Il Governo, i media e le nuove “classi pericolose”

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Carl Schmitt definiva sovrano colui che decideva sullo Stato d’eccezione. Situazioni di gravità assoluta, che esulano dalla normalità, richiedono decisioni e decisori forti, privi di ogni mediazione che li ostacoli. L’esecutivo attualmente in carica, vuole catturare il consenso dell’opinione pubblica accreditandosi come il sovrano schmittiano. In realtà, dietro il piglio risolutore e risolutivo che il Governo Meloni ci propone sin dal suo insediamento, si cela, a nostro giudizio, una verità molto più cruda e desolante. Non si tratta di un sovrano o, meglio, di una sovrana, bensì di una esecutrice-elaboratrice. Il sovrano reale sembra essere quello mediatico, che, tra fake news, social e, soprattutto, talk show televisivi, traccia la strada della paura, che il Governo in carica percorre fino in fondo, varando provvedimenti che, se da un lato traggono spunto dal panico morale diffuso, intercettato e amplificato dagli imprenditori morali mediatici, dall’altro lato producono un’ingegneria sociale nociva, che rischia di ridurre l’Italia a un mosaico di ghetti, lazzaretti e prigioni.

Non è la prima volta che succede in questi anni. Basta andare indietro di appena tre anni e mezzo per trovare il caso dell’allora direttore del DAP, licenziato dall’allora Guardasigilli su input del presentatore televisivo Massimo Giletti, che in diretta TV aveva accusato il Governo di favorire la liberazione dei mafiosi in seguito all’emergenza Covid. Il Governo della ex-giovineitalica Giorgia Meloni si è spinto a un livello ulteriore. Consapevole di essere espressione di appena un quarto degli italiani (vedi astensionismo dell’ultima tornata elettorale), l’esecutivo attuale ha cercato di riempire la scena, avvalendosi, conseguentemente, del sensazionalismo mediatico.

Dopo essersi presentato al pubblico con un decreto come quello anti-rave, che stabilisce che 19 persone sono innocue mentre venti sono pericolose, ha provato a catturare l’immaginario collettivo con due nuovi colpi di teatro, ammanniti a mezzo di decreto. Il primo, è stato quello ribattezzato “Caivano”. Sull’onda di un tragico fatto di cronaca avvenuto nell’omonimo centro dell’hinterland, la premier si è immediatamente recata sul luogo, esprimendo tutta la sua solidarietà al parroco di frontiera divenuto una star mediatica. Al suo ritorno, ha guidato il varo di un decreto-legge che surrettiziamente smantella il sistema giudiziario minorile e introduce il Daspo per i quattordicenni.

Successivamente al decreto Caivano, è partita una nuova ondata di panico morale. A partire da una trasmissione di intrattenimento popolare, che da anni sfoga la sua pretesa di controinformazione sulla criminalità di strada e le truffe di quart’ordine, si è diffusa la narrazione delle bande composte da donne di origine rom che si aggirerebbero spietate nei mezzi di trasporto pubblico. Il commissariato milanese della stazione della metropolitana si è immediatamente adeguato al grido di indignazione, istituendo una task force pronta a operare alla bisogna. Ma non è bastato, perché molte altre trasmissioni hanno cominciato a descrivere le città italiane come un ricettacolo di pericoli di strada, arrecati dalle donne rom, dai migranti e dai rifugiati. Una rappresentazione da scenario di guerra civile, corredato dalla testimonianza di personaggi dello star system, come faccendieri e soubrette, pronti a raccontare con il massimo sdegno le loro esperienze negative con la criminalità di strada.

All’allarme suonato dai media il Governo ha risposto un’altra volta “presente”, elaborando questo disegno di legge che presenterà alle Camere. Tra le misure previste, il carcere per le madri e le donne incinte, il Daspo nei trasporti pubblici, le pene per gli occupanti abusivi di alloggi, la licenza per i poliziotti di utilizzare fuori servizio le armi private di cui sono in possesso (https://volerelaluna.it/controcanto/2023/11/21/il-governo-della-paura-e-lalibi-dellinsicurezza/). L’elaborazione di cui si parlava all’inizio, rappresenta un elemento preoccupante, che dovrebbe destare le coscienze democratiche, che ancora in questo paese esistono, al di là di ogni semplice indignazione. Proviamo ad addentrarci in profondità.

