La riforma costituzionale della destra: eliminare il pluralismo

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Con la proposta di revisione costituzionale approvata dal Governo, l’ossessione – tutta italiana – per la manipolazione dei risultati elettorali al fine di dar vita a una maggioranza assoluta in Parlamento raggiunge l’apoteosi. Dopo aver fallito, per ben due volte, il tentativo di procedere per via legislativa – tentativo bocciato dalla Corte costituzionale con l’annullamento prima del “Porcellum” e poi dell’“Italicum” – l’idea della maggioranza di destra in carica è adesso quella di assegnare, direttamente tramite la Costituzione, il 55 per cento dei seggi in Parlamento alle liste collegate al Presidente del Consiglio dei ministri eletto direttamente dai cittadini.

Abbandonando il modello della forma di governo parlamentare – in cui i cittadini eleggono il Parlamento e questo conferisce la fiducia al Governo – il progetto governativo prevede, dunque, che gli elettori siano chiamati a una doppia scelta, per stabilire sia chi assumerà la guida del Governo come presidente del Consiglio, sia chi sarà eletto in Parlamento come deputato o senatore. Con il vincolo suddetto: e cioè che, a prescindere dai voti effettivamente ottenuti, alle forze politiche che sostengono il candidato premier più votato vada, matematicamente il 55 per cento dei parlamentari.

Si tratta di una previsione palesemente incostituzionale: e l’eventuale approvazione con legge costituzionale non cambierebbe le cose, dal momento che anche le leggi costituzionali possono essere sottoposte al controllo della Consulta. A essere violato sarebbe il principio fondamentale dell’uguaglianza del voto, lo stesso che già portò all’annullamento delle due leggi elettorali del 2005 e del 2015. Come sancito dalla Corte costituzionale, le formule elettorali possono, sì, manipolare il risultato del voto, ma non sino al punto di stravolgerlo completamente, come accadrebbe se, in un panorama politico molto frammentato, il candidato Presidente del Consiglio più votato ottenesse, per esempio, il 20 per cento (o meno) dei voti. Il punto è che manca l’individuazione di una soglia “anti-stravolgimento” (indicativamente, il 40 o il 45 per cento), al di sotto della quale il premio non dovrebbe scattare.

In proposito, una cosa va enfatizzata con forza nel distorto dibattito politico italiano: non esiste alcuna democrazia al mondo in cui, costi quel che costi, le forze politiche più votate hanno la garanzia di ottenere la maggioranza assoluta dei parlamentari. A seconda dei casi, i sistemi elettorali rendono più o meno probabile – in alcuni casi molto probabile – che ciò avvenga, ma mai lo garantiscono. È quel che succede quasi sempre nel Regno Unito, ma non alle elezioni del 2010, quando i conservatori dovettero allearsi con i liberaldemocratici. È successo in passato in Spagna, ma non è più così da alcuni anni, a seguito dell’ingresso nell’agone politico di nuove forze politiche, che hanno reso maggiormente plurale lo scenario elettorale. Non è così oggi in Francia, dove il Governo nominato da Macron può fare affidamento solo su una minoranza di parlamentari. E non è mai stato così in Germania, dove da sempre i governi sono sostenuti da coalizioni di partiti. A ben vedere, non è così nemmeno negli Stati Uniti, in tutti i (frequenti) casi in cui il Presidente è di un partito e la maggioranza nel Congresso dell’altro.

Il fatto è che ridurre oltre una certa soglia la pluralità di un sistema politico plurale significa agire contro l’essenza stessa della democrazia. Esattamente quel che fa il progetto del Governo, oltretutto attraverso una serie di previsioni formulate in modo dilettantesco.

Contraddittoriamente, è previsto che il Presidente del Consiglio, pur eletto direttamente dai cittadini, debba altresì ricevere la fiducia del Parlamento: un vero e proprio assurdo, dal momento che l’una rende inutile l’altra. Nell’ipotesi di scuola in cui ciò non dovesse accadere, si terrebbe un secondo tentativo e, se anche questo non dovesse dare esito positivo, il Presidente della Repubblica dovrebbe sciogliere le Camere indicendo nuove elezioni. Perché prevedere questa complicazione, con la possibilità della sconfessione parlamentare della volontà del corpo elettorale, è un mistero, spiegabile forse solo con la volontà di tenere in vita un simulacro di ruolo quirinalizio.

