2024. Un augurio per la sinistra: saper interpretare i segni

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Scambiarci gli auguri è saper interpretare segni. Gli Àuguri erano degli indovini, a loro spettava il compito e il dono prezioso di interpretare i segni dei tempi. Erano capaci di leggervi dentro il volere degli dei e osavano decifrarlo. Noi continuiamo a scambiarci gli auguri nell’epoca in cui sono scomparsi i segni dei tempi. Non solo perché gli dei si sono ritirati e resta da interpretare solo il sadico volere degli uomini. Ma anche perché i segni non sembrano più in attesa di un’interpretazione che renda comprensibile il reale, che ci permetta di capire cosa sta accadendo. I segni non attendono più né auguri né auspici, bastano a se stessi e si riproducono senza sosta e senza senso. Interpretare i segni vorrebbe dire, per fare il più tragico degli esempi, saper riconnettere l’immagine di sofferenza dei bambini di Gaza al dolore reale, alla storia concreta di esseri umani e della loro innocenza. Oggi il dolore di un bambino è vero quando diventa argomento di discussione nei nostri talk show, quando una sua foto invade i nostri profili social. Siamo capaci di commuoverci di fronte a un’immagine di un corpo molto più facilmente che di fronte a un corpo. Non c’è moralismo da parte mia: forse tutto questo non è che un meccanismo di difesa, l’ultimo che ci è rimasto. Se dovessimo interpretare i segni per capire cosa sia davvero la realtà, non rimarrebbe che la disperazione, a meno di un salto nell’ottimismo della volontà o nella grazia del soprannaturale. Proviamoci comunque. Con due premesse: lascio da parte, per una volta, le miserie italiane e, tra i molti segni dei tempi, mi limito a proporre di interpretarne tre. Non so se saranno quelli più importanti ma possono rivelarci ancora qualcosa del reale.

Il primo segno sarà quello che stiamo sottovalutando: le elezioni europee. Sono certo che la discussione italiana si limiterà a un tentativo di riduzione di quell’evento alle beghe interne e ai regolamenti di conti tra partiti. E anche quando saranno avvenute, la lettura dei risultati sarà prevalentemente sbilanciata sui nuovi equilibri della politica nazionale. Ecco, il primo augurio che possiamo farci è quello che la sinistra – non parlo di quella politica, non parlo di ciò che non c’è – possa invece proporre discorsi in grado di connettere i segni che le europee lasceranno al reale che ne sarà conseguenza. E qual è il reale che si può prevedere? Il mio timore è che ci troveremo di nuovo dinanzi a una contrapposizione che somiglia a una trappola. Da un lato l’avanzare delle destre sovraniste, che faranno leva sia sull’impoverimento economico che sta tornando imperiosamente nonostante le (false) promesse del PNRR sia sul malcontento per l’appoggio incondizionato all’Ucraina, appoggio che drena risorse e che sembra ormai su un binario morto; dall’altro la loro neutralizzazione da parte delle élite e delle grandi famiglie politiche europee, che sperano di poter avere i numeri per continuare a unirsi dopo le elezioni e in questo modo minimizzare le richieste disperate di cambiamento delle politiche sociali europee. Si può definire tutto ciò come un ritorno del populismo, che non sembra più esser di moda nelle nostre discussioni politiche? In un certo senso credo di sì. Il populismo si è trasformato da momento eccezionale delle politiche europee in parte costitutiva del regime neoliberale, che anzi pare aver bisogno di agitare il pericolo populista per giustificare la conservazione di politiche restrittive. L’ideologia del male minore produce un nemico maggiore che giustifichi le proprie scelte. È proprio in forza di questa dialettica ideologica che destre sovraniste e grandi famiglie politiche europee non sono che due facce di una stessa medaglia, una contrapposizione fittizia tra due parti che rappresentano interessi mutualmente intrecciati. In questo accordo truccato da inimicizia, l’unico vero capro espiatorio rimarrà la sinistra europea (che sopravviverà solo dove cede alla tentazione di ammiccare al sovranismo, come in Francia: guadagnando qualche voto ma rischiando di perdere se stessa). Che resta da fare, in questo quadro drammatico? Io credo resti l’evidenza di un vuoto d’Europa. La sinistra può e deve occupare questo vuoto d’Europa, quel che resta inabitato tra nazionalismi ricorrenti ed Europa neoliberale. Non saranno elezioni consolanti, ma nella misura in cui serviranno a rendere ancor più evidente questo vuoto, forse potranno essere utili.

