Il Governo Meloni e le droghe: tra criminalizzazione e strabismo

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ll segnale è arrivato forte e chiaro. Con il “decreto rave” (https://volerelaluna.it/commenti/2022/11/02/i-muscoli-del-governo-contro-i-rave-o-contro-il-diritto-di-manifestare/ ), emanato all’indomani di un rave party organizzato a Modena, l’appena insediato Governo Meloni ha subito messo sul tappeto le sue scelte sia sul diritto di manifestare che sulle politiche in tema di droghe. A quest’ultimo riguardo è finita la tregua dei governi di compromesso, che avevano ibernato la questione per anni, ed è stata attuata una svolta, con una criminalizzazione della auto-organizzazione giovanile in tema di feste e divertimento che schiaccia i ragazzi sulla rappresentazione pervertita dello “sballo”, ripresa e rilanciata dai media: all’insegna del “se non capisco, vieto” (https://volerelaluna.it/societa/2022/11/10/rave-se-non-capisco-vieto/ ). I passaggi successivi, poi, sono stati coerenti.

La linea seguita è quella dell’inasprimento della repressione dei consumatori di sostanze psico-attive, la cui prima è stata la proposta di modifica del Testo unico sulla droga predisposta dal Dipartimento per le politiche antidroga, sotto la regia del segretario alla presidenza del Consiglio, Alfredo Mantovano. Tale proposta riguarda il comma 5 dell’art 73 della legge sulla droga, relativo aifatti di lieve entità nel piccolo spaccio. Nel nostro sistema le sanzioni per i reati in materia di droga sono sovradimensionate e tra le più alte in Europa, ma finora l’ipotesi attenuata della “lieve entità” ha consentito ai giudici di applicare pene alternative alla detenzione, imponendo percorsi di cura anziché il carcere. Con la modifica prospettata, che impedisce l’affidamento in prova ai servizi sociali, diventerebbe invece pressoché obbligato il ricorso, già sperimentato in modo fallimentare con la legge Fini-Giovanardi, al carcere, seguito, sempre che vada tutto liscio durante la detenzione, dagli arresti domiciliari in comunità terapeutica. Ma, anche a ritenere che l’approccio penale sia utile per “motivare” le persone al trattamento, la strada non può essere quella di prevedere come soluzione unica il carcere o, in alternativa, l’obbligatorietà della comunità terapeutica. Così facendo, infatti, si trasformano le comunità in istituzioni chiuse, piccoli manicomi, e si preclude ogni possibilità di individualizzazione del trattamento, che invece è l’indicazione prioritaria per la definizione di un percorso di cura. Inoltre, su un piano più strettamente giuridico, la modifica sarebbe in contrasto con il principio fondamentale della proporzionalità delle pene. In sintesi l’impostazione del Governo è quella di criminalizzare e considerare patologico ogni avvicinamento al mondo della droga.

In attesa della controriforma si è assistito, poi, a un giro di vite sui cannabis shop, in cui si vende cannabis legale con un massimo di 0,5% di principio attivo (Thc), che si sono rivelati di inattesa utilità durante la pandemia. In quella fase, i prodotti legali, anche solo per effetto placebo, hanno contribuito a gestire molti stati di malessere. Da due mesi, inoltre, anche il cannabidiolo (Cbd), altro principio attivo della cannabis e ansiolitico naturale funzionale al contenimento dell’aggressività, non è più acquistabile se non in farmacia, con ricetta medica non ripetibile.

In questo quadro, è altrettanto significativo ciò che il Governo non ha fatto: in particolare azzerando il lavoro portato avanti, nella scorsa legislatura, dalla ministra Fabiana Dadone con l’organizzazione della Conferenza nazionale sulle droghe, che non si teneva da 12 anni, riaccendendo così i riflettori sull’argomento. In quel percorso, era stato chiesto agli operatori, agli esperti e a coloro che a vario titolo lavorano nel settore, di “svecchiare” la legge sulla droga che risale al lontano 1990 e, successivamente, di preparare il Piano triennale di azione nazionale (Pand), che l’Unione europea chiede a tutti gli Stati membri, in modo da armonizzare e coordinare una politica comune sul settore. Ebbene, sia i “suggerimenti” della Conferenza nazionale che il Piano di azione sono stati accantonati perché non in linea con l’attuale impostazione governativa e le proposte formulate, frutto di un’ampia partecipazione e di solide competenze e improntate ai valori della cura e della prevenzione, compresa la riduzione del danno, sono state cestinate senza batter ciglio.

È stata invece molto attiva anche in questo settore la macchina della propaganda, che ha privilegiato i messaggi mediatici generalisti, diretti al pubblico televisivo. Il primo spot – “Dai un calcio alla droga” – ha subìto l’inatteso autogol di Roberto Mancini, commissario tecnico della Nazionale di calcio, che, dopo avere sbandierato i valori dello sport in contrapposizione ai disvslori attribuiti a chi usa sostanze illecite, ha testimoniato nei fatti il valore dei soldi dell’Arabia saudita. Il secondo, recentissimo – “Butta via la droga, non la vita” – ripete gli stereotipi dell’uso della cannabis come droga di accesso a tutte le altre, mentre le ricerche e gli studi più accurati segnalano la fidelizzazione alla cannabis del 78-82% dei consumatori di sostanze (eccettuati alcol e tabacco, costituenti, con la cannabis, la “triade” delle droghe più consumate dai giovani), che, per questo, non “tradiscono” l’hashish e la marijuana sostituendoli con altre sostanze. Vengono così omesse le campagne preventive davvero efficaci, che definiscono il target giovanile da incontrare, modellano il linguaggio sulle culture di riferimento, si caratterizzano come interattive e dialogiche e, per quanto possibile, coinvolgono i ragazzi in iniziative in cui è loro permesso di assumere un ruolo da protagonisti.

Sintomatico dell’atteggiamento ideologico e inadeguato del Governo e della sua maggioranza è, infine, la politica in tema di gioco d’azzardo, che pure genera dipendenze simili a quelle delle droghe. Il paradosso è lo strabismo con cui vengono interpretati i diversi fenomeni che inducono dipendenza e la radicale differenza di politiche al proposito: proibizionismo duro per l’uso di sostanze psicoattive, ad eccezione di quelle legali, liberalismo estremo per il gioco d’azzardo e i suoi concessionari. Le giunte regionali di centro-destra, in particolare, si sono prodigate (il Piemonte davanti a tutte) a disfare le leggi regionali più restrittive in vigore, consentendo l’ampliamento dei luoghi di gioco e la re-installazione di slot-machine anche là dove erano state faticosamente eliminate (bar, tabaccai, giornalai). Come a dire, guerra dura alle droghe, tranne a quelle che non ci dispiacciono.

Gli autori

Leopoldo Grosso

Leopoldo Grosso, psicologo e psicoterapeuta, è stato per molti anni coordinatore del settore Accoglienza del Gruppo Abele e fondatore dell’Università della strada. Tra i suoi libri più recenti: “La comunità terapeutica per persone tossicodipendenti” (con Maurizio Coletti, 2011), “Atlante delle dipendenze” (con Francesca Rascazzo, 2014), “Questione cannabis. Le ragioni della legalizzazione” (2018), tutti per le Edizioni Gruppo Abele.

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