Tra cinema e realtà: un domani ancora da conquistare

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È il film del momento e molto, forse troppo, è stato già detto e scritto in questi giorni. C’è chi lo ha snobbato, chi lo ha demolito senza neanche averlo visto, e poi ci sono le file di persone davanti alle sale e gli applausi spontanei a fine proiezione (https://volerelaluna.it/cultura/2023/11/15/pensieri-sparsi-a-margine-di-un-film-di-successo/). Stiamo naturalmente parlando di C’è ancora domani, il primo film da regista dell’attrice Paola Cortellesi, che con tre milioni di spettatori (e i numeri non smettono di crescere) si sta rivelando una salutare boccata d’ossigeno per il cinema italiano

Il film inizia con i classici stilemi di un romanzo popolare: il risveglio trafelato di una povera famiglia romana in un misero appartamento seminterrato. Una moglie smunta, un marito corpulento, due bambini che si dividono lo stesso letto, una figlia più grande che sta per convolare a nozze con un ragazzo di belle speranze. Fin da questa prima scena – che ci introduce a un tempo e un luogo facilmente riconoscibile, l’Italia appena uscita dalla guerra, grazie a un bianco e nero che richiama la sedimentata memoria cinematografica neorealista – Cortellesi mette subito in chiaro quale sia la cifra che segna la pellicola.

Delia, questo è il nome della protagonista interpretata dalla stessa Cortellesi, si sveglia nel talamo, augura buongiorno al marito e per risposta Ivano (Valerio Mastandrea) le appioppa una sonora sberla. Delia incassa lo schiaffone e si riprende subito, per permettere il funzionamento della famiglia: prepara la colazione per gli altri (lei, che porta sempre il grembiule ai fianchi e uno strofinaccio sulle spalle, non si siede quasi mai a tavola), la schiscetta per Ivano, le cartelle per i bimbi, pulisce, sistema, si occupa del vecchio e burbero suocero che vive con loro, e, finalmente, apre la porta di casa, per entrare nel mondo pubblico e condiviso del cortile. E da lì, con una lunga sequenza laterale in slow motion (sostenuta dall’energia musicale fuori contesto dei Jon Spencer Blues Explosion), Delia imbocca le strade del quartiere, camminando in una città che, tra soldati alleati agli incroci e lunghe file davanti ai pizzicagnoli, mostra ancora i segni e le ferite della guerra.

Del resto, le botte che Delia riceve quotidianamente tra le mura di casa sono solo una faccia, la più esplicita e ferina, dell’oppressione in cui la donna vive, fuori e dentro la famiglia. La bruta figura del marito, che alla violenza fisica associa la riconferma verbale del proprio diritto di dominatore e il sistematico soffocamento di ogni seppur debole impeto di autonomia della moglie, non è certo isolata. Altri personaggi e altre scene ribadiscono che Delia non vale quanto un uomo e come tutte le donne (importa poco la loro estrazione sociale: rispettabili famiglie borghesi, chiacchierate famiglie di commercianti arricchitesi nel mercato nero…) deve imparare a tenere la bocca chiusa e stare al suo posto, vale a dire al posto assegnatole dagli uomini. E così è giusto che Delia sia pagata meno del ragazzo – che lei stessa deve addestrare al mestiere! – appena assunto al laboratorio di riparazioni d’ombrelli dove lei lavora da anni (di nascosto al marito). E così è giusto che i pochi soldi che lei guadagna (questa volta alla luce del sole), facendo punture agli abitanti dei quartieri ricchi, siano puntualmente consegnati a Ivano. E così, pure, che sia lei a sacrificare amicizie e liberi momenti di decompressione per stare dietro alla casa, ai bambini, al suocero (un notevole Giorgio Colangeli) maschilista quanto il figlio anche, e forse soprattutto, ora che dipende completamente dalle cure di Delia, mentre Ivano può uscire ed avere scambi sociali e sessuali quando e con chi vuole.

Insomma, Delia è una moderna – ma nel contempo antica, virata seppia – Cenerentola, umiliata, sottomessa e senza via d’uscita. A meno che non compaia una fata a riscattarla con la magia e un principe azzurro a sceglierla e, facendola propria, liberarla da Ivano. E invece, con un’attenta scrittura che è il principale punto di forza del film (si veda anche la scena, esilarante, del pranzo contrappuntato di gaffes ed equivoci tra la famiglia di Delia e quella del fidanzato della figlia), Cortellesi e i suoi sceneggiatori ci conducono, senza che ce ne accorgiamo, a far deragliare i nostri stereotipi. Per non rovinare la sorpresa non sveleremo troppo, ma è sufficiente dire che Delia rompe questo schema e prende in mano la propria emancipazione, di nascosto al marito e agli stessi spettatori. Attraverso l’arma più inaspettata e potente che ci sia, si prende quella voce che l’è sempre stata negata. E non sarà la sola a farlo in quel giugno del 1946.

