Dietro l’angolo, un premierato torbido

È un premierato torbido quello progettato nel disegno di legge costituzionale dal titolo “Introduzione dell’elezione diretta del Presidente del Consiglio dei Ministri e razionalizzazione del rapporto di fiducia”, licenziato il 3 novembre dal Consiglio dei ministri. È torbido perché minacciosamente fosco nel perseguire l’ossimoro della democrazia del capo e torbido perché mescola in una soluzione disaggregata elementi incoerenti. Non solo; è un premierato calato in un humus sociale intorbidito da passività, autoreferenzialità, omologazione, intriso di competitività e permeabile a logiche identitarie e alla schmittiana contrapposizione “amico-nemico”. E il contesto non è indifferente.
Qualche osservazione.

Dis-equilibrio dei poteri

Principio cardine del costituzionalismo, e di una democrazia costituzionale, è la limitazione del potere attraverso (anche) l’equilibrio dei poteri. Il coacervo maldestro di norme che dovrebbero stemperare l’immagine dell’uomo (o donna che sia) solo al comando per cinque anni intorbidisce le acque ma non ferma l’erosione dei poteri del Presidente della Repubblica e del Parlamento.
È falso che la riforma non tocchi il ruolo del Presidente della Repubblica. Pensiamo al potere di nomina del Presidente del Consiglio: si prevede che il Presidente della Repubblica conferisca l’incarico all’eletto dai cittadini. Un intervento notarile. Né il suo ruolo cambia nell’ipotesi del conferimento di un secondo incarico, sempre all’eletto, nel caso, invero difficilmente concretizzabile, che il Parlamento non gli conceda in prima istanza la fiducia. Poco margine di manovra, nella sua funzione di arbitro e garante dell’ordinamento, ha il Presidente della Repubblica anche in presenza di una crisi di governo, laddove si stabilisce che possa conferire l’incarico di formare il Governo al Presidente dimissionario o a un parlamentare «che è stato candidato in collegamento al Presidente eletto», con il compito di attuare il programma di governo (si noti come il divieto costituzionale di mandato, che non a caso nasce a presidio dell’autonomia del Parlamento e della mediazione politica, ceda al dogma della stabilità). Infine, quanto al potere di scioglimento delle Camere (che, insieme alla nomina, rappresenta la competenza più rilevante del Quirinale), esso è guidato dal pilota automatico del novello articolo 94. Resta l’involucro, resta l’evocazione del Presidente della Repubblica; come se bastasse, come nel racconto di Gianni Rodari (C’era due volte il barone Lamberto), ripeterne il nome per mantenerlo in vita.
E il Parlamento? La sua rappresentatività è gravemente vulnerata dal premio di maggioranza al 55%; una ferita letale se non sarà prevista nemmeno una soglia minima per la sua attribuzione (e magari neppure il doppio turno; approfondisce il punto Pallante, https://volerelaluna.it/in-primo-piano/2023/11/04/la-riforma-costituzionale-della-destra-eliminare-il-pluralismo/). Le minoranze semplicemente scompaiono, espulse a priori dal sistema elettorale, e, se sopravvivono, emarginate a posteriori dallo strapotere di un continuum – un blocco – maggioritario amplificato dalla legittimazione popolare diretta del premier. La maggioranza, dal canto suo, è funzionalizzata al compito di assicurare stabilità; la governabilità occupa lo spazio della rappresentanza. Come può il Parlamento non votare la fiducia a un Presidente del Consiglio eletto (anche al netto del fatto che appartiene alla stessa maggioranza), agendo contro la volontà popolare? La logica parlamentare e quella dell’elezione diretta si scontrano e la seconda fagocita la prima. Tanto più che se mai il Parlamento perseverasse nel non concedere la fiducia, o, meglio, non ratificasse l’elezione, andrebbe incontro al proprio scioglimento. Il ricatto dello scioglimento vanifica la fiducia come atto che traduce la responsabilità del Governo nei confronti del Parlamento; la presenza di una maggioranza ancorata al premier e al suo programma affossa l’idea stessa di discussione e mediazione politica, sancendo la degradazione del Parlamento a organo ancillare rispetto all’esecutivo.
Il Presidente del Consiglio, annotano alcuni commentatori, non accrescerebbe i suoi poteri. Si può obiettare: oltre la considerazione che la verticalizzazione è già in stadio avanzato e il premierato di fatto è una realtà esistente (con le prassi – gli abusi – che hanno invertito il rapporto di responsabilità politica, per cui il Parlamento assume un ruolo ratificatore o consultivo rispetto al Governo), la riforma blinda la figura del premier, e gli conferisce la forza, simbolica e carismatica, che deriva da una elezione diretta. A scapito del Parlamento e del Presidente della Repubblica. Tutt’altro che poco.

Sovranità popolare. E i cittadini?

