Palestina. Uscire dal tunnel: una proposta per la pace

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Qualsiasi reazione alla catastrofe che stiamo vivendo non può che partire da una rivisitazione del discorso pubblico. Deve essere respinta come falsa la narrazione dominante di uno Stato democratico costretto a stroncare un terrorismo diabolico che minaccia la sua stessa esistenza (https://volerelaluna.it/in-primo-piano/2023/10/16/palestina-quel-che-ci-dice-la-ragione/). Per quanto le incursioni compiute da Hamas il 7 ottobre possano facilmente essere assunte nella categoria del terrorismo (https://volerelaluna.it/in-primo-piano/2023/10/12/palestina-guerra-o-terrorismo/) e ricadere nel catalogo dei crimini contro l’umanità (https://volerelaluna.it/in-primo-piano/2023/10/12/la-palestina-tra-empieta-e-disperazione-restare-umani/), non si può ignorare il fatto che esiste un popolo oppresso e uno Stato oppressore. Il diritto internazionale riconosce il diritto all’autodeterminazione dei popoli soggetti a una dominazione coloniale o a forme di apartheid, che può essere esercitato anche ricorrendo alla lotta armata https://volerelaluna.it/controcanto/2023/10/16/palestina-il-sonno-del-diritto-genera-mostri/).

Tuttavia il panorama del conflitto israelo-palestinese, è assolutamente differente da tutti gli altri casi storici in cui vi è una dominazione coloniale o un’occupazione straniera. Quando c’è un’occupazione militare o un dominio coloniale, la resistenza armata può costringere la Potenza coloniale o occupante a riportare in patria il suo esercito e a restituire la libertà al popolo oppresso. In questo caso è assolutamente impossibile (https://volerelaluna.it/in-primo-piano/2023/12/13/gaza-la-guerra-non-e-contro-hamas-e-contro-i-palestinesi/ ). Qui vi sono due popoli che convivono nello stesso territorio, che va dalle rive del Giordano al mar Mediterraneo, e dovranno continuare a convivere qualunque sviluppo politico dovesse esserci in futuro (due Stati, un Stato federale, una Confederazione, un solo Stato binazionale). Per questo la lotta armata non si può fare perché si risolve in una serie di atrocità che renderebbero impossibile la convivenza, pregiudicando ogni futura soluzione politica. Hamas è un partito politico, presente nella società palestinese che esercita la resistenza all’oppressione con il ricorso al martirio. Spinge le persone ad affrontare e a subire il martirio per procurare il massimo del danno possibile al proprio nemico. Quello che è successo dal 7 ottobre in poi, dimostra che la strategia del martirio non produce nessun risultato politico utile per gli oppressi, provoca soltanto distruzione e morte, fino a livelli inimmaginabili, mentre la risposta di Israele, che rilancia la strategia del martirio moltiplicandola per cento, non garantisce né la pace, né la sicurezza al popolo israeliano.

Quando si parla di guerra al terrorismo, o comunque si definisce come “guerra” la tempesta di fuoco che Israele ha scatenato contro Gaza, bisogna considerare che la morte di civili o combattenti non costituisce mai l’obiettivo, ma soltanto un prezzo da pagare per conseguire l’obiettivo politico che si vuole perseguire con la guerra. Invece, in questo caso la morte di civili e combattenti più che un costo sembra l’obiettivo della guerra (https://volerelaluna.it/in-primo-piano/2023/11/20/palestina-40-giorni-dopo-tra-crimini-di-guerra-e-calcoli-geopolitici/). Dobbiamo, dunque, chiederci: qual è il reale obiettivo politico che Israele vuole perseguire con la guerra, cosa vuole ottenere?

Orbene, oltre una tremenda vendetta, non è assolutamente chiaro quali siano gli obiettivi di Israele. Il dichiarato intento di eradicare Hamas e di eliminare tutti i suoi miliziani è un obiettivo impossibile e assurdo. Impossibile perché non vi è un forte di Hamas da espugnare, non vi sono delle divisioni da affrontare e sconfiggere sul campo di battaglia. I miliziani di Hamas sono rifugiati in una selva che è la sfortunata popolazione della Striscia. Per eliminarli tutti bisognerebbe disboscare la selva. È quello a cui Israele si sta dedicando attivamente, bombardando in modo massiccio e indiscriminato, facendo sfollare 1.700.000 persone, attaccando gli ospedali, togliendo il cibo, l’acqua, l’energia, i medicinali alla popolazione e spegnendo le comunicazioni. Non si possono eliminare i miliziani di Hamas senza compiere un vero e proprio genocidio (https://volerelaluna.it/in-primo-piano/2023/10/30/gaza-non-e-difesa-e-genocidio/). Anche dal punto di vista della sicurezza di Israele questo è un obiettivo assurdo perché, dopo aver inflitto delle sofferenze così atroci, nulla può escludere che i giovani sopravvissuti alle bombe israeliane, alla fame, alla sete, alle malattie, alla morte dei loro genitori o dei loro coetanei, non sentano il bisogno di prendere le armi e di rimpiazzare i miliziani eliminati (https://volerelaluna.it/in-primo-piano/2023/11/10/centinaia-di-intellettuali-ebrei-americani-la-critica-a-israele-non-e-antisemitismo/ ).

