Natale: «La parola avvenne nella carne e pose la sua tenda in mezzo a noi» (Giovanni 1,14)

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Una lettura storica sulle prospettive della chiesa cattolica non appare certo consolante. L’erosione del patrimonio culturale e sociale che portava a sentirsi parte di essa è evidente. Da un lato c’è la mancata trasmissione generazionale di un’identità sempre meno compresa; dall’altro il peso di vari scandali (in primis quello degli abusi del clero) ha creato una frattura di fiducia nei confronti di una istituzione che faceva proprio della formazione fiduciaria delle giovani generazioni uno dei suoi punti di forza. Neanche un pontificato ricco di aperture e intuizioni straordinarie sembra invertire una tendenza che non appare transitoria. È un’analisi sommaria che potrebbe elencare altro: in ultima analisi comprendendo l’ipotesi che il cristianesimo – il teismo in genere – abbia esaurito la sua spinta propulsiva nel rispondere alle esigenze dell’antropologia contemporanea. Se fino a qualche anno fa si poteva pensare che fosse il positivismo scientifico a minare i presupposti della fede, quanto constatato nella stretta contemporaneità (le contestazioni arbitrarie al pensiero medico scientifico in pandemia, per esempio) fa supporre che il pensiero religioso non sia stato sostituito da una costruzione del tutto logica delle convinzioni esistenziali. Ma ne occorrono davvero? Magari no. Non mi sembra però che rimuovere la questione della metafisica abbia prodotto serenità diffusa, fiducia nel futuro, gratificazione dalla buona qualità di vita. Se si pensa alla trascendenza solo su un piano religioso, si perde la prospettiva di un’evoluzione consapevole, che per gli esseri umani può passare solo per la dimensione della domanda difficile, della provocazione, della consapevolezza della finitudine, ma, al contempo, del valore dell’esperienza umana in quanto tale. Su tutto questo c’è molta poca analisi, la società in cui viviamo ci educa alle prospettive unidirezionali. Herbert Marcuse aveva ragione.

Un altro Natale. Ancora più spoglio di significati che non siano quelli del mercato, della convenzione artificiosa riguardo alle relazioni affettive, di modelli di vita sicuramente usurati ed inadeguati. Prevale un crescente disagio, venato dalla preoccupazione riguardo al futuro e dal senso di colpa che ci portiamo dentro. Stiamo assistendo a conflitti sempre più pervasivi, da cui niente sembra poterci esentare: inclusi quelli rappresentati dalla violenza di genere e dalla guerra suicida all’ecosistema. In colpa perché la nostra impotenza diventa rassegnazione. Atterriti nel constatare che le vie di progresso si fanno involute.

Lettrici e lettori penseranno che mi sto mettendo nei guai da solo. Da un lato enuncio una crisi, quella del cattolicesimo, dall’altro ne inserisco i termini in quella generale della contemporaneità. Quindi?

Ciò che dovrebbe sostenere le Chiese cristiane, la Bibbia, scaturisce per lo più da contesti di crisi, personale e delle società, fino al punto di farmi sostenere che il concetto stesso di crisi ne sia una chiave di lettura basilare. I cattolici arrivano a celebrare Natale guidati da un profeta, Isaia, il cui libro è ossatura fondamentale delle liturgie di Avvento: questo testo, con almeno tre diversi livelli storici e composto a più mani, ruota intorno alla memoria storica e teologica dell’evento più devastante vissuto dal Regno di Israele. Annientati dall’impero babilonese, gli ebrei sono destinati alla deportazione e alla cattività. Nel prima, durante e dopo l’esilio, Isaia ammonisce, contesta, prospetta, consola, sostiene, illumina. Soprattutto presenta una visione: letto il presente con gli occhi di Dio, se ne possono proiettare gli elementi verso il futuro. Non troverete in ciò traccia alcuna di un ottimismo fine a sé stesso, un’ingenuità sul tempo vissuto, la prospettiva artificiosa del fideismo. La Scrittura è scabra, aspra, brutale nel dichiarare ciò che avviene e mettere ognuno davanti alle proprie responsabilità. Ma proprio per questo è veritiera anche quando ti espone il dato dell’imprevedibile, che non può essere solo foriero di negatività. Il Dio che si presenta così educa alla speranza: chiede l’onestà sugli errori, sostiene il cambiamento, condurrà ogni popolo al proprio Esodo, ad una pedagogia di liberazione.

I Vangeli sono scritti con lo stile letterario profetico, Cristo è il compimento della profezia stessa: è un codice di comprensione importante, talvolta poco seguito dagli esegeti. Gesù di Nazareth nasce in un tempo difficilissimo: un tempo di dominazione imperiale, di difficile resistenza alle sue istanze culturali di idolatria della forza e del potere, di minorità e marginalità di popoli interi. La società era governata da un potere teocratico che aveva perso ogni autorità, ripetendo stancamente a favore del fariseismo la lettura di un Dio giudicante, divisivo, escludente. Il dio classista dei potenti e dei garantiti: sempre invocato per stroncare le dissidenze, spegnere le profezie, annichilire le speranze. Dio avviene nella carne in questo quadro. E avviene riducendosi a niente, nascendo povero, mite, coraggioso e veritiero in un tempo – quando mai no, però? – della menzogna eletta a sistema di comunicazione. Giovanni, nel primo capitolo, ci dice che il Logos, il senso più alto dell’intelletto, il genio comunicativo e intessuto di razionalità pienamente umana – quindi affettiva, generativa, fantasiosa – avviene nella fragilità e nella contraddittorietà della carne. La prospettiva della condizione effimera, sia pur meravigliosa, della corporeità umana, deve far sintesi con il presupposto intellettivo mai così definito in positivo come nell’idea del Logos/Parola. Il Divino si immerge totalmente nella contraddizione, la crudeltà, la fatica, la sofferenza, la dignità e la bellezza di ciò che è nella dimensione concreta dell’esistere delle donne e degli uomini.

