La Palestina, la giustizia internazionale, i diritti delle vittime

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Sembra esserci un accordo assoluto sulla importanza storica – oltre che per il caso specifico, per le implicazioni su ruolo, immagine e futuro del diritto internazionale – del processo che si è aperto con l’iniziativa del Sud-Africa, e con la prima, urgente, precisa risposta da parte della Corte internazionale di giustizia sulla qualificazione e le responsabilità, fino al genocidio, dei crimini commessi dallo Stato di Israele contro il popolo palestinese (https://volerelaluna.it/in-primo-piano/2024/01/30/la-corte-internazionale-di-giustizia-e-israele-una-decisione-storica/). Ed è, in un certo senso, irrilevante il fatto che il termine “assoluto” si riferisca all’insieme dei pareri fortemente positivi o altrettanto fermamente negativi: gli scenari così polarizzati sono espressione di contrapposizioni geopolitiche e di interpretazioni molto conflittuali del diritto internazionale, che hanno nella guerra di Israele, scatenata come reazione all’attacco di Hamas del 7 ottobre, lo scenario più riassuntivo.

Le riflessioni che seguono non hanno l’obiettivo di fare il punto al riguardo. Il loro quadro di riferimento, molto concreto, è l’esperienza-dottrina di un organismo internazionale indipendente, il Tribunale Permanente dei Popoli, che su richiesta dei popoli interessati, ha affrontato molti dei casi più critici di violazione del diritto internazionale (e di impunità)) e che ha pensato alle 50 e più sessioni della sua storia come a un unico, diversificato strumento di ricerca sulle categorie di riferimento necessarie per supplire all’insufficiente capacità e indipendenza del diritto internazionale degli Stati: specificamente quando sono poteri forti statali a dover essere giudicati. Al centro della logica e dello statuto del TPP sta una constatazione. Per il diritto internazionale degli Stati, così come esiste e si esercita come prolungamento del diritto penale generale, chi è accusato di un crimine è il destinatario di tutte le garanzie mentre individui-collettività-popoli vittime non sono al centro del processo come soggetti inviolabili di diritto, dandosi per acquisito che i poteri statali formalmente riconosciuti siano i loro garanti, in quanto titolari di poteri legittimi. Il paradigma del TPP è capovolto: le evidenze fattuali di violazioni dei diritti fondamentali sono il punto irrinunciabile di riferimento, e fanno delle vittime i primi soggetti e rappresentanti inviolabili dei propri diritti. Non può esistere una legittimità a priori di poteri legalmente riconosciuti. La priorità obbligatoria che deve essere riconosciuta, difesa, restituita è quella delle vittime, anche e soprattutto se sono in situazione di marginalità-repressione per qualsiasi causa che le abbia esposte a gravi-fatali violazioni della dignità e della vita.

In questa ottica, il dato certo e potenzialmente rivoluzionario della decisione della Corte internazionale di giustizia è l’avere riconosciuto come imprescindibile e sufficiente per accogliere l’accusa formulata dal Sud-Africa (e ritenere non plausibile la difesa di Israele) l’evidenza che la vita di un popolo era stata attaccata, non importa per quale causa, in modo da distruggerne tragicamente la possibilità stessa di esistere oltre che, potenzialmente, per minacciarne l’identità e la sopravvivenza con un vero e proprio processo genocidiario. La forza giuridicamente innovativa del giudizio è anche quella di rigettare implicitamente una trappola tanto frequente nelle politiche degli Stati, non ritenendo plausibili etichette come quella di “terroristi” che da anni vengono imposte a non importa quale entità che disturba politiche di potere. Gli USA sono quelli che con più facilità ricorrono (imponendolo anche ad altri Stati) a questo “titolo”, che coincide di fatto con l’inclusione in una lista nera che comporta l’arbitraria espulsione di quei soggetti (individui, gruppi, minoranze, popoli) da ogni diritto di cittadinanza. La centralità-urgenza-obbligatorietà di farsi carico dell’esistenza e della storia reale del popolo palestinese (da Gaza alla Cisgiordania, con la continuità tragica dei tanti modi di distruzione e annientamento, dai bombardamenti a condizioni di vita indescrivibili: l’Unicef ha dato priorità, nel proprio budget, alla riduzione dell’accumularsi intollerabile di “escrementi umani”…) mette a questo punto in primo piano la credibilità del diritto internazionale: sarà possibile obbligare Israele e i suoi alleati (USA, UK, Canada…) che ne condizionano la vita e sono di fatto conniventi nei crimini commessi ad obbedire agli ordini della Corte?