Il secondo segno arriverà qualche mese dopo. Mi riferisco evidentemente alle elezioni americane. Dal mio punto di vista, interpretare i segni per capire meglio il reale vuol dire in questo caso non cadere nella tentazione di demonizzare Trump isolandolo dal contesto. È evidente che una delle questioni politiche della nostra epoca è come sia possibile che la democrazia colpisca se stessa fino al punto di legittimare coloro che la minacciano esplicitamente. Ma noi non possiamo comprendere questa patologia democratica se non all’interno di quella dialettica ideologica cui ho già fatto riferimento. Pochi mesi fa in Argentina lo spauracchio di Milei era necessario per legittimare la folle scelta di candidargli contro uno dei principali artefici della “bancarotta di fatto” in cui versava quel paese. Quasi otto anni fa lo spauracchio di Trump era necessario per legittimare la scelta di un personaggio come Hillary Clinton, garante delle élite e inviso alle classi popolari. In entrambi i casi i sostenitori della strategia del male minore hanno fatto male i conti. Ma proprio per questo, mi pare che il compito di una sinistra critica sia oggi non tanto mostrarsi scandalizzata per l’eventuale ritorno di Trump – che sarebbe certamente un trauma come lo è Milei in Argentina – quanto cercare di decifrare i movimenti che vi saranno dall’altra parte. Biden riuscirà a proporsi come candidato in grado di dare speranze positive o si presenterà come l’ennesima riproposizione del male minore? E su cosa imposterà la propria campagna elettorale? Mentre quella di Trump – ammesso che ci arrivi, ovviamente – sarà prevedibilmente giocata sulla contrapposizione con l’elitismo che lo avrebbe già ingiustamente fatto fuori una volta, Biden saprà per esempio spostare il centro della campagna elettorale sull’equità economica oppure di nuovo cadrà nell’errore di chiedere il voto con l’unica motivazione che sennò arriva Trump? Come si vede, non siamo affatto distanti dalle dinamiche europee. Elitismo e populismo allo specchio: ognuno ha bisogno della debolezza dell’altro per mostrare la propria forza. O neoliberismo o fascismo, anche se il fascismo non è ormai che una versione più volgare del neoliberismo. In entrambi i casi il grande capro espiatorio resta la democrazia sociale.

Sullo sfondo di questi due grandi segni che dovremo decifrare resta il terzo, il più grande e il più opaco tra tutti: la guerra. Nei quasi due anni trascorsi dallo scoppio della guerra in Ucraina, non solo la pace non si è avvicinata ma si è aggiunto un altro fronte per certi versi ancora più deflagrante. Non sono soltanto i numeri delle vittime a impressionare. Colpisce anche come in pochi mesi sia stata messa fuori gioco l’idea che la guerra debba avere una fine e che questo termine si possa raggiungere esclusivamente tramite un accordo. Il realismo politico del nostro tempo è completamente folle: crede in guerre in cui i vincitori e i vinti vengano definiti sul campo di battaglia e non sul tavolo delle trattative. Preferisce continuare la guerra a oltranza piuttosto che cercare un accordo. Riduce la guerra non alla metafora o alla forma, ma alla sostanza di un duello e, così facendo, costringe la politica a sottomettersi alla logica bellica. Non resta altro da fare che investire soldi e ancora soldi su armi e ancora armi. È uno dei tanti effetti collaterali del delirio dell’occidente: la guerra ha letteralmente preso il posto della politica, che a questo punto non serve più a nulla se non come ancella della guerra. Netanyahu e Zelensky sono entrambi figure tragiche di quest’occidente che rivendica con fierezza la rinuncia alla propria più nobile invenzione, la politica. Non ci sono vaticini difficili da formulare in questo caso: se lasciate alla propria logica, le guerre si amplificano, si estendono, continuano, ma non smettono mai. Nessuna guerra cessa da se stessa (se non al prezzo della fine del mondo, diremmo oggi se non avessimo rimosso anche la discussione sull’era atomica). Ma come si fa a interrompere il circolo vizioso delle guerre in cui siamo precipitati? Due sono le opzioni. La prima è che a interromperlo ci pensi il populismo: la legittima quanto egoriferita perdita di pazienza per cui le nazioni si accorgono che sostenere le guerre è andare contro i propri interessi. Non ci vuole molto a capire come questa interruzione sarebbe solo parziale e preluderebbe ad altri, più drammatici, focolai di guerra. La seconda è che solo una forma di resipiscenza dell’occidente rispetto alla contraffazione di sé su cui ha scelto di irrigidirsi può costringerlo all’assunzione di una logica differente – quella di una pace che diventa un’urgenza persino maggiore della giustizia (come ci ricorda saggiamente Francesco Coniglione: https://volerelaluna.it/in-primo-piano/2023/12/29/e-la-pace-la-precondizione-della-giustizia-non-il-contrario/).