Se il Natale lo leggo in questa prospettiva trovo la necessità di incarnarsi nel proprio vivere, nella stagione storica a cui siamo stati consegnati. La verità dei nostri limiti si definisce attraverso le fragilità del relazionarsi: il desiderio, il bisogno, la transitorietà di tutto. Al contempo possiamo capire che ciò che stiamo vivendo si iscrive nella potenzialità dell’altrove, di ciò che procede più in là da quanto definito e conosciuto. La crisi si può abitare in una dimensione profetica: imparando a decifrare i segni di quella che attanaglia l’istituzione che la produce, la governa, gode e profitta del suo essere. Certo, qui una componente fideista c’è e passa per pensare che le vittime e i violentati vedranno la crisi volgersi in crescita perché è l’Impero, racconta l’Apocalisse, il libro che è la summa delle intuizioni profetiche di tutta la Scrittura, che dovrà rassegnarsi al proprio crollo. L’Impero è il simbolo di tutto quel male che ha preteso di governare la storia umana: è stato fondato sul disumanesimo, sussiste in virtù di esso, non può che sprofondare nelle sue stesse logiche di morte. Chi ha conservato una logica di vita, di tenerezza e di solidarietà, sopravviverà. Quando parlo di fede ne intendo una vasta, non necessariamente teista, anzi: sostenuta da quell’umanesimo distillato dalle grandezze e dai fallimenti delle prassi storiche, è la fiducia che gli esseri umani – come sosteneva il mio maestro Ernesto Balducci – hanno in sé potenzialità inedite ancora nascoste, in lento travaglio verso la piena espressione. L’umano della pace non si è del tutto svelato, ma è già presente. Talvolta soccombe, ma la sua piena e feconda espressione è irriducibile, avverrà comunque. Nel 2024 celebreremo i cento anni dalla nascita di Franco Basaglia, la cui azione ha espresso un umanesimo totale e radicale, che si genera e si comprende a partire dalla ragione dei sofferenti, dei malati, di quelli e quelle ascritte alle varie categorie dell’esclusione. Per capire che siamo comunque ai margini, dato che tutti chiediamo salvezza, soffriamo il male di vivere. Essere consapevoli del nostro male, per questo solidali e dediti alla cura, è l’unico modo per acquisire lucidità riguardo alla propria crisi, la comprensione di come essa si tramuti nella pace. Può sembrare mera retorica ma bisogna assumere tutto il peso dello scandalo folle del Vangelo che dichiara beati i poveri, chiedendoci di ragionare secondo la logica della vera povertà, liberi dal troppo, gioiosi nell’essenziale. Un conto è la tutela del necessario e di quel di più che garantisce autentica contentezza, un conto è farsi soffocare dal bisogno indotto, che snatura il senso bello dell’avere senza possedere, di esistere per l’abbondanza del condiviso. «Para todos, todo. Para nosotros, nada» affermano gli zapatisti dell’Ezln (continuano a resistere all’Impero, anche se non si parla di loro). Il senso di questa povertà è pienezza dell’avere, perché è avere insieme. Il Vangelo non esalta la povertà in sé, avversa semmai radicalmente la miseria, perché sa che l’avere non è male: dominare senza condividere, quello è il peccato alla radice della condizione umana. Avere senza cuore, pensiero, fantasia, com/passione.

È un bambino, nasce ai margini, non nei luoghi garantiti, privilegiati e sicuri. Accolto tra i primi dai pastori. I membri della mia comunità sono rimasti molto colpiti quando abbiamo studiato insieme che erano parte di una categoria disprezzata, guardata con sospetto per la promiscuità con il mondo animale, randagia, nomade, talora irregolare e violenta, per reazione al disamore. Eppure sono i primi ad ascoltare, andare, vedere, gioire. Cosa? Il tempo nuovo di un umanesimo che non si fa dominare, spengere, addomesticare, irregimentare. Libero, intelligente, felice. Spinto da una creatività invincibile. Impastato con le sante essenze della sororità e della fraternità. In transito, eppure nella stabilità in equilibrio non definitivo di chi ha una tenda e non la prigionia dei palazzi.

Gli autori

Andrea Bigalli

Andrea Bigalli, fiorentino, è stato ordinato sacerdote nel 1990. Dal 1999 è parroco a Sant’Andrea in Percussina (San Casciano Val di Pesa). Vice direttore della “Caritas” toscana dal 1998 al 2005 è attualmente referente di Libera per la Toscana e membro del direttivo della rivista “Testimonianze”. Insegna religione nelle scuole superiori di Firenze.

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One Comment on “Natale: «La parola avvenne nella carne e pose la sua tenda in mezzo a noi» (Giovanni 1,14)”

  1. Sempre molto apprezzate le parole del DON,
    io semplicemente credo che prima di ragionare
    O cercare con la “ragione” occorre ascoltare il ns cuore, non è semplice, ma ce la possiamo fare, ci hanno donato tutto quello che serve, abbiamo tutto, arrivare ad una consapevolezza completa è un percorso lungo molto intralciato ma determinante x il ns cammino terreno, in modo da liberare il ns spirito e avvicinarci alla LUCE

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