Quando suona il telefonino?

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Qual è il senso di regalare, in vista del Natale, uno smartphone a un bambino di undici anni? Cioè, nel momento in cui avviene il passaggio dalla scuola primaria alla secondaria? A me pare una follia ma non lo è per tutti, considerando che recentemente se n’è parlato a più riprese sugli organi di informazione. In questa riflessione il punto di partenza non è una pregiudiziale sul telefonino o sui danni della prevalenza della tecnologia nella crescita. Prima o poi, ogni bambino, cresciuto come individuo, utilizzerà uno smartphone nella propria vita per socializzare in rete e per il lavoro, ma il punto è proprio capire quale sia il momento opportuno.

Mettere un tale dispositivo in mano a un undicenne significa comprometterne sia lo sviluppo relazionale, sia quello cognitivo. Anzitutto, perché si indirizza precocemente il bambino all’inevitabile nomofobia, cioè alla dipendenza dalla rete. Ma è l’aspetto cognitivo che risulta più penalizzato. Infatti, un bambino a quell’età ha bisogno di elaborare procedimenti complessi per la risoluzione dei problemi, attivando la fatica come personale “motore di ricerca”, senza dover cercare negli schermi la scorciatoia per rispondere a quesiti difficili. Lo dico non in qualità di esperto dell’età evolutiva ma semplicemente da insegnante. Oggi, per esempio, un ragazzino di 15-16 anni è in grado di esprimersi più o meno correttamente e soprattutto è in grado di farsi comprendere in modo accettabile (niente di più, per carità) ma, andando in profondità, molti faticano a coniugare nei modi e nei relativi tempi i verbi della nostra grammatica. Dunque, la funzionalità della lingua viene più o meno rispettata nei suoi requisiti minimi di comunicazione ma gli studenti manifestano un vuoto di applicazione delle regole o di acquisizione delle conoscenze di base che deriva appunto da quella “mancanza di fatica” a cui alludevo prima. E che, a mio giudizio, ha come fattore aggravante quel “bel regalo” sotto l’albero, proprio a undici anni.

Un genitore, quindi, dovrebbe pensarci bene. Ma la domanda può essere anche un’altra. Di quale genitore stiamo parlando? Secondo lo psicanalista Massimo Recalcati (Cosa resta del padre? La paternità nell’epoca ipermoderna, Raffaello Cortina Editore), stiamo assistendo alla “evaporazione” del genitore, del padre nello specifico, a opera delle nuove generazioni, in quanto la figura paterna non avrebbe più agli occhi dei giovani il ruolo del rappresentante della “legge”. Il padre sarebbe diventato invece oggi un compagno o addirittura un “amico” del proprio figlio, perché veste come lui, usa lo stesso linguaggio e ne ascolta la stessa musica, in una giustapposizione dei ruoli che non ha nulla di progressivo o di educativo.

È proprio lo smartphone lo strumento che porta per primo all’equiparazione dei ruoli, perché si presenta come il canale più immediato di contatto tra i due, figlio e padre. Insomma, è proprio lo smartphone a divenire il “grimaldello” per scardinare l’autorità paterna e per non attribuire più il giusto riconoscimento dell’alterità del genitore. Alterità che invece diventa imprescindibile in un sano percorso di crescita, perché antepone al desiderio del figlio (lo smartphone prima del tempo!) il divieto del padre, che si presenta come non negoziabile. Solo in questo modo, secondo Recalcati, non si assottiglia la distanza tra le generazioni e non si produce un appiattimento dei ruoli, per cui il padre non è più in grado di opporre il proprio rifiuto al desiderio del figlio, restando inflessibile nel suo ruolo di rappresentante della “legge”. E solo in questo modo, a mio giudizio, il rifiuto torna a essere un insostituibile strumento educativo perché insegna a ogni bambino quella che è l’arte dell’attesa, lo sforzo emotivo di farsi una ragione di un rifiuto e la necessità di coltivare un vero desiderio di riscatto che lo porta a crescere come uomo o come donna.

Gli autori

Michele Canalini

Michele Canalini insegna in un istituto professionale e tecnico della Lunigiana. Si occupa principalmente di scuola, tema su cui ha pubblicato due libri: "L’insegnante di terracotta. La Buona Scuola… e poi?" (Mimesis, 2018) e "La ricreazione a distanza. Una manica di studenti alle prese con quei pezzi di insegnanti" (Kimerik, 2021). Ha lavorato come docente di lingua italiana presso l’Università del tempo libero del comune di Carrara. Antifascista per educazione e convinzione, ha collaborato con l'Anpi di Pesaro e Urbino. Appassionato di cinema, ha scritto per il sito di divulgazione cinema4stelle.it e per il sito di informazione culturale idranet.it.

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