La guerra, la barbarie, le parole

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In questi giorni drammatici, in cui la violenza nella sua forma estrema insanguina terre in cui da anni si convive con una violenza quotidiana meno clamorosa – per noi che viviamo lontano – ma non per questo più tollerabile, ho ripensato spesso alle due guerre del Golfo, alle veline del Pentagono spacciate come verità storica, alle notizie false sulle terribili armi di distruzione di massa in possesso di Saddam, all’idiozia delle armi intelligenti. Mi è parso chiaro che l’ultimo trentennio, che mi piace definire “il trentennio inglorioso”, ha determinato uno scivolamento collettivo, nei fatti e nel modo di pensare, verso la messa tra parentesi di quei “due o tre principi fondamentali” che, come dice Nanni Moretti nel suo ultimo film, bisognerebbe possedere. Il primo principio dimenticato, su cui poggiano tutti gli altri, è quello di uguaglianza.

Torno al 1991. Allora facevo, come mestiere, l’insegnante. Non sono mai stata turbata dall’incubo di tanti docenti: essere indietro con il programma. Per questo motivo nella classe quinta ho inserito spesso argomenti che non erano obbligatori, se non per me. I ragazzi di un istituto tecnico non sempre hanno occasione di incontrare fuori dall’aula grandi testimonianze del pensiero umano o di riflettere su temi, quali quello della guerra, confrontandosi con capolavori assoluti dell’arte. Così, pensando che potesse essere utile per loro, proponevo almeno due film che fanno parte del mio “canone pacifista”: Orizzonti di gloria di Stanley Kubrick e La battaglia di Algeri di Gillo Pontecorvo. Orizzonti di gloria: non conosco una denuncia più netta e convincente dell’orrenda carneficina che fu la prima guerra mondiale. Né mi verrebbe in mente esempio migliore del processo-farsa che porta alla condanna a morte di tre soldati innocenti, presunti disertori, per far comprendere quanta ipocrisia e ingiustizia si possa celare nella legge in quanto puro esercizio di potere. Pari rigore stilistico, pari forza visiva, pari complessità di contenuto ha La battaglia di Algeri. Come sappiamo, il film, ambientato in Algeria nel 1957 (e il 1957 casualmente è anche l’anno in cui esce il film di Kubrick) parla della lotta del popolo algerino, che si concluderà nel 1962 con la dichiarazione di indipendenza dalla Francia.

La scena iniziale si svolge in un sordido interno: un algerino del FLN ha appena confessato, sotto tortura, dove si trova il rifugio di Alì La Pointe, uno dei capi della rivolta. L’uomo, con i segni della tortura sul corpo, è sconvolto: il suo torturatore gli dice: «Non potevi deciderti prima? Era meglio per te». I soldati gli porgono una tazza di caffè, poi una tuta mimetica, in modo che possa confondersi con loro mentre li guida al rifugio di Alì. Gli assicurano che non gli succederà più nulla di male; il disgraziato, vestito ormai come i suoi torturatori, gli occhi pieni di lacrime, con un grido selvaggio si slancia verso la finestra. I militari lo trattengono. Altra scena: l’FLN organizza attentati che colpiranno i civili. Tre giovani donne hanno l’incarico di collocare gli ordigni nella parte europea della città: una di esse, vestita all’occidentale, spinge, guardinga, la sua borsa con la bomba sotto il bancone e dà un’occhiata all’orologio sulla parete, che fra poco segnerà l’ora dell’esplosione. Altra scena ancora: il capo dei paracadutisti inviati a sedare la rivolta, Mathieu, spiega ai suoi sottoposti che la base del loro lavoro è l’informazione, il metodo è l’interrogatorio e l’interrogatorio diventa metodo se condotto in modo tale da ottenere sempre una risposta. Risposta che si ottiene con la tortura. Scorrono immagini di violenza omicida, cadono algerini, europei, militari, civili – la tensione è fortissima, accentuata da una regia e da una fotografia magistrali.