La discussione sulla definizione di quanto da mesi succede in termini di “genocidio” (riconosciuta come più che motivata da tante parti e non solo da attivisti, ma oggetto di rifiuto “senza se e senza ma” da altri) è in questa prospettiva sostanzialmente marginale, pur se simbolicamente importante. Infatti qualificare come genocidio dei “crimini orrendi” – secondo le parole del Segretario delle Nazioni Unite – non significa evocare violazioni materialmente più gravi di quelle successe a Gaza o in Cisgiordania. Il Tribunale Permanente dei Popoli stesso (non da solo, sostenuto da esperti, e mai sconfessato) ha riconosciuto come tali vari casi: Rohingyas, Tamil, la Colombia nei 70 anni prima di Petro, i popoli dell’Amazonia… La qualificazione di genocidio implica una responsabilità più pianificata e sistematica da parte di chi lo commette o permette o collabora attivamente o per omissione. Il problema del chi e come applicherebbe una sentenza rimane. È chiaro, peraltro, che nel caso di Israele il “simbolo” sarebbe enorme. Come ben sottolineato da Roberta de Monticelli (https://ilmanifesto.it/la-difesa-di-israele-e-la-politica-della-memoria ) si tratta di rompere un tabù: la vittima della Shoah diventerebbe il moderno attore dello stesso crimine da cui è nato lo Stato di Israele. E l’antisemitismo crescerebbe in modo intollerabile.

Dal punto di vista del TPP lo scenario è molto diverso e riprende in sostanza quanto sostengono già da molti anni, dentro e fuori Israele, storici autorevoli soprattutto ebraici (e già in precedenza Einstein, Primo Levi, Hanna Arendt): lo Stato di Israele non coincide con l’identità e i diritti inviolabili del popolo ebraico che è la vera vittima della Shoah. È universalmente noto che lo Stato di Israele è nato da un’operazione coloniale di lungo periodo, che ha potuto tradursi in uno Stato come espressione molto controversa di un “dovere di riparazione” da parte degli Stati che avevano sconfitto e giudicato il nazismo. Storicamente, lo Stato di Israele, come sua prima espressione, viola gli accordi sui quali si è formato, e attiva, con la nakba, quel lungo processo genocidario del popolo palestinese che, ignorando tutte le decisioni della Nazioni Unite, è continuato nelle più diverse forme fino alla tappa in corso. Rompere il tabù di cui si è detto significherebbe chiamare una volta per tutte con il suo nome la politica dello Stato di Israele, che esplicitamente rigetta tutte le competenze delle Nazioni Unite, forte di un potere di veto e dei supporti degli USA, che dovrebbero essere il primo co-imputato, ma che a loro volta si dichiarano esenti dagli obblighi internazionali disposti da una Corte che ha un potere vincolato da un Consiglio di Sicurezza ben vigilato (senza dimenticare la buona, simbolica, importante notizia che una formale denuncia contro il Governo USA è stata presentata nel Tribunale di Oakland, e che altrettanto è stato fatto contro il Governo inglese a Londra: https://volerelaluna.it/in-primo-piano/2024/01/30/la-corte-internazionale-di-giustizia-e-israele-una-decisione-storica/). Quanto detto, evidentemente, non cancella né diminuisce la necessità di dare all’attacco del 7 ottobre tutte le condanne necessarie per quanto commesso (che ancora attende, come tutto in questa tragica storia, una valutazione effettivamente indipendente), tenendo peraltro presente che la storia-identità di Hamas non può essere considerata coincidente con quella del popolo palestinese.

Lo spazio grande aperto dalla decisione della Corte internazionale di giustizia non può distrarre da quanto succede alle popolazioni concrete di Gaza, dalla complementare componente genocidaria rappresentata da quanto accade in Cisgiordania e dalle migliaia di prigionieri anche minori rinchiusi nelle carceri israeliane. Le posizioni assunte dagli Stati alleati-obbedienti agli USA (l’Italia è sempre presente senza dubbi, anche rispetto ai finanziamenti all’UNRWA) sono il segnale più drammatico che, aldilà di tutte le questioni giuridiche, la vita concreta delle persone che non rientrano nei giochi di potere ha un destino coerente con quello degli ostaggi (o, forse, ancor peggiore). Il tempo aperto dallo spiraglio simbolico della Corte continua a indicare che il diritto internazionale è a rischio di essere un cerimoniale da usare nei teatri diplomatici: la politica dei nostri paesi lo può ignorare-sospendere, di fatto, negandone l’obbligatorietà: che può coincidere tranquillamente con non importa quante “vittime” dichiarate non-umane. È di fatto un crimine sistemico: programmato, confermato, al di là (anzi con l’aggravante) di tutte le dichiarazioni in contrario. Un rituale che coincide con quanto succede al popolo trasversale dei migranti: palestinesi della globalità. Era molto lucido Mandela quando diceva che sul destino concreto della causa-popolo palestinese si metteva alla prova la capacità-qualità di civiltà del progetto di futuro del mondo.

Gli autori

Gianni Tognoni

Gianni Tognoni, medico, è esperto di epidemiologia clinica e comunitaria. E' stato direttore del Consorzio Negri Sud. Attualmente opera nel Dipartimento di Anestesia-Rianimazione e Emergenza-Urgenza , Fondazione IRCCS Ca’ Granda Ospedale Maggiore Policlinico, Milano. E' presidente delComitato Etico, Università Bicocca, Milano.

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