2024: nuovi venti di guerra da Israele

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Che anno sarà il 2024 per la pace? Se il 2022 è stato l’anno dell’aggressione della Russia all’Ucraina e il 2023 l’anno dell’ennesima guerra di Israele contro Gaza, il 2024 rischia di essere l’anno della guerra tra Israele e Iran. Le premesse ci sono tutte. I ripetuti attacchi israeliani contro il Libano meridionale controllato da Hezbollah, i continui raid aerei contro la Siria, l’assassinio mirato di Seyed Razi Moussavi, comandante delle Guardie della Rivoluzione Islamica a Damasco: tutto lascia intendere che l’obiettivo di Tel Aviv sia non il contenimento, ma l’allargamento del conflitto, sino a coinvolgere Teheran. A spingere lo Stato ebraico in questa direzione operano, in effetti, ragioni tattiche e strategiche.

Dal punto di vista tattico, la guerra a Gaza non sembra stia andando come Israele aveva pianificato. L’obiettivo ultimo – oramai è chiaro – era suggellare la sconfitta di Hamas con l’espulsione dei gazawi verso l’Egitto: vale a dire, la pulizia etnica di Gaza. L’obiettivo era una nuova Nakba, volta a ripetere quanto realizzato nel 1948 con la cacciata forzata di centinaia di migliaia di palestinesi dal territorio del nascente Stato di Israele. La mancanza di sostegno internazionale e, soprattutto, l’opposizione egiziana – un’opposizione interessata: perché mai Al Sisi dovrebbe accogliere due milioni di potenziali alleati dei Fratelli musulmani, i suoi più acerrimi nemici? – ha fatto saltare i piani di Netanyahu. Nel contempo, nemmeno la guerra a Gaza sembra andare come pianificato dai comandi israeliani. Certamente, gli uomini di Tsahal sono penetrati in profondità nella striscia, infliggendo danni umani e materiali pesantissimi. Ma nessun comandante di un qualche rilievo di Hamas è stato sinora catturato o ucciso: a cominciare dall’introvabile Yahya Sinwar, l’obiettivo numero uno che, al momento, continua a essere uccel di bosco. Come se non bastasse, dopo più di due mesi di ostilità le forze militari legate ad Hamas e alla Jihad islamica continuano a mantenere una sorprendente capacità di colpire i reparti israeliani, causando loro perdite tutt’altro che irrilevanti, che hanno oramai superato quelle inflitte a Israele da Hezbollah nella guerra del 2006. Inchieste giornalistiche israeliane hanno certificato un numero di feriti assai superiore a quello ammesso dai vertici militari d’Israele, ma anche stando ai dati ufficiali i morti sono oramai 168, contro i 119 uccisi per mano di Hezbollah nella seconda guerra del Libano. Allora, molti commentatori trassero da tali dati la conclusione della sconfitta dello Stato ebraico: il rischio, per Netanyahu, è che lo stesso possa ripetersi oggi, specie se si aggiunge l’indignazione (non dei governi ma) dell’opinione pubblica internazionale sollevata dai crimini commessi a danno dei civili gazawi, che hanno rapidamente alienato a Israele i sentimenti di solidarietà scaturiti dai crimini compiuti da Hamas il 7 ottobre scorso.

Dal punto di vista strategico, l’elefante nella stanza che tutti fingono di non vedere è la sostanziale specularità tra la posizione di Hamas e quella della quasi totalità delle forze politiche israeliane: così come il primo rifiuta di riconoscere l’esistenza dello Stato ebraico, allo stesso modo le seconde escludono, sempre più apertamente, la nascita dello Stato palestinese. Se la comunità internazionale, e al suo interno quella occidentale, fosse realmente equanime e interessata alla pace, la conseguenza non potrebbe essere che una: l’imposizione allo Stato di Israele di sanzioni politiche ed economiche analoghe a quelle imposte ad Hamas. Ma sappiamo da tempo che l’Occidente è schierato dalla parte delle forze di occupazione di Tel Aviv e che le solenni proclamazioni di principio a favore della pace, dell’autodeterninazione dei popoli e dei diritti umani valgono solo per i “nostri” nemici.