Le caratteristiche di questa operazione militare la rendono molto diversa dagli altri conflitti che abbiamo vissuto. Basti pensare che in 78 giorni di bombardamenti sulla ex Jugoslavia, la NATO ha provocato la morte di circa 600-700 civili, a fronte degli oltre 18.000 morti provocati da Israele in poco più di 60 giorni, mentre la Russia in 20 mesi di conflitto ha provocato la morte di circa 600 fanciulli, a fronte dei 6.500 uccisi nella Striscia di Gaza in soli due mesi. Questi numeri rendono evidente che quello in corso a Gaza è un genocidio, anche in senso tecnico-giuridico. La condotta di Israele, rientra nel concetto di “genocidio” come definito dalla Convenzione ONU del 9 dicembre 1948 per la prevenzione e repressione del delitto di genocidio (https://volerelaluna.it/in-primo-piano/2023/10/30/gaza-non-e-difesa-e-genocidio/). A Gaza è calato l’inferno sopra una popolazione di oltre due milioni di persone. Di fronte a una situazione così orribile sbiadiscono e scompaiono le ragioni e i torti di una parte o dell’altra.

La comunità internazionale, tutti gli Stati hanno il dovere di agire per fermare il massacro e ristabilire la pace. Invece non solo non vengono applicate sanzioni di alcun tipo per fermare Israele, ma non si ha nemmeno il coraggio di invocare il cessate il fuoco per non disturbare i piani del Governo israeliano. L’Italia e l’Unione Europea balbettano di tregua umanitaria, di far passare i convogli con i generi di prima necessità per la popolazione, di aumentare gli aiuti a Gaza. Ma a cosa serve una tregua, se poi i combattimenti sono destinati a riprendere, a lasciare libera la morte di mietere il campo? Il silenzio della politica ci rende complici. Quando ogni 10 minuti muore un bambino a Gaza, il fattore tempo è essenziale. Dobbiamo pretendere che il nostro Paese e le istituzioni europee di cui facciamo parte chiedano a voce alta il cessate il fuoco ed esercitino su Israele delle pressioni non inferiori a quelle operate sulla Russia, per ottenere lo stop di ogni massacro. Bisogna dare il massimo sostegno politico all’iniziativa del Segretario Generale dell’ONU, Antonio Guterres, che nei giorni scorsi ha ulteriormente sollecitato l’intervento del Consiglio di Sicurezza per dichiarare il cessate il fuoco, invocando per la prima volta l’art. 99 della Carta. Il fatto che gli USA abbiano posto di nuovo il veto al riguardo li rende complici, corresponsabili del massacro in corso.

Il cessate il fuoco interrompe la fase cruenta della guerra, può favorire il rilascio degli ostaggi ma non assicura la pace. Dobbiamo guardare oltre, bisogna pensare agli scenari del dopo conflitto. Netanyahu ha comunicato l’intenzione di rioccupare Gaza per garantire la sicurezza di Israele. Soltanto gli Stati Uniti, che pure sono da sempre complici di Israele, hanno avuto qualcosa da obiettare. È assurdo che l’Europa non profferisca verbo. La rioccupazione della Striscia di Gaza da parte di Israele sarebbe il modo migliore per continuare la guerra dopo la guerra e rendere il conflitto permanente. Come si può pensare che dopo aver seminato lutti in tutte le famiglie, dopo aver trasformato in sfollati un milione e settecentomila persone, dopo aver distrutto il 60% delle abitazioni e gli impianti indispensabili per la vita civile, l’esercito israeliano possa amministrare il territorio e tenere sotto controllo la popolazione superstite di Gaza?

Contestualmente al cessate il fuoco occorre, dunque, progettare un intervento immediato per gestire la situazione nella Striscia di Gaza. A questo punto deve intervenire la Comunità internazionale attraverso l’ONU per definire lo status giuridico di Gaza, almeno con una soluzione transitoria. Se si vuole impedire che il conflitto continui anche dopo che la fase bellica, se si vuole realmente garantire la sicurezza di Israele e dei suoi cittadini, c’è una sola soluzione: la Striscia di Gaza deve essere sottratta al controllo di Israele. Ciò può avvenire con una risoluzione del Consiglio di Sicurezza, adottata a norma del capitolo VII della Carta, come in passato avvenne per il Kosovo, che fu distaccato dalla Serbia e sottoposto a un’amministrazione ad interim delle Nazioni Unite, in virtù della Risoluzione 1244 del 10 giugno 1999.

