Le primarie repubblicane negli Usa: verso l’incoronazione di Trump

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Donald Trump inizia la sua corsa presidenziale con la tromba, con il 51% di preferenze e un distacco di 30 punti percentuali dai suoi concorrenti, Nikky Haley e Ron De Santis – rispettivamente ex governatrice del South Carolina e ambasciatrice Onu sotto George W. Bush, la prima, e attuale governatore della Florida, il secondo – ad appena mezz’ora dallo spoglio. Mai prima un candidato repubblicano aveva ottenuto una vittoria così schiacciante al primo appuntamento elettorale. Un successo annunciato da tutti i sondaggi, quello dei caucuses repubblicani dell’Iowa, con cui comincia il processo di selezione popolare del candidato alla presidenza per la tornata elettorale del 2024. Nonostante sia un piccolo Stato, con un numero ridotto di delegati alla Convention repubblicana in cui verrà deciso il candidato ufficiale (35 delegati di cui il 15 gennaio 20 sono andati a Trump, 8 a Ron De Santis e 7 a Nikki Haley), da sempre l’Iowa rappresenta un’importante vetrina nella corsa per le presidenziali, soprattutto nel mondo repubblicano. La sua tradizionale collocazione, quale primo Stato in cui si svolgono le selezioni nazionali, attribuisce ai suoi caucuses una forte spinta propulsiva o interruttiva dei candidati. Malgrado un elettorato numericamente esiguo, la sua demografia infatti ben rispecchia la base repubblicana, giacché si tratta di uno Stato rurale -conosciuto per avere una maggior densità di maiali piuttosto che di umani – la cui popolazione è in stragrande maggioranza bianca. A conferma di quel che si viene dicendo, dopo il suo deludente posizionamento di lunedì scorso, sta il ritiro dalla corsa dell’imprenditore bio-tech, Vivek Ramaswamy, che ha già affermato il suo endorsement a favore di Trump.

La corsa alla candidatura per le presidenziali repubblicane è però quest’anno caratterizzata da un peculiarissimo aspetto, giacché vede correre Donald Trump più come un vero e proprio incumbent che come semplice candidato alla pari degli altri. Pur non essendosi praticamente fatto vedere in Iowa, se non a ridosso dei caucuses, l’ex presidente ha mobilitato ugualmente la base repubblicana che, nonostante il freddo fuori dal comune, si è riversata nei seggi per attribuirgli una vittoria senza precedenti. Una base meno ampia del solito, si dirà, ma ciò forse proprio per via dell’implicita veste di incumbent attribuita a Trump dalla percezione collettiva – che agli occhi dei tanti rende quasi superflua la selezione dei candidati. L’intera campagna elettorale dell’ex presidente ha poi toccato temi di rilevanza nazionale, a differenza di quel che di solito accade, giacché di norma sono le questioni prettamente locali che vengono analizzate e su cui i concorrenti si espongono: anche questa una conseguenza dello speciale status attribuito a Trump dagli elettori repubblicani.

In questo mese – e forse già prima delle primarie in New Hampshire il prossimo 23 gennaio- the Donald dovrà affrontare due appuntamenti giudiziari. Si tratta da un canto di una sicura condanna sul piano civile da parte del giudice di Manhattan, Arthur F. Engoron, per frode nei confronti delle banche – per aver gonfiato i propri averi al fine di ottenere prestiti – nonostante la testimonianza dei rappresentanti di queste ultime che i prestiti sarebbero stati ritenuti sicuri in forza di una indagine condotta internamente. Si è poi aperto un nuovo dibattimento, che vede convenuto Trump in un secondo processo per diffamazione nei confronti di E. Jean Carrol, la scrittrice che ha già vinto contro di lui in un precedente giudizio ottenendo un risarcimento pari a circa 5 milioni di dollari.

Il coinvolgimento giudiziario di Trump, che riguarda un ampio complesso di procedimenti e processi a suo carico, potrà mai fermarne la corsa? La risposta sembra essere non soltanto negativa. Paradossalmente è, infatti, proprio l’attacco subìto sul piano giudiziario ad averne notevolmente rafforzato le chances di vittoria. Il New York Times riferisce come subito dopo le elezioni di midterm del 2022 il suo gradimento presso l’elettorato repubblicano fosse calato. Secondo un sondaggio condotto da Suffolk University/USA Today il 61% di loro diceva che, pur essendo d’accordo con le politiche di Trump, avrebbe voluto un candidato presidenziale diverso da lui: un impressionante 76% degli elettori repubblicani in possesso di una laurea era di quella opinione. Questo mese lo stesso sondaggio riporta, invece, come Trump abbia il sostegno del 62% dell’elettorato repubblicano, fra cui il 60% dei laureati. La ragione del mutamento di opinione? La diffusa percezione di un ingiusto attacco giudiziario nei confronti dell’ex presidente che ha ricompattato tutti a suo favore (https://www.nytimes.com/2024/01/14/us/politics/trump-college-educated-voters.html). Ah l’eterogenesi dei fini! Forse solo un processo che riuscisse a dimostrare che Trump sapeva che nessun broglio elettorale era avvenuto nel 2020, e ciò nonostante aveva incitato il suo popolo alla rivolta, potrebbe fargli perdere consenso. Il processo che il procuratore speciale federale Jack Smith sta portando avanti contro di lui per i fatti del 6 gennaio 2021 potrebbe però essere posticipato, magari fino a dopo le elezioni di novembre. E su questo Donald Trump conta parecchio (https://volerelaluna.it/commenti/2024/01/03/lombra-dei-giudici-sulle-elezioni-degli-stati-uniti/).

Nel frattempo la gara delle primarie repubblicane si gioca tutta per il secondo posto, laddove un’eventuale squalifica dell’ex presidente da parte della Corte Suprema federale (che ne sta esaminando i presupposti), una sua condanna nel processo per i fatti del 6 gennaio con conseguenze negative per lui in termini di consenso, o ancora una malattia che lo escludesse dalla corsa, darebbero al secondo arrivato la palma del vincitore. È per questo che Nikky Haley e Ron De Santis si combattono fra di loro molto di più di quanto non cerchino di misurarsi con Trump. D’altronde su di loro puntano i poteri forti del mercato: inizialmente a favore di Ron De Santis – che a inizio 2023 ha ricevuto da Wall Street cifre che non erano mai state elargite prima a nessun candidato (https://www.opensecrets.org/industries/recips?cycle=2024&ind=F) – gli stessi poteri si sono più tardi orientati su Nikky Haley, sostenuta dai danari di Jamie Dimon, il capo di JPMorgan Chase, da un nuovo super PAC di imprenditori (Independents Moving the Needle) e soprattutto dal potente network dei fratelli Koch con il loro super PAC, Americans for Prosperity Action (https://www.politico.com/news/2023/11/28/koch-super-pac-nikki-haley-endorsement-00128858). Il risultato dell’Iowa – a sorpresa favorevole a De Santis – potrebbe ora far confluire nuovi finanziamenti su di lui, consentendogli di assicurarsi l’agognato secondo posto.

È per ora questo il quadro delle elezioni più pericolose per la democrazia statunitense che si ricordino.

Gli autori

Elisabetta Grande

Elisabetta Grande insegna Sistemi giuridici comparati all’Università del Piemonte orientale. Da oltre un ventennio studia il sistema giuridico nordamericano e la sua diffusione in Europa. Ha pubblicato, da ultimo, Il terzo strike. La prigione in America (Sellerio, 2007) e Guai ai poveri. La faccia triste dell’America (Edizioni Gruppo Abele, 2017)

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