“Il verde vince”? È possibile, ma nel conflitto

image_pdfimage_print

In uno dei tanti cartelli che ho visto portare dai giovani durante gli scioperi per il clima c’era una frase che diceva «il mondo si sta svegliando, il cambiamento sta arrivando, che vi piaccia o meno». I dati sullo sviluppo globale delle tecnologie per la decarbonizzazione sembrano dar loro ragione. Dal 2010 al 2022 il costo livellato dell’energia prodotta da impianti fotovoltaici si è ridotto dell’89%, quello degli impianti eolici del 69%, e quello degli impianti a biomassa del 25%. Mentre nel 2010 il costo livellato dell’energia elettrica fotovoltaica era in media 7 volte più alto del costo di quella prodotta con combustibili fossili, ora è del 29% più basso. Questo ha fatto sì che durante il 2022, l’83% della nuova capacità di produzione energetica installata nel mondo sia stata costituita da impianti a fonti rinnovabili. Alla fine del 2023 la differenza di prezzo medio tra auto elettriche e auto con motori a combustione interna negli Stati Uniti è scesa intorno al 15% e si prevede che la parità possa essere raggiunta nel giro di due o tre anni. Anche nel campo dello stoccaggio di energia i prezzi continuano a diminuire, mentre la riduzione della dipendenza da minerali rari e controversi come il cobalto, e il riciclaggio dei materiali di cui sono costituite le batterie, diventano sempre più praticabili.

Tutto questo non deve alimentare l’illusione che la soluzione alla crisi climatica sia già alla nostra portata, e soprattutto che si possa affrontare solo con nuove tecnologie o nuove scoperte scientifiche, perché si richiederanno anche profonde trasformazioni sociali ed economiche. Tuttavia, dovrebbe quantomeno fornire sufficienti elementi di ottimismo per credere che la scienza e la tecnologia attuali siano in grado di fare la loro parte. È quello che ci invita a fare Mark Jacobson, professore di ingegneria dell’Università di Stanford, nel suo libro No miracles needed, il cui sottotitolo – Come la tecnologia di oggi può salvare il nostro clima e ripulire la nostra aria – sintetizza bene la sua tesi. E in effetti il libro è una galoppata tra le tecnologie che possono permetterci già ora di costruire una società i cui fabbisogni energetici in tutti i settori, da quello residenziale a quello industriale a quello dei trasporti, siano basati esclusivamente sull’acqua, sul sole e sul vento.

Eppure, tutto questo continua a venire visto con uno scetticismo che sconfina nel cinismo, come se i progressi scientifici e tecnologici nel campo della decarbonizzazione fossero sempre i fratelli e le sorelle minori di altri progressi. Il confronto più interessante è quello con il settore dell’energia nucleare, dove ogni promessa di qualche piccolo sviluppo viene annunciata ai quattro venti, anche quando si tratta di soluzioni che forse si concretizzeranno tra qualche decennio, quindi inutili ad affrontare l’urgenza della crisi climatica.

Dietro a questo fenomeno c’è sicuramente la fortissima capacità del settore petrolifero di influenzare i media in modo poco trasparente, con Eni che controlla (finora) l’Agenzia Giornalistica Italiana e rifiuta di spiegare addirittura ai propri azionisti dove vanno a finire le proprie enormi spese in comunicazione. Inoltre, ci sono le decisioni di investimento nel settore nucleare di grandi gruppi finanziari come Exor, che controlla il gruppo editoriale Gedi, editore tra l’altro di la Repubblica e La Stampa e ancora l’impegno finanziario e tecnologico di Eni nei progetti di fusione nucleare. Grazie ai combustibili fossili il settore dell’energia è diventato estremamente centralizzato, con pochi Paesi e una manciata di grandi aziende in grado di detenere un potere enorme, uno scenario che verrebbe facilmente replicato se il mondo andasse verso un sistema energetico basato principalmente sull’energia nucleare. Ovvio quindi che chi oggi detiene questo potere, o si è arricchito grazie ai combustibili fossili, non veda di buon occhio una transizione che si basa su fonti energetiche diffuse e non controllabili.

Se è chiaro quali e di chi sono gli interessi economici e geopolitici a rallentare il più a lungo possibile la transizione ecologica, è più difficile capire perché questa non trovi un supporto più ampio e deciso, soprattutto in Italia, Paese con poche riserve di combustibili fossili e un settore nucleare irrilevante. E qui voglio limitarmi al contesto politico, soprattutto alla strana riluttanza delle forze cosiddette progressiste a prendere decisamente le parti della transizione ecologica “senza se e senza ma”. Sul posizionamento della destra italiana, infatti, non c’è molto da dire; l’anti-ambientalismo è diventato un tratto distintivo della destra mondiale, che include il negazionismo e l’antiscientismo hard di Donald Trump e dei suoi seguaci, il più dignitoso conservatorismo tradizionalista di Roger Scruton, scimmiottato in Italia da Francesco Giubilei, e la semplice agitazione dello spettro di cambiamenti che vanno contro alcuni interessi economici del qui e ora della quale è maestra la Lega di Matteo Salvini.

Con la (debole) eccezione dell’Alleanza Verdi-Sinistra, il campo largo del centrosinistra non offre una visione alternativa altrettanto netta; non lo fa stando all’opposizione, ma nemmeno negli enti locali e nelle regioni che ancora governa. Le posizioni peggiori sono quelle del cosiddetto “Terzo polo”, il cui programma elettorale prevedeva, contro ogni possibilità concreta, di costruire otto mega-centrali nucleari da 5.000 MW ciascuna, e le cui posizioni su questioni come l’auto elettrica sono decisamente sovrapponibili a quelle della destra. Se si trattasse solo di posizioni che cercano di contendere l’elettorato di centro all’altro campo, queste già rivelerebbero un’intollerabile indifferenza verso la posta in gioco, oltre a un’enorme capacità di mistificazione. Purtroppo, temo che riflettano la visione cinica di cui parlavo sopra, che appartiene spesso ai politici che smaniano di presentarsi come “concreti”, “realisti” e “uomini del fare”, tratti caratteristici degli individui alfa di questo (ex) raggruppamento.

