2024: un anno cruciale per fermare la riforma costituzionale della destra

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Le destre hanno ottenuto nel 2022 il 59% dei deputati e dei senatori, con una maggioranza parlamentare che non ha eguali nella storia degli ultimi decenni: nel 2008 Berlusconi si era fermato al 54%. Ciò grazie alla legge elettorale in vigore che è maggioritaria, con un premio di maggioranza occulto che nel 2022 è arrivato al 15%, più del porcellum. Questo dato rivela che l’attuale difficoltà della maggioranza è tutta politica. Le destre non sono in grado di presentare al Paese, e al loro elettorato, risultati paragonabili alle promesse elettorali. L’alluvione di decreti legge con cui stanno governando conferma decisioni episodiche, raffazzonate, corporative. Per di più all’interno della maggioranza c’è un’aspra concorrenza, più di quanto si vuole fare apparire. Questo spinge Giorgia Meloni a cercare nelle modifiche della Costituzione il capro espiatorio delle difficoltà che incontra il Governo. È il tentativo di compensare le difficoltà del governare con un obiettivo che storicamente sta molto a cuore alle destre come l’elezione diretta del capo, in questo caso del presidente del Consiglio. Non basta più, alla destra, il criterio che chi prende più voti guida la maggioranza, visto che tra le sue componenti c’è una dura concorrenza politica sul piano interno ed europeo in vista delle elezioni del 9 giugno. Per questo sbaglia chi pensa che Giorgia Meloni possa ritirare la proposta di legge che modifica la Costituzione: la presidente del Consiglio ne ha assoluto bisogno anche in vista delle elezioni europee, per compensare l’autonomia regionale differenziata a cui la Lega punta per avere un risultato da spendere in campagna elettorale.

La proposta di Giorgia Meloni ha due pilastri. Il primo è l’elezione diretta del presidente del Consiglio dei Ministri. Il secondo è una legge elettorale maggioritaria (55%) che garantisca uno stretto collegamento tra il capo del governo, eletto direttamente, e i “suoi” parlamentari, grazie al fatto che per la prima lista (partito o coalizione) è previsto il il 55% dei parlamentari anche con percentuali sotto il 40% (come ha rivelato il sottosegretario Fazzolari). Nella relazione del disegno di legge, come nelle presentazioni fin qui fatte, si afferma che la soluzione proposta non toccherebbe i poteri del Presidente della Repubblica. Questa è una balla, di cui deve essersi reso conto perfino il presidente del Senato La Russa che, uscendo dal suo ruolo, ha sostenuto che la proposta toglierebbe al presidente della Repubblica “un di più”, cioè i poteri attribuitigli oltre quanto previsto dalla Costituzione. Anche questa, peraltro, è una balla perché l’articolo 92 cella Costituzione è cristallino: il presidente della Repubblica nomina il presidente del Consiglio dei Ministri, senza vincoli e condizionamenti. Ma se il presidente del Consiglio è eletto direttamente, è inevitabile un conflitto con i poteri del presidente della Repubblica, destinato in futuro a un ruolo notarile. Il disegno di legge cambia i poteri. Del resto è così anche con il Parlamento la cui maggioranza (55%) avrebbe un legame a doppio filo con il capo del Governo, da cui dipenderebbe e di cui diventerebbe la “guardia pretoria”.

In queste settimane, in occasione della legge di bilancio 2024, c’è stata un’anticipazione di come cambierebbe il sistema politico e istituzionale. I capi dei partiti della maggioranza hanno “ordinato” ai loro parlamentari di non presentare emendamenti alle proposte del Governo, imponendone il ritiro a qualcuno che non obbediva (Lega), ma, ciononostante, l’approvazione è arrivata poco prima della scadenza e sol perché le opposizioni hanno deciso di non spingere la maggioranza verso l’esercizio provvisorio. I tempi di approvazione della legge di bilancio non sono migliorati, il Governo ha discusso gli emendamenti solo all’interno della maggioranza contraddicendo l’articolo 67 della Costituzione che prevede che i parlamentari agiscano senza vincolo di mandato e l’opposizione è stata relegata a iniziative senza speranza. È il modello che diventerebbe regola con il cambiamento della Costituzione e con una legge elettorale che mantenga la dipendenza dal presidente del Consiglio dei parlamentari, che potrebbero solo approvare i voleri del capo, senza alcuna autonomia. Verrebbe sterilizzato il ruolo politico del presidente della Repubblica verso il Governo e gli verrebbe sottratta la facoltà di sciogliere le Camere; e a questo si aggiungerebbe un Parlamento ridotto a un ruolo subalterno a fronte di un Governo che finirebbe con l’assorbire anche il potere legislativo.

Bisogna fermare questo delirio costituzionale. La modifica proposta non è di manutenzione ma di cambiamento radicale della Costituzione antifascista e democratica, fondata su una netta separazione dei poteri e dei compiti, perché l’obiettivo è portare l’Italia verso una Costituzione accentratrice e autocratica. Fratelli d’Italia lascia capire che in questo modo si contrasterebbero le spinte della Lega verso la secessione delle regioni ricche, definizione non così lontana dalla realtà perché l’obiettivo dell’autonomia regionale differenziata è trasferire poteri, e soprattutto risorse per esercitarli, a Lombardia e Veneto. Così i cambiamenti inseriti da Fratelli d’Italia nel disegno di legge Calderoli vanno nella direzione di affidare al solo presidente del Consiglio la possibilità, negli accordi con le regioni, di mettere e togliere materie da devolvere, senza l’obbligo di sentire preliminarmente il Parlamento, che è già trattato, di fatto, come un organo di mera ratifica delle decisioni del Governo. Il disegno di legge costituzionale, fingendo di limitarsi a pochi interventi, attacca frontalmente la Costituzione, mentre, in preparazione, si stanno sperimentando nuove attribuzioni di poteri al solo presidente del Consiglio, riducendo a ratifica il ruolo del Parlamento. La maggioranza usa il premio di maggioranza come clava per imporre uno stravolgimento della Costituzione.