Con un doppio atto dirompente, pubblico e privato, Delia libera da un destino che sembra già segnato anche l’amata primogenita Marcella (la convincente Romana Maggiora Vergano), insegnandole ad immaginare e cercare un domani lontano da quella umiliazione e quella violenza che lei ha sempre conosciuto, un domani fatto di istruzione, libertà di scelta, autonomia lavorativa, relazioni non asimmetriche e soffocanti.

Nella regia Cortellesi è brava ad assimilare le lezioni del cinema d’autore, passato e recente, nelle forme semplici e accessibili di una commedia popolare. Addolcendo la rappresentazione surreale della crudeltà di Scola (Sporchi, brutti e cattivi), percorrendo la strada coraggiosa aperta da Nichetti (Ladri di saponette), facendo proprio il rapporto spiazzante tra musica e messinscena di Susanna Nicchiarelli (Miss Marx). Non tutto funziona ed è all’altezza, ad esempio la fotografia troppo piatta e pulita e una recitazione spesso eccessivamente contenuta, ma il film dimostra freschezza e fantasia e riesce a mantenere un difficile equilibrio tra evocazione del passato e attualizzazione, tra capacità di trasfigurare la violenza senza nasconderla, girando e montando i terribili pestaggi di Delia da parte di Ivano come una straniante coreografia.

In questi giorni di lutto e di rabbia, seguiti all’assassinio di Giulia Cecchettin, Paola Cortellesi ci ricorda con questo film che la strada di uscita dal patriarcato è un’impresa collettiva che nasce da lontano. Non sappiamo se Delia, dopo aver rivendicato fino in fondo il diritto di cittadinanza a contare e non stare più zitta, sia riuscita a spezzare la prevaricazione e la violenza del marito. Sappiamo però che per ottenere altri diritti e fondamentali traguardi di libertà – il divorzio, l’aborto, la riforma del diritto di famiglia, l’abolizione del delitto d’onore – passeranno da allora altri decenni e ci vorranno dure lotte e intensa mobilitazione politica.

Il messaggio di Delia è arrivato e l’emancipazione di Marcella e delle generazioni di donne che l’hanno seguita è innegabile. Ma il patriarcato – non più monolitico e ingabbiante come nel passato – pervade ancora la società come il gas una stanza chiusa e, anche in questi giorni, vorrebbe spegnere la lava della rivolta femminista – alimentata dalle parole incredibilmente coraggiose e lucide di Elena Cecchetin – in un’inarrestabile marea di rassegnazione.

Come sintetizza Ida Dominijanni, «la libertà femminile e la fine del consenso femminile al dominio maschile hanno inferto una ferita insanabile al patriarcato, che proprio perché è ferito e destabilizzato reagisce con maggiore violenza: finché le donne erano addomesticabili e sopportavano in silenzio, lo mostra bene il film di Paola Cortellesi che non a caso di questi tempi riempie le sale, non c’era bisogno di sopprimerle, bastava un ceffone di prima mattina per tenerle in riga. Oggi siamo più a rischio non perché siamo più oppresse, ma perché siamo più libere» (https://volerelaluna.it/rimbalzi/2023/11/27/il-campo-di-battaglia-del-patriarcato-vacillante/).

Sta qui la complessità, ma anche la terrificante e desolante pervasività, del fenomeno della violenza di genere nella nostra società. Il patriarcato di Ivano e di quella generazione, per fortuna, è andato in pezzi, ma questi pezzi acuminati sono qui sparsi tra noi, e possono fare ancora più male. È solo dalla messa a nudo e discussione di sé – praticata da tempo dal femminismo, ma ancora rifiutata fermamente dalla maggioranza degli uomini – e dal confronto vero con l’altro che si può pensare di aprire un altro domani. Un domani fatto di nuovi modelli di mascolinità, in cui trovino spazio l’educazione alle emozioni, alla loro espressione e gestione (si pensi alla gelosia e all’abbandono), la sperimentazione di legami affettivi e d’amore su basi di reciprocità, una sessualità consapevole e non predatoria. La strada per uscire dal patriarcato è ancora lunga, ma dobbiamo percorrerla senza tentennamenti e negazionismi. Per Delia e per tutte le donne che continuano a resistere e lottare. Anche a bocca chiusa.

Gli autori

Francesco Memo

Francesco Memo, sociologo di formazione, ha insegnato e fatto ricerca a lungo in Università (Bicocca e Politecnico) e da alcuni anni si occupa di educazione e animazione culturale alla Centrale dell’acqua di Milano. Ha scritto per “Doppiozero”, “Critica marxista” e altre riviste. È autore di un graphic novel, “La vita che desideri” (Tunué), che ha vinto il premio Manzoni 2019 per il romanzo storico.

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