«Una volta in Palestina eravamo fratelli», intervista ad Ali Rashid

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Per molti anni in Italia la causa palestinese ha avuto un nome: Ali Rashid. È stato primo segretario della delegazione generale palestinese, nei fatti l’ambasciatore di un popolo senza Stato. Eravamo in un’altra stagione, in cui i palestinesi rappresentavano la parte più avanzata del mondo arabo e, pur tra una guerra e l’altra, tra i raid e le occupazioni israeliane, la politica veniva prima delle armi, se non altro le governava. E l’Italia aveva a cuore la causa palestinese. Giorni fa, Ali ha messo nero su bianco la sua disperazione in una riflessione il cui titolo esplicita la sua utopia che bombe e missili stanno frantumando: «Eppure una volta eravamo fratelli». Ricordo la passione con cui socializzava il suo sogno, uno stato laico democratico capace di accogliere tutti, vittime di ieri e di oggi, al di là delle fedi e delle razze. E ancora oggi, dentro la macelleria in atto a Gaza e dopo la strage di Hamas, non ha cambiato idea, ma considera con amarezza: «Ci stiamo trasformando tutti in vittime e carnefici per la gabbia di un delirio che si chiama Stato-nazione, segnato da confini che discriminano in nome di razze che non esistono e appartenenze funzionali all’esercizio del potere. La ragione, l’umanità, la vita ci supplicano di dire no alla guerra. Nessuno ci ha condannato a farci a pezzi anche se ci assicurano che questo avviene per il nostro futuro. Perché nella guerra non ci sono più, se mai ci sono stati, vincitori e vinti. Perché la violenza segna chi la subisce e chi la fa». Nel 2006 Rashid è stato eletto parlamentare nel gruppo di Rifondazione comunista.

Ho raggiunto telefonicamente Ali Rashid ad Amman, la città dov’è nato da una famiglia scacciata da Lifta, un villaggio alle porte di Gerusalemme, dall’esercito israeliano nel pieno delle sue funzioni: «La pulizia etnica». Parliamo di quel che resta della Striscia di Gaza.

«Come in una discarica, a Gaza sono finiti gli abitanti della costa meridionale della Palestina, vittime della pulizia etnica. Per svuotare ogni città o villaggio palestinese furono compiuti piccoli e grandi massacri. Lo stesso è avvenuto nei luoghi dove sono sorte città nelle vicinanze di Gaza, teatro degli eccidi compiuti da noi palestinesi in una catena di orrori che sembra inarrestabile. Oggi la situazione è terribile, uomini, donne e bambine muoiono sotto le bombe israeliane, muore l’umanità, si muore di fame, di sete, di malattie, di disperazione, le incubatrici si spengono perché non c’è elettricità e altri bambini muoiono, crollano case, ospedali, chiese. Forse che le loro vite valgono meno di quelle dei bimbi israeliani uccisi dalla stessa follia?»

Come rispondono le popolazioni arabe a questa strage degli innocenti? Che succede ad Amman?

«Ci sono gigantesche manifestazioni. In piazza scendono i palestinesi ma anche i giordani, per una volta uniti nell’indignazione. Devo dire che i giordani che protestano sono più con Hamas di quanto lo siano i palestinesi, preoccupati per il destino del loro popolo. Tutto il mondo arabo, dal Medioriente al Nordafrica sta protestando, a Damasco, Tehran, Baghdad, in Marocco, Libano, Yemen, la rabbia è esplosa persino in Oman e in Bahrein. La rabbia monta anche contro gli Stati uniti e la loro politica di sostegno a Netanyahu. La protesta generale è anche contro i regimi arabi pronti alla pace con Tel Aviv senza neppure prendere in considerazione la causa palestinese. Tieni conto che le tv arabe 24 ore su 24 mandano in onda servizi e immagini terribili».

L’attacco di Hamas sembra aver ricompattato Israele dopo mesi di proteste popolari contro il Governo di destra.