Parte dell’opposizione sembra non avere compreso la natura cruciale della sfida a cui siamo di fronte. Ha, invece, le idee chiare Giorgia Meloni, che non a caso dice apertamente di voler chiedere il voto popolare a sostegno delle modifiche costituzionali. Anche con il soccorso di Renzi la maggioranza non arriverebbe ad approvare il disegno di legge con i due terzi dei parlamentari (circostanza che, sola, potrebbe impedire il referendum popolare). Soltanto una frana politica di altri settori dell’opposizione potrebbe consentire alle destre di evitare il referendum.

In questo contesto occorre aver chiaro che non c’è spazio per modificare la proposta del Governo. Fratelli d’Italia non può accettare cambiamenti di sostanza. Non siamo di fronte a tecnicismi, ma a una scelta politica che punta a restare al potere con la possibilità di avviare ulteriori cambiamenti istituzionali. Un esempio: se si voterà nel 2027, dopo due anni scadrà il mandato di Mattarella e la maggioranza uscita dalle urne potrebbe eleggere un suo presidente della Repubblica (magari La Russa) completando l’occupazione del potere, perché il Presidente nomina un terzo della Corte costituzionale e presiede il Consiglio superiore della magistratura. Questo disegno va nella direzione di quanto chiedevano all’Italia grandi finanziarie e agenzie di rating: abbandonare i connotati antifascisti e sociali della Costituzione nata dalla Resistenza.

Sarebbe imperdonabile dare ascolto alle sirene che si muovono per convincere settori dell’opposizione che con queste destre una trattativa è possibile. Non si può attenuare la denuncia del disegno autoritario in atto. Occorre preparare da subito gli argomenti che dovranno essere posti al centro del confronto politico parlamentare e nel paese, in vista del referendum popolare che andrà gestito come oppositivo, senza se e senza ma. Non va sottovalutato l’argomento che Giorgia Meloni ha già usato: volete decidere voi elettori o lasciare decidere ai partiti? L’astensionismo è misura della sfiducia, del distacco dalla politica. Affermazioni come quelle della Meloni vengono fatte da chi è contemporaneamente presidente del partito che ha più voti, presidente dei Conservatori europei e presidente del Consiglio. È incredibile che proprio lei si appelli al voto diretto contro i partiti, ma ciò ha una spiegazione nel populismo della destra e nella volontà di non dipendere più, in futuro, da Salvini e da altri alleati.

Ma non basta dire no. È necessario ma non basta. Occorre contrapporre alla proposta di votare direttamente il presidente del Consiglio il ripristino dell’elezione diretta dei deputati e dei senatori da parte di elettrici ed elettori, per ridare un ruolo centrale al Parlamento come luogo della rappresentanza. In altre parole occorre cambiare la legge elettorale ma nella direzione opposta: sistema proporzionale e scelta diretta degli eletti da parte degli elettori (che oggi non hanno più rapporti diretti). Giorgia Meloni sta puntando a portarci fuori dalla Costituzione del 1948. Non è la prima che si prova a stravolgerla. Renzi è l’esempio più vicino, per fortuna sconfitto dal referendum nel 2016. Ma non è automatico che ciò accada di nuovo. Non sottovalutiamo la sfida attuale. È indispensabile che le opposizioni capiscano che è necessaria una svolta rispetto alla faciloneria con cui sono stati fatti in passato tentativi di cambiare la Costituzione, che ha bisogno più che mai di essere attuata e difesa, non stravolta. Non è stato un bell’esordio quello del neo presidente della Corte costituzionale che ha auspicato un accordo in Parlamento per evitare il referendum popolare. Questo appartiene a un passato che ha subito la pressione di un decisionismo volto ad affidare al Governo e al capo le decisioni. Oggi il ruolo del Governo si è dilatato fino a rendere il Parlamento subalterno. È il momento di ridare a quest’ultimo un ruolo decisivo, come da Costituzione, correggendo errori del passato, come la modifica del titolo V voluta nel 2001 dal centro sinistra, nel tentativo di inseguire la Lega sul suo terreno, che si è rivelata sbagliata in punti importanti e non è servita a dare vantaggi elettorali. L’indigestione nell’uso dei decreti legge, dei voti di fiducia, dei maxiemendamenti che le destre hanno portato a sistema sta creando seri problemi di ingorgo nei lavori parlamentari e peggiora le iniziative legislative, sempre più contingenti e propagandistiche. Il confronto parlamentare dovrebbe costringere tutti a dare il meglio di sé, a guardare lontano, ad agire per progetti, con lo sguardo al futuro.

La modifica della Costituzione proposta da Giorgia Meloni va respinta perché farebbe male all’Italia. Se, per la forza dei numeri, il Parlamento non riuscirà a fermarla si dovrà tenere aperta ad ogni costo la strada del referendum popolare per fare decidere elettrici ed elettori, tra i quali non esiste maggioritario. Così ogni elettore potrà contribuire a difendere la Costituzione nata dalla Resistenza.

Gli autori

Alfiero Grandi

Alfiero Grandi, politico e sindacalista, è vicepresidente del “Comitato per il NO” (nato per contrastare la riforma costituzionale promossa dal Governo Renzi)

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