Il punto oramai chiaro è che il vero problema non è la violazione dei diritti dei palestinesi, impunita da decenni: il vero problema è l’esistenza stessa dei palestinesi. Il sionismo è nato alimentandosi di una menzogna: che la Palestina fosse una terra senza un popolo, in quanto tale assegnabile a un popolo senza terra, come quello ebraico (https://volerelaluna.it/in-primo-piano/2023/12/13/gaza-la-guerra-non-e-contro-hamas-e-contro-i-palestinesi/). E Israele ha continuato a prosperare su questa menzogna: dapprima con la Nakba e poi con l’occupazione illegale delle terre su cui, secondo il diritto internazionale, avrebbe dovuto sorgere lo Stato palestinese. Negare l’ipotesi stessa che possa esistere uno Stato palestinese, indipendente e sovrano, è stata, d’altro canto, altresì la causa del fallimento del processo di Oslo, sino alla farsa consumatasi nel 2000 a Camp David, quando Ehud Barak e Bill Clinton cercarono di imporre a Yasser Arafat il controllo amministrativo di quattro cantoni interamente circondati da territorio israeliano (e che la proposta di Camp David fosse tutt’altro che “generosa”, come Israele continua a propagandare, lo dimostrano i parametri successivamente proposti da Clinton, e fatti propri da Barak a Taba nel 2001, come base per rilanciare, sia pure fuori tempo massimo, il dialogo di pace). Sarebbe intellettualmente disonesto nascondere che, in questa negazione dei diritti politici dei palestinesi, i laburisti hanno responsabilità analoghe a quelle della destra israeliana, essendo stati loro a operare la Nabka, a scatenare l’invasione del 1967 e a far fallire, giunti al dunque, il processo di Oslo.

La realtà è che fare la pace oggi in Medio Oriente significherebbe fare nascere un vero Stato palestinese su quella porzione della Palestina storica che ancora non è formalmente israeliana: appena il 22 per cento del territorio, corrispondente alla Cisgiordania e alla striscia di Gaza, con Gerusalemme Est come capitale. Affinché ciò possa accadere, Israele dovrebbe ritirarsi dai territori che occupa dal 1967 (in violazione di decine di risoluzioni dell’Onu) e rimuovere dalla Cisgiordania le colonie illegali costruite dai governi di sinistra e di destra in questi decenni, riportando in Israele gli oltre 700.000 coloni armati, e integrati nel sistema di sicurezza militare di Tsahal, che vi vivono (https://volerelaluna.it/rimbalzi/2023/12/21/palestina-la-legge-dei-coloni/). Uno scenario da guerra civile che spiega perché oggi Israele è un ostacolo alla pace tanto quanto lo è Hamas e perché l’allargamento del conflitto sia una strategia così appetibile per Netanyahu e i suoi alleati: perché rilanciare al tavolo della guerra, affogando il problema palestinese in un mare di problemi ancora più grandi e drammatici, è il solo modo per evitare di dover fare i conti con l’esistenza del popolo palestinese, con l’impossibilità di sterminarlo manu militari (ma come dimenticare la minaccia di sganciare un’atomica su Gaza, formulata dal ministro israeliano Amichai Eliyahu?) e, in ultima istanza, con l’insopprimibilità dei suoi diritti all’autodeterminazione politica.

Da Gaza, il 2024 lancia subito la sua sfida al mondo: agire perché finalmente nasca lo Stato palestinese o farsi trascinare in guerra contro l’Iran?

Gli autori

Francesco Pallante

Francesco Pallante è professore ordinario di Diritto costituzionale nell’Università di Torino. Tra i suoi temi di ricerca: il fondamento di validità delle costituzioni, il rapporto tra diritti sociali e vincoli finanziari, l’autonomia regionale. In vista del referendum costituzionale del 2016 ha collaborato con Gustavo Zagrebelsky alla scrittura di "Loro diranno, noi diciamo. Vademecum sulle riforme istituzionali" (Laterza 2016). Da ultimo, ha pubblicato "Contro la democrazia diretta" (Einaudi 2020) e "Elogio delle tasse" (Edizioni Gruppo Abele 2021). Collabora con «il manifesto».

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One Comment on “2024: nuovi venti di guerra da Israele”

  1. Concordo sulle considerazioni puntuali dell’articolo. Segnalo che il nome corretto è Nakba non Nabka

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