«In quelle proteste non c’era il problema palestinese, sembrava andar bene a tutti la repressione quotidiana dei palestinesi così come il moltiplicarsi delle colonie, nell’illusione collettiva di avere una vita normale dentro i propri confini. Ognuno nella sua gabbia, quella di Israele dorata e l’altra maledetta. Dice un sondaggio pubblicato dai giornali israeliani che la fiducia nel Governo è scesa al 38%, ma al tempo stesso il 64% chiede che la guerra contro di noi continui».

Nell’inferno di questi giorni vedi qualche segnale positivo?

«La manifestazione degli ebrei democratici americani, sono giovani, di sinistra, chiedono umanità e la fine dell’occupazione, si vergognano per i crimini israeliani. È un fatto straordinario che me li fa sentire fratelli».

Pensi che la tua utopia, uno Stato democratico e accogliete abbia ancora senso?

«Perché, pensi che abbia più spazio oggi l’idea di due Stati indipendenti? Chi lo pensa cerca una scorciatoia: la striscia di Gaza è lunga 47 chilometri e ammassa 2,3 milioni di persone costrette a vivere come bestie braccate, non vedo per loro un futuro. Ora solo il 22% del territorio palestinese, Cisgiordania più Gaza, è palestinese, si fa per dire. Se sottrai lo spazio occupato dalle colonie scende al 16%, abitato da prigionieri. Ma non sono così ingenuo da non rendermi conto che lo Stato democratico resta la strada più difficile».

Sei tornato al villaggio delle tue origini, Lifta?

«Torno spesso, non questa volta perché i confini sono sbarrati».

In Eppure una volta eravamo fratelli, Ali ha scritto: «Ogni volta che torno penso a mio nonno che andava a Safad in Galilea per comprare un foulard di seta dalla comunità ebraica sfuggita all’inquisizione in Portogallo, avevano imparato la tessitura della seta dagli arabi in Spagna. Mi ricordo Khaiem, socio di mio nonno in una cava vicino a Gerusalemme. Khaiem non ha potuto salvare la mia famiglia dalla pulizia etnica, ma continuò a mandare alla mia famiglia in esilio la parte del guadagno dell’impresa finché non morì. Non ho notizie dei figli di Khaiem, ma ho seppellito mia sorella in Norvegia, un fratello negli Stati Uniti, un mio caro zio una settimana fa a New York, mentre la salma di mio nonno giace in un anonimo cimitero di Amman. Al posto delle case di pietra scolpite a mano nel mio bel villaggio di Lifta stanno costruendo un villaggio per ricchi turisti, mentre una volta era un rifugio sicuro per gli ebrei che scappavano dal fascismo e dal nazismo che li discriminava e li annientava nella tragedia dell’Olocausto».

Gli autori

Loris Campetti

Loris Campetti è nato a Macerata nel 1948. Laureato in chimica, già nella seconda metà degli anni Settanta è passato al giornalismo. A “il manifesto” fino al 2012, ha ricoperto tutti i ruoli e si è occupato prevalentemente di lavoro e lotte operaie. Ha scritto molti libri di inchiesta e due mesi fa è stato pubblicato da Manni il suo primo romanzo, “L’arsenale di Svolte di Fiungo”.

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One Comment on “«Una volta in Palestina eravamo fratelli», intervista ad Ali Rashid”

  1. Bell’articolo anche se sembra un riferito ad ere geologiche fà e non era un periodo felice per il popolo palestinese. Unito all’articolo di Carlo Rovelli (Corriere della Sera) “Vedere l’altro” potrebbe essere uno stimolo per cercare di ritessere una debole trama per riprendere un colloquio tra le parti almeno a livello locale.
    Ricordo che in quell’era a Torino un minuscolo “comitato per il superamento della logica dei blocchi” pochi compagni provenienti da Democrazia Proletaria nelle persone di Pino Della Gatta, Guido Laganà e lo scrivente riuscì ad organizzare un evento a Torino che metteva assieme l’israeliano Avnery, esponenti dell’OLP e rappresentanti della comunità ebraica torinrse, per una serata pubblica di confronto anche aspro tra gruppi che cercavano di capirsi. Perchè non riprovarci c’è ne sarebbe ancora più bisogno.
    saluti Bruno

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