Si diceva dell’ingegneria sociale nociva. In un anno di esercizio delle sue funzioni, il Governo Meloni ha già prodotto, attraverso i precedenti decreti, due nuove categorie di classi pericolose, da prevenire rimuovendole dal tessuto sociale a colpi di Daspo, da reprimere aumentando i minimi di pena e favorendone quindi l’ingresso nel sistema penale. Sorvolando sul fatto che di rave non è morto mai nessuno, che risse violente, aggressioni o lesioni a terzi non sono mai successi. Aggirando, in malafede, il fatto che la questione minorile si connota innanzitutto per essere una questione di carattere socioculturale: da anni le periferie sono abbandonate, prive di investimenti che li rendano luoghi vivibili, che favoriscano l’aggregazione spontanea, che promuovano il controllo democratico del territorio e la costruzione di quelle relazioni di prossimità (vicinato, rione) che rappresentano i veri e propri elementi di freno alla marginalità e alla microcriminalità. Da anni, sappiamo che il nostro paese è popolato da una fascia sempre più consistente di giovani di seconda e terza generazione, figli di migranti e di rifugiati, nati e cresciuti qui, che non possono godere delle stesse prerogative dei loro coetanei italiani perché non hanno la cittadinanza. Si era parlato di ius soli, di ius scholae, ma i governi, anche vagamente, di centrosinistra, che li avevano proposti, non hanno mai superato il limite del velleitarismo, facendosi intimidire dalla levata di scudi politico-mediatica che avveniva dal fronte opposto. Ne è scaturita la montatura del panico morale sulle baby-gang, dalla quale siamo approdati alla situazione legislativa attuale. Sarebbe il caso di farla, un po’ di autocritica.

Il nuovo disegno di legge introduce altre due categorie di classi pericolose. La prima è quella delle donne rom, malcelate destinatarie della misura che mira a imprigionare le madri e le donne incinte che commettono reati di strada. Innanzitutto, si tratta di un provvedimento implicitamente razzista ed esplicitamente sessista, ed è paradossale che a vararlo sia un esecutivo presieduto, per la prima volta nella storia di questo paese, da una donna. In secondo luogo, si tratta di un provvedimento intimidatorio, perché agisce sulla protezione che le madri esercitano sui figli. Minacciare una donna di separarla dalle sue creature o di recluderle insieme, oltre a contraddire le più elementari disposizioni in materia di diritti umani, rappresenta una spada di Damocle che non risolve certo il problema della marginalità e della criminalità di strada, ma, semmai rischia di peggiorarlo. Per esempio, i bambini e le bambine potrebbero andare da soli a praticare le attività predatorie. Quindi si finirebbe per creare una profezia che si auto-adempie, ovvero la dimostrazione che i minori rappresentano una minaccia per la comunità e per loro ci vuole l’inasprimento delle misure penali, e che i rom sono una categoria propensa a delinquere, secondo uno schema neo-lombrosiano.

La seconda nuova classe pericolosa è quella degli occupanti degli alloggi abusivi. Perché questa attenzione nei loro confronti? Possiamo ipotizzare che dalla crisi economica possa scaturire un ulteriore tentativo, da parte del capitale nostrano, di risollevarsi attraverso la valorizzazione della rendita fondiaria. Oppure svendendo il patrimonio abitativo agli investitori internazionali che hanno fiutato il business che consegue alla trasformazione del nostro paese in un’immensa Disneyland a cielo aperto, che ormai sopravvive al declino industriale e all’assenza di un progetto economico inventando trattorie, aperitivifici e bed and breakfast che nulla hanno della denominazione originale. Altrimenti, le occupazioni di case potrebbero illuminare qualche amministratore nell’importare il modello di Riace, insediando migranti e rifugiati e favorendo la costruzione di un tessuto sociale e produttivo alternativo.

