Si scrive nucleare, si legge profitto

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Ormai non passa giorno senza che, attraverso i maggiori canali di informazione, venga menzionato il nucleare italiano prossimo venturo. Intanto il piano delle Comunità Energetiche Rinnovabili (Cer) non procede. A maggio il Parlamento si è espresso a favore di un rientro nazionale nella filiera nucleare, improvvidamente interrotta dal popolo italiano in versione referendaria. Il ministro Pichetto dichiara che a distanza di 30-40 anni l’unica soluzione per realizzare la transizione energetica è il nucleare (ovviamente pulito) e attiva una “Piattaforma nazionale per il nucleare sostenibile”. Sintonia perfetta col ministro Salvini (quello che «a luglio ha sempre fatto caldo» e «i ghiacciai si sono sempre sciolti, basta studiare») che dice che non bisogna perdere tempo. Tripudio di aggettivi magici e scaramantici: “pulito”, “sicuro”, “sostenibile”… E poi: “quarta generazione” e “piccoli reattori modulari” (Smr) e magari anche, sempre piccoli, reattori navali su navi ancorate fuori costa per fornire energia ad utenze particolari e temporanee, dopodiché la nave si sposta per servire qualche altra utenza (anche questa non è nuova ed è stata pensata per applicazioni militari…).

Ci sono novità? Che c’è di nuovo nel merito? Niente. Qualunque reattore basato sulla fissione (sia di terza, quarta, quindicesima generazione; veloce, lento; modulare; raffreddato così o raffreddato cosà) lascia necessariamente delle scorie radioattive che sono un problema per tempi dell’ordine dei centomila anni. Considerato che le prime città in Mesopotamia sono nate sì e no 6000 anni fa vi pare che oggi si possa garantire agli umani di qui a 20.000 anni che non ci saranno problemi? Ma anche solo di qui a 200 anni? Non mi dilungo sui problemi di sicurezza, sulla connessione inevitabile con il militare tramite gli impianti di arricchimento dell’uranio e di riprocessamento delle scorie (per estrarne il materiale fissile non utilizzato). Osservo una volta di più che se si hanno delle centrali nucleari si dipende dalle miniere di uranio per l’approvvigionamento primario e dai paesi che sono “abilitati” dai rapporti di forza internazionali a procedere all’arricchimento dell’uranio, risorse generalmente sotto il controllo altrui.

Le energie “rinnovabili”. Il paradossale è che tutti noi (ciascuno di noi) siamo immersi in un oceano di energia costituito da quelle che impropriamente vengono dette “le rinnovabili”. Il problema tecnico, con soluzioni note e praticate da tempo, è quello di convertire quell’energia nelle forme più opportune per i nostri usi (di solito elettricità, ma anche calore). Nelle chiacchiere nucleariste contemporanee, anche da parte di titolati, ma non disinteressati, interlocutori, le “rinnovabili” vengono menzionate col dovuto rispetto, aggiungendo però che “non basterebbero”. In genere non vengono fornite ulteriori spiegazioni, eppure un’affermazione come quella è del tutto infondata. Se prendiamo il sole e ci mettiamo di mezzo il rendimento dei pannelli fotovoltaici troviamo che basterebbe il 2% del territorio nazionale per coprire tutto il fabbisogno energetico italiano, e teniamo anche presente che poco meno dell’8% del territorio è già coperto da infrastrutture ed edifici vari. L’ipotetico interlocutore a questo punto ti dirà che però il sole, il vento, i flussi idrici sono aleatori per cui c’è il problema dell’accumulo dell’energia per trasferirla nel tempo dai momenti in cui è sovrabbondante a quelli in cui non è disponibile. Certo, e ci sono diverse soluzioni al riguardo già attuate e immediatamente attuabili; non solo, ma riteniamo che sia più facile gestire questo problema oppure quelli connessi con lo sviluppo del nucleare?