Bene, questo film eccezionale, schierato con la lotta di liberazione algerina ma non incurante delle ragioni delle altre vittime, appassionato e privo di retorica, ottima introduzione a una lezione sulla decolonizzazione, da un certo punto in avanti ho deciso di non farlo più vedere. Deve essere stato dopo l’11 settembre 2001, o dopo la seconda guerra del Golfo. Capivo che il percorso per condurre ragazzi diciottenni a comprendere il senso di quel racconto, di quelle immagini era ormai troppo accidentato e che avrei rischiato di forzare la mano. Capivo che le parole di Alì La Pointe, pronunciate mentre i parà francesi si apprestano a far saltare in aria l’edificio in cui egli si nasconde, sarebbero state fraintese da molti studenti e avrebbero generato una discussione arruffata. E io non volevo riprodurre le superficiali zuffe da talk show televisivo in una classe di scuola superiore. Come avrebbero reagito gli studenti di fronte ad Alì, che prima di saltare in aria con i suoi compagni di lotta dice: «Sì, fate saltare, fate saltare, avanti. Con voi non tratto: solo una cosa vorrei fare con voi, ammazzarvi tutti, come mosche, come mosche, come facevate voi allora, quando iniziò la nostra battaglia»? Mi sembrava, e mi sembra tuttora, che anche menti giovani fossero già intossicate da parole che spingevano a identificare nel diverso da noi il nemico principale per la nostra tranquillità. Mi pareva, e oggi lo verifico per l’ennesima volta di fronte al dramma dei palestinesi, che la corrente che spinge all’identificazione con il più forte (e fa, implicitamente, del più forte il più giusto) fosse molto più impetuosa e trascinante dell’altra, che porta invece a identificarsi con il più debole, con il soccombente. Avevo la netta impressione che fosse sparita (per sempre?) la pietas, quel senso di dovere verso altri che si ancora nella sacralità della vita e che spinge a dare soccorso e a soffrire con chi soffre.

Come spiegare, mi chiedevo, ad adolescenti colonizzati dagli idola tribus del nostro tempo quella frase così cruda, «ammazzarvi tutti, come mosche, come mosche, come facevate voi allora», quel desiderio di vendetta nato dall’altro desiderio, quello di ripristinare la giustizia? Capire una rabbia violenta che non ci appartiene implica la volontà di comprendere il terreno storico in cui si radica quella vendetta collettiva. D’un colpo sentivo schierarsi contro di me tutti i discorsi lividi, meschini, falsi di troppi nostri indegni politici che vedono nell’extracomunitario (mi si scusi la parola) non una persona ma l’incarnazione della minaccia alla nostra sicurezza. Mi pareva che per contrastare i pregiudizi già ben sedimentati in quelle giovani menti, la visione della Battaglia di Algeri fosse una medicina troppo forte, destinata forse a sortire un effetto- paradosso.

Così, il grande film di Gillo Pontecorvo l’ho accantonato. Per non farlo, avrei dovuto agire d’autorità per imporre il mio punto di vista, avrei parlato ai pochi che, per loro sensibilità, erano pronti a capire – invece un insegnante deve parlare a tutti e non indottrinare nessuno. E quindi ho cercato, appunto, di parlare a tutti di come la guerra sia l’effetto più tragico della disuguaglianza, del fatto che il nostro mondo opulento viva e prosperi grazie alla disuguaglianza planetaria, di quanto la disuguaglianza stia crescendo in questi anni, sia in senso formale sia in senso sostanziale, minando alla base quell’idea di cui il nostro Occidente va fiero, pur calpestandola a ogni pie’ sospinto – e cioè l’idea di democrazia.