La Palestina è stata già un Mandato britannico; oggi per la Striscia di Gaza si può resuscitare una sorta di Mandato affidato alle Nazioni Unite. Un’amministrazione civile e militare dell’ONU dovrebbe liberare gli ostaggi se ancora sequestrati, procedere al disarmo di Hamas e della Jihad islamica (che potrebbero restare attivi come partiti politici assieme ad altri), impedire che dal territorio della Striscia possano partire atti di ostilità contro Israele, affrontare tutte le emergenze causate dalla guerra, rimettere in funzione le strutture sanitarie, ripristinare le telecomunicazioni, i collegamenti aerei e marittimi della Striscia con il resto del mondo, avviare la ricostruzione e ogni altro programma indispensabile per consentire alla popolazione civile di superare i traumi prodotti dai massacri e dalle privazioni causate dai lunghi anni di assedio a cui sono stati sottoposti. L’Amministrazione dell’ONU dovrebbe promuovere la creazione, in attesa di una soluzione definitiva, di una sostanziale autonomia e auto-amministrazione della Striscia di Gaza.

Non sarebbe un libro dei sogni. Netanyahu ha dichiarato che non accetterà mai la presenza di una forza militare esterna ma il suo Governo ha le ore contate, è destinato a cadere non appena cesserà il conflitto. Anche gli Stati Uniti si sono detti contrari alla rioccupazione di Gaza da parte di Israele. Su questo principio, se sostenuto dall’opinione pubblica internazionale, non dovrebbe essere impossibile realizzare una convergenza dei paesi titolari del diritto di veto al Consiglio di Sicurezza. Quando questa follia bellica sarà finita, bisogna fare tutto il possibile per impedire che la guerra continui dopo la guerra.

L’articolo riprende, con alcuni tagli, la relazione svolta dall’autore al convegno “Non è una striscia è Gaza” organizzato a Roma il 9 dicembre da “Il coraggio della pace”.

Gli autori

Domenico Gallo

Domenico Gallo, magistrato è stato presidente di sezione della Corte di cassazione. Da sempre impegnato nel mondo dell’associazionismo e del movimento per la pace, è stato senatore della Repubblica per una legislatura ed è componente del comitato esecutivo del Coordinamento per la democrazia costituzionale. Tra i suoi ultimi libri "Da sudditi a cittadini. Il percorso della democrazia" (Edizioni Gruppo Abele, 2013), "Ventisei Madonne Nere" (Edizioni Delta tre, 2019) e "Il mondo che verrà" (edizioni Delta tre, 2022).

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3 Comments on “Palestina. Uscire dal tunnel: una proposta per la pace”

  1. al dramma dei massacri a Gaza, dopo che 70 giorni sono trascorsi senza nessuna ricerca di fermare questa follia, questo discorso di Domenico Gallo così ben ponderato rischia di svanire nel nulla, in totale assenza di soggetti in grado di imporsi. indebolito l’ONU, relegato in tribuna Papa Francesco, dormiente l’Unione Europea, spettatori disinteressati Cina e Monarchie Arabe, inascoltata la società civile internazionale.
    L’Industria delle armi ha allargato il suo potere, è già capitato con il Covid e il potere dell’Industria Farmaceutica, ci siamo ricascati. Se si accende un fuoco nel bosco, può capitare un cambio di vento e non si controlla più il fuoco.

  2. Riaffermiamo la necessaria e opportuna autorità dell’ONU, contro lo strapotere politico-economico di ampi settori del sistema finanziario internazionale, fondato sugli armamenti e l’energia fossile ! Riaffermiamo, al fine di tutelare il lavoro e l’ambiente (nel rispetto degli articoli della Costituzione repubblicana), il primato della politica sull’economia, attualmente retta su principi di pessima “ideologia”, per il profitto esclusivo, immediato di potenti ed egoistici gruppi di interesse !

  3. Condivido tutto sulla analisi lucida ed altrettanto angosciosa. Per la strategia, forse bisognerebbe contestare con più forza a Nethaniau esattamente quello che lui dichiara essere il suo obiettivo: la distruzione di Hamas. Anzi, avviene esattamente il contrario e sarà sempre peggio anche per Israele. Hamas verrà eliminato solo dai palestinesi, mai da atti di guerra.

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