Il “mercato” dell’energia. Il vero aspetto critico è che, se nell’energia ci siamo immersi, quest’ultima è un po’ come l’aria. Per usufruirne abbiamo bisogno di dispositivi e impianti e tutto questo richiede sviluppi tecnologici e ha dei costi, ma la materia prima (sia essa l’aria o l’energia) non è una merce. Quella immessa in rete a partire da grandi e grandissime centrali (nucleari o meno, e ci sono di mezzo anche i grandi campi fotovoltaici o eolici) invece sì che è una merce. Insomma, la preoccupazione incombente e dominante in sede governativa come fra i grandi player (detto così fa più fine) industriali è quella di non turbare il sacro mercato e, se c’è un problema energetico, gestirlo ricavando e massimizzando i profitti qui e ora. Nel giro di non troppi anni (tra l’altro meno di quelli previsti per realizzare nuove centrali nucleari) rischiamo di arrivare a un collasso climatico con conseguenze disastrose e sostanzialmente imprevedibili: “sì, vabbé…”.

Nucleare e profitti. Il nucleare, come in generale tutte le grandi opere, è spinto dalla prospettiva di ricavare fin da subito rilevantissimi profitti assicurati da investimenti fatti con denaro pubblico. In termini economici correnti l’energia nucleare non è oggi più economica (posto che lo sia mai stata) dell’energia ottenuta con altre fonti e in particolare con le “rinnovabili”, ma dietro ci sono le casse dello Stato. In Francia, Areva (la società che realizzava e gestiva, anche in altri paesi, le centrali nucleari), arrivata alle soglie dell’insolvenza, tra il 2016 e il 2018 ha subito una complessa ristrutturazione di cui l’essenziale è stato il passaggio ad Edf (la Compagnia dell’Elettricità Francese). Edf a sua volta, pur sempre sotto il controllo dello Stato francese, dal maggio di quest’anno è tornata alla totale nazionalizzazione, spinta dalla necessità di far fronte alla dismissione imminente (e costosissima) di un discreto numero di centrali ormai a fine vita. In ogni caso, la copertura statale consente agli operatori del settore di assicurarsi comunque cospicui profitti: che poi questi corrispondano a debiti pubblici non li riguarda. Così anche nel nostro caso il rilancio del nucleare corrisponde all’allocazione di adeguate risorse pubbliche, che ovviamente risultano in competizione con gli investimenti nel settore delle “rinnovabili” e con tutto il resto. A premere (senza incontrare grandi resistenze) ci sono industrie a partecipazione statale, come Ansaldo, Eni, Enel che si assicurano ritorni immediati e garantiti e che, per inciso, “investono” in azioni di lobbying, cui la politica da sempre è estremamente sensibile. Per la verità vengono poi anche coinvolti, ahimè, centri di ricerca e università: «a decidere poi sarai tu, per l’intanto se mi paghi io collaboro e va bene così». Insomma: «Perché dovrei preoccuparmi dei posteri? Cos’hanno mai fatto i posteri per me?» (Groucho Marx).

Le Comunità Energetiche Rinnovabili. Per completare il quadro è il caso di ricordare che il ministro Pichetto è quello stesso che sta tenendo in sospeso le comunità energetiche rinnovabili (Cer), col pretesto, da lui stesso creato, di aver mescolato la definizione dei criteri di incentivazione con quelli di assegnazione dei fondi Pnrr dedicati e dover quindi aspettare l’Europa. Tra l’altro, nel gran bailamme del Pnrr, i 2,2 miliardi (M2C2 nelle voci previste) destinati a finanziare impianti fotovoltaici a disposizione di Cer nei comuni sotto i 5000 abitanti sono del tutto scomparsi dall’orizzonte, anche se non ci sarebbe nessun problema nello spenderli in tempi rapidi, nonostante tutte le burocrazie. Le Cer vanno bene se restano limitate e utili per gli esercizi retorici, ma non debbono disturbare il mercato! In termini educati e gentili, direi che c’è di che essere alquanto infastiditi. Non vi pare?

Gli autori

Angelo Tartaglia

Angelo Tartaglia è professore emerito di Fisica presso il Dipartimento di Scienza Applicata e Tecnologia del Politecnico di Torino. Si occupa, tra l’altro, di impatto delle attività umane sull’ambiente, di effetto serra e di perturbazioni dell’atmosfera generate da immissioni di gas. Da anni è impegnato nell’applicazione della logica dei sistemi ai problemi trasportistici, con particolare riferimento al progetto delle ferrovie ad Alta Velocità. È consulente della Unione Montana Val Susa e del Comune di Torino sulle questioni del TAV.

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