Pluralismo e uguaglianza del voto soccombono a fronte del premio di maggioranza; nel contempo, l’elezione diretta del Presidente del Consiglio, la scelta del capo, asfissia il pluralismo nella morsa vincente/perdente e svuota il senso del voto. Eleggere un decisore non rafforza, bensì depotenzia la sovranità popolare. I cittadini si esprimono su una delega, sull’affidamento del potere a un capo, poi, per cinque anni, non hanno più voce; mentre in un sistema a centralità del Parlamento il rapporto rappresentati-rappresentanti, con l’intermediazione dei partiti, mantiene continua la partecipazione (senza nascondersi la necessità, perché la rappresentanza non degradi in finzione, che i partiti, e i parlamentari, assumano una dose massiccia di ricostituenti, ma resta che questa è la via per una democrazia effettiva e plurale). L’elezione del premier invera le osservazioni di Rousseau sul popolo che esaurisce la sua libertà il giorno del voto e quindi è schiavo per cinque anni; è la deriva verso la «democrazia plebiscitaria» di cui scrive Max Weber: «il più importante tipo di democrazia subordinata a un capo», dove il potere carismatico «si cela sotto la forma di una legittimità derivante dalla volontà dei sudditi», sudditi non cittadini.

Ancora democrazia?

La congerie incoerente e ipocrita di logiche differenti (legittimazione popolare, ratio parlamentare) non salva la riforma dalla sua ascrizione fra i cesarismi regressivi. Della democrazia pluralista e conflittuale rimane qualche pallido barlume, sempre più offuscato dall’istituzione, e dalla cultura, dell’«uomo di fiducia di tutto il popolo» (Schmitt). Il capo sarà il premier eletto? O sarà il premier sostituito (frutto eventuale della litigiosità della maggioranza)? Anche se il “vero” premier fosse il sostituto, con buona pace in tal caso dell’enfasi sul richiamo al popolo, sarebbe comunque un premier forte, blindato dalla previsione, in caso di maggioranza riottosa, del simultaneo scioglimento delle Camere (che difficilmente intendono suicidarsi); se poi il dimissionario riuscisse ad essere il sostituto, sarebbe unto dal popolo e di fatto intoccabile dal Parlamento. Ancora democrazia, dunque? Esiste una soglia oltre la quale la concentrazione di potere della democrazia decidente conduce all’autocrazia, se pur elettiva e se pur integrata con confusi sussulti da “democrazia parlamentare”. La stabilità – perseguita attraverso l’elezione diretta del capo, la riduzione artificiale del pluralismo e forzature che disequilibrano gli organi costituzionali – prende possesso della democrazia, surrogandola.

Che fare?

È necessario, nel contesto di una sovranità popolare intesa come viva, permanente e sostanziale, informare e discutere, prepararsi al referendum (oppositivo, non confermativo!) che facilmente ci sarà; come nel 2006 e nel 2016, far sentire la forza dell’affetto per la Costituzione e della resistenza in suo nome. All’espropriazione della partecipazione attraverso l’investitura del decisore e un sistema elettorale escludente, opponiamo una partecipazione effettiva, dal basso, antidoto contro ogni degenerazione autoritaria e imprescindibile terreno nel quale radicare una rappresentanza che non scada in rappresentazione. E poi pensiamo ad attuare la Costituzione, tutta, perché salvarne il disegno istituzionale non è sufficiente senza concretizzarne il presupposto e l’obiettivo, la democrazia sociale. Occorre costruire una contro-egemonia nel segno del conflitto sociale agito dal basso, contro quel potere economico, che non a caso, nel 2013, per bocca della J. P. Morgan, si lamentava degli esecutivi deboli, e ancor prima, nel 1975, con le parole della Trilaterale, dell’eccesso di democrazia. Occorre rovesciare entrambi i termini dell’assonanza (Polanyi docet) fra capitalismo e autoritarismo.

Gli autori

Alessandra Algostino

Alessandra Algostino è docente di Diritto costituzionale presso l’Università di Torino. Fra i suoi temi di ricerca: diritti, migranti, lavoro, democrazia, partecipazione e movimenti, rapporto fra diritto ed economia, pace. Fra i suoi libri e saggi: "L’ambigua universalità dei diritti. Diritti occidentali o diritti della persona umana?", Napoli, 2005; Democrazia, rappresentanza, partecipazione. Il caso del movimento No Tav, Napoli, 2011; "Diritto proteiforme e conflitto sul diritto", Torino, 2018; "La partecipazione dal basso: movimenti sociali e conflitto", in Quaderni di Teoria Sociale, n. 1/2021; "Genere ed emancipazione fra intersezionalità e dominio: una riflessione nella prospettiva del costituzionalismo", in Uguaglianza o differenza di genere? Prospettive a confronto, Napoli, 2022; "Pacifismo e movimenti fra militarizzazione della democrazia e Costituzione", in Il costituzionalismo democratico moderno può sopravvivere alla guerra?, Napoli, 2022.

Guarda gli altri post di: