Il lavoro oggi: tra romanzo e realtà

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Una donna lavora da 20 anni in un teatro. Suona il piano, accompagna il corpo di ballo. Le hanno fatto sempre contratti temporanei, 108 contratti temporanei, esigenze temporanee per un quinto di secolo. Ma non c’è problema le dicono, è solo una formalità. Solo dopo molti ripensamenti si deciderà a rivolgersi a Chiton, avvocato del lavoro. Quel teatro dopo tanti anni è comunque casa sua. Ma i tempi della giustizia sono più lenti di certe malattie e la sentenza arriverà tardi. Non sarà mai la pianista. Tutta la vita, una precaria.

Un giorno l’avvocato ha bisogno di una chiavetta usb e nel mega negozio un po’ si perde. Lo aiuta un giovane che gli indica dove trovarle. Molto gentile. Poi la cassiera gli spiega che non è solo un ragazzo gentile, è proprio un dipendente del negozio. Si è tolto la divisa e sta facendo il rientro. Ma conviene all’azienda pagare lo straordinario? domanda. No, che c’entra lo straordinario, lavora gratuitamente perché il negozio ha bisogno. Lo fanno quasi tutti. Lo ha chiesto il direttore. Non è precariato, solo lavoro gratuito.

Da Chiton arriva un giorno un ballerino, contratto di lavoro chiuso, il corpo di ballo è smantellato. Però l’accordo è che lo chiamino ogni tanto quando c’è bisogno – per il cartellone di danza si rivolgono a compagnie esterne. Ok, allora rispettano l’accordo? Sì, ma è giusto che faccia il manichino? In che senso… Mi fanno stare fermo in piedi per controllare l’effetto delle luci. Poi mi spostano in un altro angolo del palco. I manichini c’erano ma sono stati lasciati morire nel magazzino.

Accanto a lui un dipendente della cooperativa che fa le pulizie chiede se può ottenere qualcosa dalla ditta che ha sbagliato il calcolo delle ferie. Però solo se loro non si irritano, non vuole che lo spostino a lavorare altrove: è stato un baritono, ha cantato in molte città e non può allontanarsi dal teatro. Lì è comunque la sua vita. Meglio non rischiare che si arrabbino.

Una signora latino-americana domanda, dopo molte titubanze, «Devo proprio darglieli 200 euro per il viaggio a Cuba»? La caposala della clinica privata in cui lavora part-time ha spiegato che con il jobs act la musica è cambiata, possono licenziare quando vogliono, basta un piccolo indennizzo. Allora devono mostrare dedizione anche verso di lei, Caposala. E lei ha visto una bella borsa da Gucci ma non può permettersela. Possono pensare loro a un piccolo “presente”? E poi il suo sogno è un viaggio a Cuba, basterebbero 200 euro a testa per aiutarla con il volo aereo. La donna domanda: ma io che sono part-time, avvocato, è giusto che paghi come le altre?

E c’è Roberto, tecnico di laboratorio di una facoltà universitaria, che chiede di metterlo a norma quel laboratorio, ma poi arriva la ASL che lo fa chiudere. Lui viene collocato dalla facoltà provvisoriamente in fondo a un corridoio, vicino a una fotocopiatrice. Non gli fanno fare nulla. Per quattro anni. In tribunale la giudice gli domanderà come ha fatto a resistere. Lui risponde che ha scritto molte poesie.

È un romanzo, Per giusta causa, di Danilo Conte, avvocato del lavoro (143 pagine, Milieu Edizioni). Un romanzo straordinariamente politico. Perché non afferma tesi, non è un saggio di diritto. Solo racconta. Il suo personaggio è un po’ quello di un coro greco: assiste, ascolta, non commenta più di tanto ma porta incise sulla pelle tutte queste domande. Le risposte sono sempre insufficienti. Vorrebbe che in tribunale la prima domanda fosse: «Lei come sta? come si sente adesso?». Perché quello fosse lo spazio pubblico che manca: il luogo dove la propria vita incontra la dimensione collettiva, che si prende cura e di cui prendersi cura. Lui ascolta.

Storie di vita così incredibili da non poter essere che vere. Storie di lavoro sfruttato, di dignità ferita, di vita negata. Umiliazioni. E però anche resistenza.

L’avvocato lo invitano a parlare di autoimprenditorialità al super convegno di “Impresa e Libertà”. Lui racconta come sono padroni di se stessi, auto imprenditori moderni, i rider della logistica. Di come lavorano correndo per restare nei tempi, con la gioia della libertà. E di come muoiono sulla strada, così modernamente.

E poi a Genova i portuali hanno saputo che devono caricare su una nave strumenti che servono a costruire armi per la guerra. Si rifiutano di farlo. Assemblee, sciopero, mobilitazione dei pacifisti – e alla fine la nave se ne va senza strumenti di morte. Ci sarà il processo, però anche una telefonata di Francesco, indovinare quale. Dice che lui è con loro, che loro testimoniano il vangelo. Il vangelo? Ma io ne so poco, sono un anarchico.

Gli autori

Andrea Bagni

Già docente di italiano e storia all'istituto Gramsci-Keynes di Prato. Vicedirettore della rivista "Ecole". Tra i fondatori di "Alba" e de "L'Altra Europa" ha partecipato da protagonista a numerosissime iniziative politico-culturali.

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