere messa, più o meno esplicitamente, in discussione. Un attacco frontale, che non si è limitato alla forma di stato (sociale) disegnata dalla Costituzione, ma che ha coinvolto anche la forma di governo parlamentare, il modello organizzativo che, più di ogni altro, è funzionale alla realizzazione degli obiettivi emancipanti sanciti dalla Costituzione. Sono proprio questi gli anni in cui l’ideale maggioritario e il rafforzamento dell’esecutivo, ritenuto ostaggio della partitocrazia, si traducono in iniziative riformatrici concrete, come il referendum elettorale del 1993 e i primi grandi progetti di revisione costituzionale, tra l’altro in deroga alla procedura ordinaria prevista dall’art. 138 Costituzione. Dalla «lotta sulla Costituzione» – hanno scritto Mario Dogliani e Ilenia Massa Pinto – si è così passati alla «lotta per la Costituzione». Un insieme di riforme tese, in ultima analisi, a trasformare radicalmente, forse irrimediabilmente, il principio rappresentativo: «da rappresentanza-rispecchiamento [osservano ancora Di Giovine e Dogliani] delle identità sociali definite dai loro bisogni a rappresentanza-investitura del potere di governo». Un tipo di rappresentanza, dunque, interamente funzionale alla legittimazione dei governanti, ma sempre più incapace di svolgere la sua funzione propriamente costituzionale: dare voce e comporre tutti gli interessi e i bisogni presenti nelle società pluraliste. E nel mercato del consenso, a rimanere spesso senza voce sono proprio i bisogni dei soggetti economicamente, socialmente e culturalmente svantaggiati.

Insomma, la riduzione, mascherata da realismo, dei contenuti necessari della democrazia, da un lato, la trasfigurazione della rappresentanza politica, dall’altro, hanno di fatto sterilizzato la tensione riformatrice del progetto costituzionale. Come se quel progetto fosse – nella migliore delle ipotesi – una mera clausola di non regresso, posta a garanzia dei traguardi di giustizia faticosamente raggiunti (l’essere), e non una direzione di marcia lungo la quale procedere (un dover essere). Il mercato del lavoro, la tutela della salute, l’organizzazione della sanità, il fisco e la disciplina dell’immigrazione… sono tutti ambiti nei quali, dagli anni ’90 in poi, è difficile rintracciare un organico intervento riformatore, teso a innalzare i livelli di protezione già raggiunti. Mentre è molto più facile rintracciare, negli stessi anni, leggi elettorali e progetti di revisione costituzionale del tutto coerenti con il principio rappresentativo inteso, regressivamente, come strumento di investitura anziché di rispecchiamento.

Oggi quelle tendenze stanno compiendo, se possibile, un ulteriore salto di qualità. A essere messi in discussione non sono solo più i contenuti polemici di quel progetto (in particolare, il principio di uguaglianza sostanziale e la tutela dei soggetti deboli), ma anche i presupposti sui quali il medesimo si regge. È infatti questo il quadro che emerge mettendo in fila: le recenti misure legislative in materia di immigrazione, tra le quali spiccano quelle sempre più restrittive dedicate all’accoglienza dei minori stranieri non accompagnati (categoria di fragili tra i fragili); la imminente riforma fiscale (incentra su misure, come la progressiva riduzione delle aliquote IRPEF e il concordato preventivo allargato, difficilmente conciliabili con i principi solidaristici di progressività e capacità contributiva sanciti dalla Costituzione); il progetto di revisione costituzionale teso a introdurre in Costituzione l’elezione diretta del Presidente del Consiglio, accompagnata da un cospicuo premio di maggioranza (un anomalo premierato rinforzato, non facilmente armonizzabile con la nostra forma di governo parlamentare); le recenti parole del Presidente del Senato, indicative peraltro di un atteggiamento più generale, in merito all’«assenza in Costituzione della parola antifascismo» (parole che – come evidenziato da Corrado Caruso sul sito dell’Associazione nazionale dei costituzionalisti – tentano di spostare la Costituzione dall’orizzonte antifascista a quello, meno intransigente, dell’afascismo). Senza peraltro dimenticare il clima di ostilità che circonda quanti – come gli studenti e i movimenti ecologisti – manifestano apertamente il proprio dissenso, esercitando diritti costituzionalmente garantiti. Si potrebbero fare anche altri esempi, ma questi paiono più che sufficienti a delineare un atteggiamento di profonda insofferenza non solo verso la Costituzione e la cultura politica che l’ha prodotta, ma anche verso il modello (inclusivo) di società dalla medesima prefigurato. Un’insofferenza che appare ancora più evidente se gli esempi fatti sono calati dentro la prospettiva identitaria e di vera e propria “rivincita culturale” che la principale forza politica di maggioranza sembra aver assunto. Una prospettiva che, in nome dell’investitura popolare, conduce a rivendicare il diritto di “riequilibrare” poteri e organi costituzionali, come la magistratura e la Corte costituzionale, o ambiti, come quello dell’informazione e addirittura dell’intrattenimento o della satira, ritenuti ideologicamente ostili.

Potrà la Costituzione reggere un tale urto? Difficile dirlo. La strada dello svilimento costituzionale era già tracciata, ma la profondità dell’odierno attacco polemico è forse senza precedenti. Probabilmente l’impegno collettivo di quanti credono ancora in quel progetto emancipante è l’unico strumento per garantire alla nostra Carta qualche chanches di sopravvivenza, anche quando – per dirla alla Bobbio – le prospettive di successo sembrano davvero minime. L’alternativa è rimanere indifferenti, derubricare l’odierna stagione a una parentesi folkloristica e sperare che, ancora una volta, tutto vada bene. Ma questa, più che un’alternativa, sembra un azzardo.

* Gli scritti richiamati nel testo sono: Alfonso Di Giovine e Mario Dogliani, Dalla democrazia emancipante alla democrazia senza qualità?, in Questione giustizia, n. 2/1993, 321 ; Mario Dogliani e Ilenia Massa Pinto, La crisi costituzionale italiana nell’attuale fase della “lotta per la Costituzione”, in Costituzionalismo.it, 1/2006, 1; Giuseppe Cotturri, La democrazia senza qualità. Politiche istituzionali e processo costituente in Italia, Franco Angeli, Milano, 1988; Corrado Caruso, Un patto repubblicano contro il neofascismo, www.associazionedecostituzionalisti.it

Gli autori

Matteo Losana

Matteo Losana è professore associato di Diritto costituzionale presso il Dipartimento di Giurisprudenza dell’Università di Torino. È autore di saggi e monografie in tema di fonti del diritto e diritti costituzionalmente garantiti.

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