Sulla carta il Partito Democratico esprime posizioni favorevoli alla transizione ecologica, ma mostra ancora molta ambiguità, come dimostra il caso delle politiche contro l’inquinamento atmosferico. Nonostante il Nord Italia sia l’area con la peggiore qualità dell’aria in Europa, il Presidente della Regione Emilia-Romagna Stefano Bonaccini non ha esitato a schierarsi con i suoi colleghi di destra di Piemonte, Lombardia e Veneto per cercare di fermare l’abbassamento dei limiti di qualità dell’aria previsto dalla nuova direttiva europea, mentre il suo compagno di partito Achille Variati, parlamentare europeo ed ex sindaco di Vicenza, portava in Commissione le stesse posizioni della Lega. Tutto questo mentre Matteo Lepore, sindaco PD di Bologna, prendeva la decisione di fare della sua città la prima Città 30 in Italia, una scelta coraggiosa e impopolare, presa per ridurre l’inquinamento e la mortalità per incidenti stradali. Il coraggio di Lepore, purtroppo, suona più come una eccezione dovuta a condizioni politiche locali che non come il frutto di strategie condivise dal suo partito, e in effetti non si vede nessuna volontà di replicare le sue scelte in città come Milano, Torino o Brescia, altrettanto martoriate dall’inquinamento.

Sadiq Khan, sindaco di Londra, ha recentemente pubblicato un libro intitolato Respirare. Fermiamo insieme l’emergenza climatica. Il libro racconta del suo lavoro di sindaco determinato a ridurre drasticamente i livelli di inquinamento e analizza in modo sistematico le difficoltà che ha dovuto affrontare: il fatalismo, l’apatia, la mancanza di priorità, il cinismo, l’ostilità, i costi, lo stallo. Sono le stesse difficoltà che incontra qualsiasi politico e amministratore che voglia affrontare seriamente il tema della transizione ecologica in qualsiasi parte del mondo, ed in effetti Kahn racconta di numerosi incontri con sindaci di grandi città che devono affrontare gli stessi ostacoli. Il capitolo finale del libro è intitolato “Il verde vince”, e in effetti Kahn è stato confermato sindaco di Londra nel 2021, così come Anne Hidalgo lo è stata a Parigi nel 2020 con un’agenda politica molto simile.

Per fare “vincere il verde” occorre però mostrare determinazione e coerenza e presentarsi in completa e convinta opposizione alle posizioni in materia di transizione ecologica espresse dalla destra. Questa, infatti, ha una narrazione chiara e semplice, che suona più o meno così: «il cambiamento climatico viene enormemente esagerato dagli ambientalisti, che vogliono prendere il potere per controllarvi, aumentare le tasse e farvi diventare più poveri». La semplicità del messaggio non deve però confondere, perché è frutto di anni di lavoro di numerosi think tank internazionali ed è stato ben rodato in decine di campagne elettorali in varie parti del mondo e sicuramente farà la sua parte anche durante le prossime elezioni europee. In queste la posta in gioco è altissima e riguarda sia la sicurezza climatica per le generazioni future, che il ruolo dell’Europa (e dell’Italia) nel futuro tecnologico e industriale del mondo, che dipenderà sempre di più dalla capacità di sviluppare tecnologie efficaci e mettere in campo soluzioni realistiche per un’economia decarbonizzata. Già oggi i mezzi passi indietro sul Green Deal Europeo, dovuti soprattutto alle resistenze dei governi e delle forze sovraniste, stanno costando cari all’Europa in termini di mancati investimenti e di perdita di competitività. Come sostiene giustamente l’economista Alessandro Penati, per contrastare lo strapotere della Cina in questo campo occorre un grande piano di investimenti comuni a livello europeo, perché nessun singolo Paese, nemmeno la Germania, può reggere il confronto.

In questo quadro, in confronto al semplice ma efficace messaggio della destra, la narrazione del centrosinistra suona come un flebile balbettio, anche piuttosto cacofonico visto che, non solo fra i membri della (possibile) coalizione, ma anche negli stessi partiti coesistono posizioni molto diverse. Forse è il momento, per i leader di questa coalizione, di riconoscere quello che i giovani hanno capito da alcuni anni, e cioè che il cambiamento, che piaccia o meno, sta arrivando e occorre fare una scelta di campo netta e irreversibile, lanciando a viso aperto la sfida politica alla destra non solo sui diritti ma anche sull’ambiente, consapevoli che, come tutte le grandi trasformazioni della storia, anche la transizione ecologica non avverrà senza conflitti.

Gli autori

Roberto Mezzalama

Roberto Mezzalama è laureato in Scienze Naturali e ha un Master in Ingegneria Ambientale. Da oltre 30 anni si occupa di gestione ambientale e ha lavorato per progetti in oltre 20 Paesi del mondo. Per oltre dieci anni ha collaborato con l'Università di Harvard, attualmente è consigliere di amministrazione del Politecnico di Torino e docente a contratto dell'Università di Torino. Nel 2017 ha fondato il Comitato Torino Respira che si occupa di inquinamento dell'aria. Per Einaudi ha pubblicato "Il clima che cambia l'Italia".

Guarda gli altri post di:

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *

Questo sito usa Akismet per ridurre lo spam. Scopri come i tuoi dati vengono elaborati.