Oggi, di fronte all’ipocrisia dei nostri politici, di fronte ai numeri dei morti che parlano chiaro – in questo momento circa 1400 morti israeliani, circa 9400 morti palestinesi – mi sento di nuovo privata della libertà di parola, sento di subire una censura. Non colpisce direttamente me (che non ho voce in capitolo) – ma colpisce, ad esempio, il segretario generale dell’ONU nel momento in cui fa notare che «il popolo palestinese è stato sottoposto a 56 anni di soffocante occupazione», che gli attacchi di Hamas non arrivano dal nulla, che «la punizione collettiva del popolo palestinese» è ingiustificabile. Subito il rappresentante israeliano ne chiede le dimissioni! Il Governo israeliano si arroga il diritto di sterminare civili in nome del fatto che altri civili sono morti – e va ben oltre il Levitico, che ordina «frattura per frattura, occhio per occhio, dente per dente; gli si farà la stessa lesione ch’egli ha fatta all’altro». Guai a criticare Israele, che ha diritto di esistere e di difendersi, mentre gli Altri questi diritti non se li sono, evidentemente, conquistati. Assistiamo oggi sconvolti al bombardamento delle autoambulanze a Gaza, che gli israeliani giustificano affermando che Hamas le usa per spostarsi – e di nuovo, non abbiamo più parole.

Oltre alle vittime inermi, questa carneficina sta producendo un indurimento delle coscienze intollerabile. E, per dirla con René Girard, la voce della realtà resta inascoltata; “restiamo umani” sembra ormai uno slogan d’altri tempi, di quelli che si trovano nei biglietti di certi cioccolatini. Dobbiamo concludere che l’atroce persecuzione degli ebrei durante il secondo conflitto mondiale non abbia insegnato nulla e che i perseguitati di allora siano pronti a farsi persecutori senza scrupoli? Dobbiamo concordare con il manzoniano «loco a gentile, / ad innocente opra non v’è; non resta / che far torto, o patirlo. Una feroce forza / il mondo possiede, e fa nomarsi / dritto»?

In questo momento le parole di Giulio Andreotti, che nel 2006 affermò che ognuno di noi, se fosse nato e vissuto in un campo profughi, senza speranza per sé e per i propri figli, sarebbe un terrorista, sembrano le parole di un antropologo illuminato e non di un politico abile che non ha mai messo da parte la ragion di Stato. La domanda fondamentale: «Che merito abbiamo noi per essere nati qui e non là?» ci deve toccare nel profondo. Allora non potremo che schierarci dalla parte degli inermi, riconoscere le ragioni degli ultimi e condannare, in primo luogo, la violenza dei più forti. Ognuno di noi ha diritto a lottare contro soprusi, grandi o piccoli che siano. In queste righe si incrociano un piccolo sopruso, quello che ho subito io come insegnante nel momento in cui il pensiero mainstream, impetuoso nel suo procedere, mi ha obbligato, in base al principio di ragionevolezza, a mettere da parte un film tanto bello quanto equivocabile e il sopruso, enorme, che patiscono tutti i “dannati della Terra” per mano di altri esseri umani che si credono migliori di loro ma che, in verità, sono soltanto i più forti.

Ora c’è una sola richiesta che deve salire dalle nostre piazze: “cessate il fuoco”. Poi si vedrà, ed auguro ai palestinesi e agli israeliani che non condividono la politica assassina del loro Governo di poter vivere lontano dalla barbarie, che purtroppo avanza anche nel “pacifico” Occidente, i cui Governi dovrebbero arrossire al pensiero dell’osceno mercato delle armi che continuano a favorire in ogni modo. Spero che diventi realtà l’ultima, incantevole scena de La battaglia di Algeri, nella quale una giovane donna balla e festeggia la fine imminente del dominio francese: è bella, sorridente, vera e propria immagine della vita contro la morte e della Libertà, che non può accettare né dominatori né integralismi religiosi.

La fotografia riprodotta nella homepage è tratta dalla mostra “Pietas” di James Nachtwey (Milano, Palazzo della Ragione, 2016-2017)

 

Gli autori

Giovanna Lo Presti

Giovanna Lo Presti, ricercatrice, si occupa di Letteratura italiana e del rapporto tra sistema scolastico e società.

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One Comment on “La guerra, la barbarie, le parole”

  1. Un articolo profondo sensibile che si differenzia di tante cose dette e scritte in questi giorni così tragici… La decisione di sterminare i Palestinesi di Gaza e non solo è stata presa nel lontano 2008 dicembre con l operazione PIOMBO FUSO… basta leggere le parole che SHIMON PEREZ ha pronunciato All incontro bon i membri del AIPAC!!! il 14 gennaio 2009

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