Più probabilmente, la questione delle occupazioni degli alloggi ha a che fare con la criminalizzazione del dissenso e del conflitto sociale. L’economia italiana non ha grossi margini di crescita, le istituzioni sovranazionali centellinano il credito finanziario e morale nei confronti del nostro apparato produttivo. Politiche alternative, votate all’inclusione, alle nuove tecnologie, alla salvaguardia dell’ambiente, non sono nelle corde di un Governo che annovera tra le sue file rappresentanti del mondo finanziario, o ad esso collaterali. Le manifestazioni di protesta, sui luoghi di lavoro e nelle piazze, spontanee e organizzate, si sono moltiplicate, e i lavoratori di origine migrante, come si è visto negli ultimi anni, sono sempre più protagonisti. Inoltre, la scelta di abolire il reddito di cittadinanza, deteriorando le condizioni di vita di larghe fasce di popolazione private di un seppur minimo ammortizzatore sociale, sortisce l’effetto di alimentare sia i circuiti illegali, sia, soprattutto, la protesta sociale. Se è vero che questo Governo non ambisce, come la compagine gialloverde che lo precedette cinque anni fa, ad abolire la povertà, dall’altro lato non gradisce vedersi crescerne attorno gli effetti. Per questo tenta di rimuoverla. O di reprimerla, quando assume caratteristiche di consapevolezza collettiva, articolata, che si riversano sul piano politico. Tanto più se ci troviamo di fronte ad una maggioranza la cui componente di spicco, vale a dire il partito della premier, è animata da una visione organica, monolitica, del corpo sociale, al limite propensa a mobilitarsi contro un nemico possibilmente proveniente da fuori. Ecco che allora la cifra repressiva si dispiega appieno, trasformando in crimine un bisogno sociale.

Last but not least, le misure nei confronti delle forze di polizia, chiudono il cerchio, suggellando il progetto politico che la maggioranza attuale persegue sulla società italiana. Se il conflitto, le minacce, i criminali, sono diffusi in tutto il corpo sociale, è necessario neutralizzarli attivando a 360 gradi le forze preposte alla repressione. Se le finanze sono tanto magre da non potersi permettere nuovi reclutamenti, si predispone quello che si connota per essere un vero e proprio straordinario non pagato. Le forze di polizia, fuori servizio, sono autorizzate a utilizzare le proprie armi, non quelle di servizio, ma quelle che posseggono privatamente. A parte che si tratta di un’informazione interessante, che ci fa scoprire che esiste una componente consistente delle forze dell’ordine che dispone di armi proprie (da sentirsi davvero insicuri, più che di prendere la metropolitana e di imbattersi nei borseggiatori), la misura pone un problema relativo alle prerogative delle forze preposte al mantenimento dell’ordine pubblico. Senza il filtro della regola d’ingaggio, della regolamentazione a norma di legge del loro operato, poliziotti, carabinieri e affini verranno posti nella condizione di valutare con discrezionalità situazioni di sospetto disordine, e di giustificare eventuali situazioni sfuggite loro di mano, motivando eventuali episodi tragici con l’avere agito nell’interesse pubblico. Dobbiamo prepararci, in altre parole, al proliferare di nuovi casi sulla scia di Aldrovandi, Cucchi, Magherini, Uva, Bianzino. Se poi le forze dell’ordine fuori servizio, in possesso della loro arma, si imbattessero in una manifestazione, il bilancio rischia di essere ancora più tragico. Non ci piace affatto lo schmittismo di cartone di questo Governo. Non ci piace il format che ci ha preparato. Perché non si tratta di audience, bensì dei principi di convivenza civile, dei diritti fondamentali, della Costituzione che sono sotto minaccia. E che bisogna difendere da questo Governo. Che, ci auguriamo, giunga presto al capolinea. Magari lavorando attivamente affinché avvenga.

L’articolo è tratto, in virtù di un rapporto di collaborazione, dal sito del Centro per Riforma dello Stato (https://centroriformastato.it/carl-schmitt-in-tv-il-ddl-sulla-sicurezza-urbana/)

Gli autori

Vincenzo Scalia

Vincenzo Scalia è professore associato in Sociologia della devianza presso l’Università degli Studi di Firenze. Si occupa prevalentemente di carceri, criminalità organizzata, abusi di polizia. Ha insegnato e svolto ricerca in Messico, Argentina ed Inghilterra. I suoi lavori sono pubblicati in italiano, inglese, spagnolo e turco.

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