Sullo sfondo delle guerre permanenti, due appuntamenti elettorali che segneranno la storia dell’anno che viene. Eppure per la sinistra la vera sfida non è politica, ma epistemologica. Perché il rischio più grande è che sia le guerre sia gli eventi politici restino segni senza risonanza sul reale, perenni argomenti di discussione da ridurre a poche immagini e nient’altro. È il punto da cui sono partito, in effetti. È un periodo in cui mi viene da provare nostalgia persino per ciò di cui ho sempre diffidato, come le piccole narrazioni. Mi pare infatti che buona parte delle persone sia come sequestrata dentro l’incantesimo di una civiltà delle immagini che non solo non permette più grandi narrazioni, ma che ci ha completamente sottratto il dono stesso di narrarci collettivamente. Cioè di raccontarci storie dentro le quali interpretare i segni, come tracce di un senso che continua. Lo osservo nel modo ossessivo con cui il filtro dei nostri cellulari si introduce tra lo sguardo dei nostri figli e la realtà. Come se tutto, persino la guerra, persino la povertà, persino la democrazia, tutto potesse ormai essere visto a condizione di passare tramite quel filtro che lo fotoschoppa, lo rende un’immagine a uso e consumo dei nostri social e dei nostri desideri di visibilità.

Ecco perché il più grande e il più inquietante dei segni che dovremo imparare a leggere è una questione di metodo politico, molto più che di contenuto. Come possiamo fare a ridestare gli sguardi, affinché tornino a vedere la realtà e non si limitino a consumare delle immagini che vanno e vengono con la stessa volubilità di scintille mosse dai venti? Nell’eterno e vano teatro di immagini che è diventata la nostra vita, anche la messa in scena politica sostituisce la realtà con dei segni senza più alcuna qualità concreta. I morti in guerra non sono più che immagini di morti in guerra, Trump non è un politico autentico ma un trucco permanente, una maschera che potrebbe persino non esistere a camera spenta. L’Europa è una cosa così lontana dalle nostre vite che per i giovani non è che un argomento da scegliere quando non si ha altro di meglio su cui litigare nei nostri studi televisivi. Sono segni, non rimandano che a se stessi. Non hanno bisogno di nessun augurio. La realtà sta da tutt’altra parte e non sappiamo più vederla né soprattutto sentirla, perduti come siamo in questo gioco diabolico per cui tutto è pretesto per il proprio riconoscimento, per la propria ambizione, semplicemente per la propria volontà di potenza. Dal farci gli auguri a essere Àuguri, è questo ciò che vorrei facesse la sinistra. Non rincorrere segni che girano a vuoto per tenere a distanza il doloroso farsi e disfarsi del reale, ma interpretare i segni per tornare a capire il volere degli uomini: dove stiamo andando e perché, nonostante tutto.

Nessuno sembra interessato più a dircelo. Non i giornali, non i politici, non gli intellettuali. Ma se non facciamo in modo di uscire da quest’incantesimo dei segni che ha ibernato il nostro senso di realtà, non cominceremo mai a cambiarla, questa realtà. Essere capaci di riconnettere i segni al reale, ecco l’augurio.

Gli autori

Sergio Labate

Sergio Labate è professore di Filosofia teoretica presso l’Università di Macerata. Tra i sui temi di ricerca ci sono il lessico della speranza e dell’utopia nell’età secolarizzata, la filosofia del lavoro, le passioni come fonti dei legami sociali, la difesa della democrazia costituzionale nell’epoca del suo disincanto generalizzato. È stato presidente di Libertà e Giustizia. Tra le sue pubblicazioni: “La regola della speranza. Dialettiche dello sperare” (Cittadella 2012), “Passioni e politica” (scritto insieme a Paul Ginsborg, Einaudi 2016), “La virtù democratica. Un rimedio al populismo” (Salerno editrice 2019).

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