Femminicidi: qualche riflessione scomoda ma necessaria

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«Non resteremo in silenzio, ma distruggeremo tutto», dice Elena Cecchettin, sorella di Giulia, citando una poesia di Cristina Torre Cáceres. E chiede, con una dignità commovente e pensosa, di ricordare la sorella «con un minuto di rumore». Ma ci sono rumori che inquietano e rumori che rassicurano, perché coprono verità scomode. Ecco, so che dovrei dire che questo rumore unanime che si è levato in questi giorni contro i femminicidi è un segno che tutti si sono accorti di una misura colma, di un vaso di lacrime e dolore che sta esondando. Confesso, invece, che questo rumore mi ricorda tanto quel fremito nazionale che durante il Covid portava tutti a dire che ne saremmo usciti migliori mentre tutto correva spedito verso il peggio.

Non c’è rumore peggiore di quello che serve a coprire chi sta urlando verità scomode. E i femminicidi richiedono forse non l’esercizio d’una verità unanime ma quello d’una verità scomoda. Questo solo dovremmo alle vittime.

C’è qualcosa di sospetto nel fatto che tutti – ma proprio tutti – riconoscano la violenza di alcuni atteggiamenti. Perché se tutti siamo d’accordo, nessuno è davvero colpevole e quella violenza sarà appannaggio dei mostri, degli anormali. Se tutti – ma proprio tutti – riconosciamo la violenza, allora nessuno riconoscerà che l’origine di quella violenza è un conflitto. Materiale, strutturale, sociale, culturale, simbolico, economico. La violenza di genere è l’effetto di un conflitto generato dalla dominazione maschile. Ecco la prima verità scomoda: non c’è falsificazione più grande che essere tutti solidali contro la violenza nascondendo però i conflitti che l’hanno generata. E qui vengo a quella che, con un robusto grado di semplificazione di cui mi scuso, potrei definire una tassonomia dei modelli interpretativi che mi sembrano prevalere e persino scontrarsi, specie nell’area culturale di sinistra.

Il primo modello si potrebbe definire della trasversalità pacificatrice. La violenza di genere è cosa tale da richiedere delle “larghe intese” intorno a cui stringersi insieme. Non c’è destra e sinistra: con un’inusuale accelerazione dei lavori parlamentari, entro pochi giorni avremo la nostra legge bipartisan, dedicata all’educazione affettiva. La pacificazione sostituisce così il conflitto, nel segno di un lavoro educativo da fare insieme nelle scuole. Ma insieme chi? Come se l’educazione affettiva fosse una cosa neutra e circoscrivibile e non fosse il portato di modi di intendere le relazioni, la propria identità, di assegnare significati differenti alla propria sessualità ecc. Sono pronto a leggere la proposta bipartisan di educazione all’affettività scritta da coloro che però rivendicano che la scuola serve solo a formare lavoratori e che il posto delle donne è la famiglia. Sono pronto a osservare lo sforzo inane degli insegnanti per spiegare al mattino che l’amore non è sempre e solo ferita narcisistica, mentre il pomeriggio le nostre televisioni ci propinano incessantemente un unico modello di incontro tra “uomini e donne”: quello della predazione assoluta e del narcisismo come orizzonte ultimo di senso dentro cui collocare ogni contatto. Dietro quest’illusione educativa c’è l’ennesima falsificazione ideologica: che vi sia un solo modello relazionale da proporre, che, guarda caso, sarà eterosessuale e patriarcale e consisterà in fondo nel dire: «non uccidetele, ste povere donne». Però molestatele pure, sottomettetele, dominatele, decidete per loro, scopatele quando sono ubriache o vestite male, sessualizzate tutti i discorsi a loro riferiti. Altro che unanimità: l’unica cosa su cui siamo tutti d’accordo è che non bisogna ucciderle. Ma mentre per molti la violenza finisce qui e il resto è discorso comune – cosa vuoi che sia fischiare a una bella ragazza? – per me e per tanti la violenza comincia qui e si propaga e continua fino a mettere in discussione un intero modo di stare nelle relazioni di genere. Non c’è cosa più conflittuale di ciò che vorremmo illuderci di pacificare: l’educazione affettiva. C’è poi un riduzionismo antropologico che orienta questo unanimismo interpretativo. La “tentazione” della violenza maschile non avrebbe altra genesi che quella naturale: il maschio non dovrebbe cedere alla tentazione che albergherebbe dentro se stesso da sempre e al di là delle circostanze culturali, sociali, economiche, politiche. Una responsabilizzazione che riguarda il singolo e assolve il tribalismo patriarcale. Come se bastasse per ciascun maschietto lavorare in autonomia per frenare la propria natura e risolviamo tutto così. Magari fosse tutto così semplice e risolvibile in interiore homine.

