Bombardamenti: un po’ di storia

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Gaza muore: di bombe, di fame, di sete, di mancanza di cure. Di giornalisti non ce ne sono (https://volerelaluna.it/controcanto/2023/10/24/gaza-e-il-giornalismo-che-non-ce/) e, se anche ce ne fossero, non potrebbero raccontare ciò che vedono perché la rete internet non funziona. Se anche funzionasse, i loro articoli difficilmente passerebbero le censure e le autocensure dei giornali e delle televisioni per cui lavorano. «Per noi, lo scopo è distruggere Gaza, distruggere questo male assoluto» ha detto il diplomatico israeliano Dror Eydar in una trasmissione televisiva italiana. Una città di oltre due milioni di abitanti trasformata in “male assoluto”: questo è il linguaggio del genocidio (https://volerelaluna.it/in-primo-piano/2023/10/30/gaza-non-e-difesa-e-genocidio/).

Purtroppo non è una novità: già cento anni fa un generale italiano affermava che, nella guerra moderna, «tutti diventano combattenti […] non può più sussistere una divisione fra belligeranti e non belligeranti». Giulio Douhet, diplomato all’Accademia militare di Torino nel 1889 e, trent’anni dopo, teorico della guerra aerea, non deprecava affatto la strage dei civili, al contrario: gli obiettivi dei bombardamenti dovevano essere fabbricati normali, abitazioni, stabilimenti e una determinata popolazione. Per distruggere tali bersagli, scriveva nel libro Il dominio dell’aria (ora Idrovolante Edizioni, 2023) «occorre impiegare i tre tipi di bombe: esplodenti, incendiarie e velenose, proporzionandole convenientemente. Le esplosive servono per produrre le prime rovine, le incendiarie per determinare i focolari di incendio, le velenose per impedire che gli incendi vengano domati dall’opera di alcuno».

I gas furono effettivamente impiegati dal regime fascista in Etiopia, dopo la morte di Douhet avvenuta nel 1930, mentre non furono usati durante la seconda guerra mondiale. Non ce n’era bisogno: il 28 luglio 1943 l’aviazione inglese inviò 787 bombardieri su Amburgo, per un attacco così descritto dallo scrittore tedesco Winfried Sebald: «Seguendo una tecnica già sperimentata, in primo luogo si scardinarono tutte le porte e le finestre mediante bombe dirompenti da poco meno di due tonnellate l’una, quindi con piccoli ordigni incendiari si appiccò il fuoco ai solai, mentre [altre] bombe incendiarie penetravano fin nei sotterranei. […] All’una e venti si scatenò una tempesta di fuoco così intensa che nessuno mai, fino a quel giorno, l’avrebbe creduta possibile. Il fuoco, levandosi nel cielo in vampe alte duemila metri, attirava a sé l’ossigeno con una violenza tale che le correnti d’aria raggiunsero la forza di uragani […]. Chi era scappato dai rifugi cadeva adesso, in grotteschi contorcimenti, sull’asfalto liquefatto che si gonfiava in grosse bolle. Nessuno sa con certezza quanti abbiano perso la vita quella notte, o quanti siano impazziti prima di essere colti dalla morte» (Storia naturale della distruzione, Adelphi, 1999). Lo stesso avvenne a Tokyo, per opera dell’aviazione americana, nella notte tra il 9 e il 10 marzo 1945: le bombe incendiarie uccisero più di 100.000 civili mentre un altro milione restò senza casa.

Cosa c’entra Douhet in tutto questo? La risposta viene da Giorgio Rochat: Douhet è «l’unico teorico militare italiano (dopo Machiavelli) noto in tutto il mondo, forse più all’estero che in Italia». Fin dagli anni Trenta Il dominio dell’aria fu tradotto in inglese, in francese, in tedesco e in altre lingue, la sua dottrina venne immediatamente adottata dalle nascenti forze aeree delle grandi potenze. I Governi trovarono nel libro esattamente ciò che volevano trovare: una giustificazione razionale per la guerra totale, per la cieca sete di distruzione che la guerra aveva creato. Una pulsione devastatrice che raggiunse il suo culmine a Hiroshima e Nagasaki. Soprattutto, generali dell’aviazione come Arthur Harris in Gran Bretagna e Curtis LeMay negli Stati Uniti adottarono entusiasticamente l’idea di usare i bombardamenti in un’intensa campagna terroristica su larga scala, con attacchi massicci su obiettivi civili, per «destarvi il panico, farvi scoppiare delle rivolte e provocare la fuga degli abitanti verso le campagne». Un’idea espressa da Douhet già nel 1918 in un mediocre romanzo intitolato La fine della grande Guerra. La vittoria alata.

Non che Douhet, a cui è dedicata la scuola di Firenze della nostra Aereonautica, fosse un profeta solitario: Winston Churchill, ministro delle Colonie nel 1919, di fronte alle ribellioni araba e curda contro l’occupazione inglese dell’Iraq, si disse «fortemente favorevole all’uso di gas velenosi contro le tribù incivili… [per] diffondere un terrore bello vivace (lively)». Secondo Bernard Brodie, uno dei maggiori esperti di strategia nucleare degli anni Cinquanta, la seconda guerra mondiale fu il momento in cui i Governi occidentali mostrarono di aver perso «il razionale controllo delle situazioni militari». È quanto sembra accadere oggi anche in Israele, dove il desiderio di vendetta per gli attacchi di Hamas prevale non solo su qualsiasi considerazione umanitaria ma anche politica: dove possono fuggire gli abitanti di Gaza? È necessario ucciderli tutti? E se non è possibile ucciderli tutti, Gaza dovrà essere occupata dall’esercito israeliano per i prossimi 50 o 100 anni? Il Governo di Benjamin Netanyahu non ha alcuna risposta sensata a queste domande e a Gaza i bambini continuano a morire.

Gli autori

Fabrizio Tonello

Fabrizio Tonello insegna “International Relations” all’università di Padova. È stato Fulbright Professor presso il dipartimento di storia, University of Pittsburgh (PA), oltre che Visiting Fellowpresso l’Italian Academy for Advanced Studies in America alla Columbia University. Ha insegnato all’università di Bologna e alla SISSA di Trieste. Collabora a "il manifesto".

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One Comment on “Bombardamenti: un po’ di storia”

  1. Mancò forse la NORIMBERGA contro i VINCITORI? Troppo difficile? Cominciare almeno a farla contro i LORO DELITTI! Rimangono difficoltà insormontabili! Allora appendici a ROMANZI, FILM con storie appassionanti, ecc. cercare di fare memoria storica oggettiva per non cadere nei trabocchetti della convenienza.

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