Altrettanto intricata è la disciplina dell’eventuale crisi di Governo, per uscire dalla quale si prevede che il Presidente della Repubblica possa affidare l’incarico, nuovamente, al Presidente del Consiglio uscente oppure a un parlamentare eletto nelle liste che lo avevano sostenuto alle elezioni. Una volta ottenuta la fiducia delle Camere (presumibilmente, ma nulla è detto in proposito, con lo stesso il meccanismo previsto per la nascita del Governo dopo le elezioni: doppia votazione e ritorno alle urne in caso di esito negativo), il nuovo Governo non potrà, tuttavia, esprimere un indirizzo politico autonomo, ma dovrà attenersi al programma inizialmente esposto alle Camere dal Presidente eletto direttamente dai cittadini. Come se il quadro politico potesse essere congelato, una volta per tutte, al momento iniziale della Legislatura. Una pretesa che, oltre a essere frutto di una visione della dinamica politica sorprendentemente ingenua, ai limiti dell’infantilismo, è in aperto contrasto con la previsione costituzionale che garantisce ai parlamentari l’esercizio della propria funzione senza vincolo di mandato. Anche sotto questo profilo, dunque, il disegno del Governo risulta suscettibile di dichiarazione d’incostituzionalità.

Se mai un tale pasticcio dovesse venire approvato, a farne le spese sarebbe, in prima battuta, la Presidenza della Repubblica. Il Capo dello Stato si ritroverebbe, infatti, estromesso dalle scelte politiche fondamentali sulla formazione del Governo, a detrimento, oltre che del proprio ruolo, della tenuta dell’intero sistema costituzionale, che perderebbe un punto di riferimento oggi capace, proprio grazie alla duttilità delle prerogative presidenziali, di dargli equilibrio. L’obiettivo del Governo in carica è di irrigidire all’estremo momenti istituzionali che, all’opposto, richiedono estrema flessibilità. Dire che il Quirinale sarebbe ridotto a una funzione notarile sarebbe persino troppo: il ruolo che residuerebbe al Capo dello Stato sarebbe quello di un semplice passacarte. Persino la nomina dei senatori a vita gli verrebbe preclusa: una decisione di cui è difficile comprendere la ragione, se non leggendola come l’ennesima spia dell’ossessione per il controllo assoluto del Parlamento: che vi possano accedere figure autorevoli, indipendenti, capaci di pensiero critico è, evidentemente, motivo di sconcerto per la destra.

In effetti, quello a cui, in ultima istanza, mira la bozza di revisione costituzionale governativa è l’addomesticamento finale della già assai docile assemblea parlamentare. Il modello della contestuale elezione diretta del vertice dell’esecutivo e dell’organo rappresentativo è in auge, da anni, nelle regioni e nei comuni, con il risultato dell’annichilimento del secondo da parte del primo. Oggi negli enti territoriali non è solo più l’opposizione a non contare nulla: lo stesso vale per la maggioranza. Consiglieri regionali e comunali sono meri ratificatori delle decisioni assunte dal presidente della regione e dal sindaco, costretti a obbedire loro sotto la costante minaccia del ritorno alle elezioni. È un modello che non ha nulla di democratico, se non l’istante in cui, ogni cinque anni, si deposita la scheda nell’urna per scegliere il capo a cui sottomettersi.

Una democrazia a singhiozzo, un’autocrazia elettiva, il disconoscimento del corpo elettorale come soggetto politico costantemente attivo: questa è la posta in gioco della partita aperta dal Governo. C’è da augurarsi che, come già accaduto nel 2006 e nel 2016, gli elettori non si facciano ingannare dallo specchietto della scelta del capo, ma sappiano scorgere la trappola retrostante dell’asservimento cui sarebbero ridotti qualora il disegno governativo dovesse andare in porto.

In homepage Poseidone (o Zeus) di Capo Artemisio, bronzo greco del 450-450 a.C., attribuito a Kalimides