Il secondo modello è quello della “cultura del patriarcato”. Qui le cose si complicano. Perché che dietro questa spirale violenta vi sia l’aggravarsi di una dominazione strutturale che non dipende dalle circostanze sociali o dalla “storia del tempo presente” è indubitabile. Vero, il patriarcato non riguarda soltanto il presente ed è un fenomeno culturale così strutturale da potersi definire in senso lato come “transtorico”. È cambiata la sensibilità al fenomeno, non l’intensità del fenomeno. Quel che ci tocca fare è un duplice lavoro. Da un lato universalizzare il patriarcato, riconoscendo dietro la singolarità dei fenomeni una sola invariante culturale: dopo cinquecento anni la caccia alle streghe si è evoluta e ha preso forme differenti, ma sempre di caccia alle streghe si tratta. Dall’altro lato cercare di analizzare i caratteri culturali specifici che storicamente fanno la differenza e aggravano la situazione, collocando dunque l’analisi della violenza nei confronti delle donne dentro una storia culturale ben precisa. Per fare solo un esempio: come si può costruire una sensibilità anti-patriarcale in un paese come il nostro, in cui il delitto d’onore è stato abolito appena quarant’anni fa e in cui è forte la presenza della chiesa cattolica che resta tenacemente aggrappata a una sorta di patriarcato istituzionalizzato? Questa storicizzazione della violenza di genere è un’interpretazione necessaria di ciò che accade. Ma temo che non basti se è slegata da una connessione altrettanto necessaria col tempo presente.

Vengo così al terzo modello interpretativo. Quello che sostiene che la colpa non sarebbe del patriarcato ma del neoliberismo. Cioè di un sistema economico e politico che ha preteso di funzionalizzare tutte le relazioni, di oggettivare ogni soggetto, di mercificare ogni sentimento trasformandolo in pretesa di possesso e di consumo. E di farlo attraverso una semantica della dominazione che chiamiamo educatamente “competizione”: per cui ogni relazione è una prestazione, ogni misconoscimento è una minaccia della nostra stessa identità, ogni altro è un potenziale nemico, ogni fragilità è un fallimento. L’individualismo proprietario si è trasformato in narcisismo possessivo e le relazioni economiche hanno colonizzato l’intera sfera delle relazioni. Così il femminicidio sarebbe non tanto l’effetto del patriarcato, cioè della dominazione maschile, quanto l’effetto di un sistema simbolico in cui tutti i significati in cui possiamo riconoscerci producono inevitabilmente violenza, sfruttamento, dominio. Il tempo presente rappresenterebbe allora un salto di qualità della volontà di dominio, dal momento che il capitalismo si è ormai esteso e ha tolto di mezzo ogni mediatore, a partire dalla sfera politica.

È curioso come questi due modelli, critica al patriarcato e critica al capitalismo, finiscano spesso, nella discussione pubblica di questi giorni, in un corto circuito. Quello per cui chi riporta tutto al patriarcato depoliticizza la questione dei femminicidi, richiamando degli antidoti di ordine puramente culturale, mentre chi riporta tutto al capitalismo, politicizza troppo rischiando di ignorare la consistenza storica della questione della violenza nei confronti delle donne, che non è affatto una semplice emergenza del tempo presente.

Per evitare di affidarci all’unanimismo del ripudio della violenza senza riconoscimento del sottostante conflitto, dobbiamo evitare proprio di cascare nella trappola di tale corto circuito. Sono decenni che gli studi di genere ci dicono che tra patriarcato e capitalismo c’è un’alleanza genealogica. Prima ho fatto cenno alla caccia alle streghe, e a molti è nota la celebre tesi di Silvia Federici, per cui «lo sviluppo del capitalismo iniziò con una guerra alle donne: la caccia alle streghe del XVI e XVII secolo». Il capitalismo contemporaneo non ha attenuato quell’alleanza dell’origine ma l’ha rinvigorita, femminilizzando il lavoro, privatizzando ogni esperienza di legame sociale, assumendo infine il codice della guerra – con tutto il suo galateo intrinsecamente patriarcale e maschilista – in sostituzione di quello della democrazia. Senza questa correlazione tra patriarcato e capitalismo rischiamo oggi di perderci la radicalità sociale per cui il primo è diventato il modello di riferimento delle forme contemporanee del dominio e della violenza e il secondo ha globalizzato la caccia alle streghe condannando le donne a una sottomissione che sotto l’apparente promessa della liberazione individuale per poche è diventata un incubo per quasi tutte. Mai come in questo caso l’intersezionalità è l’unica possibilità concreta per interpretare ciò che sta accadendo.

Faccio solo due esempi, per chiudere.

Mi colpisce la rapidità con cui le Università italiane hanno preso in questi ultimi giorni posizione contro la violenza sulle donne. Rapidità che stride con la ritrosia delle stesse istituzioni a prendere posizione contro la guerra a Gaza. Non è un’illusione credere che si possa arginare la violenza contro le donne accettando il codice diffuso della guerra? Che si possa fare una lotta culturale al patriarcato senza riconoscerne i suoi effetti politici e sistemici per cui la dominazione è diventata il respiro stesso del mondo?

Infine, mentre celermente e all’unanimità approviamo la nostra legge bipartisan, nel pacchetto sicurezza in discussione negli stessi giorni è previsto che tutti gli appartenenti alle forze dell’ordine e ai corpi militari possano acquistare un’arma a uso privato senza alcun controllo o autorizzazione (https://volerelaluna.it/controcanto/2023/11/21/il-governo-della-paura-e-lalibi-dellinsicurezza/). Si dirà, che c’entra tutto questo con i femminicidi? Guarda caso, il 94% di coloro ai quali stiamo per concedere di potersi “fare giustizia da sé” sono maschi. Sono quegli stessi uomini che vorremmo educare affettivamente ad amare le donne. Con la pistola in mano, la legittimazione della convinzione di poter essere dei giustizieri senza controllo e il paternalismo della nostra indignazione unanime a favore di telecamere. Non c’è riconoscimento della violenza, se non c’è anche riconoscimento del conflitto. Elena, hai proprio ragione: distruggiamo tutto, per favore.

Gli autori

Sergio Labate

Sergio Labate è professore di Filosofia teoretica presso l’Università di Macerata. Tra i sui temi di ricerca ci sono il lessico della speranza e dell’utopia nell’età secolarizzata, la filosofia del lavoro, le passioni come fonti dei legami sociali, la difesa della democrazia costituzionale nell’epoca del suo disincanto generalizzato. È stato presidente di Libertà e Giustizia. Tra le sue pubblicazioni: “La regola della speranza. Dialettiche dello sperare” (Cittadella 2012), “Passioni e politica” (scritto insieme a Paul Ginsborg, Einaudi 2016), “La virtù democratica. Un rimedio al populismo” (Salerno editrice 2019).

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One Comment on “Femminicidi: qualche riflessione scomoda ma necessaria”

  1. Possiamo dire che l’unanimismo è quasi sempre un segnale di pericolo? Possiamo dire che il narcisismo, di cui il selfie è l’emblema, porta all’egolatria, che è uno dei mali del nostro tempo? Possiamo dire che la colonizzazione brutale delle menti di bambini e adolescenti a colpi di “giochi sparatutto” (vedi Spitzer) desensibilizza e fa della violenza qualcosa di normale? Possiamo dire che l’ “educazione sentimentale” è stata sostituita da decenni dalla pornografia dilagante, nella sua forma soft e mercificata o nella sua forma hard, spesso estrema, spesso portata a far sconfinare il sesso nella violenza? E che ogni piccolo uomo ha a disposizione sul suo smartphone scene che vanno oltre il Divino Marchese? Aggiungerò che mi prende la nausea quando sento descrivere dalla giornalista donna di turno le scarpe da tennis di Turetta. Altro che società dello spettacolo! Lo stesso slogan “basta femminicidi” mi appare vuoto di senso – e chi, se non folle, potrebbe inneggiare ai femminicidi? Ma, come ben dice l’articolo di Labate, questo “vuoto” non è neutro: introduce ad una forma specifica di pensiero unico, laddove tutti noi esseri umani pensanti dovremmo invece affilare le armi della critica ed individuare i gangli purulenti che corrompono individui deboli e li trasformano in carnefici. Ringrazio Sergio Labate per l’articolo non allineato.

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