A destra di un governo tecnico

Al primo e vero banco di prova con i provvedimenti di bilancio, il Governo Meloni si rivela alla stregua di un qualsiasi governo tecnico. Prima le regole di bilancio (e i vincoli europei), poi le persone. E quel poco che c’è da spendere si spende per alleggerire le tasse a chi può pagarle e per non disturbare chi vive di profitti. Questo, mentre inflazione e caro-carburante si abbattono violentemente sui ceti più poveri del Paese e i fatturati delle medie e grandi imprese, delle società di capitali, continuano a lievitare. Non per niente, un’inflazione nata dal lato dei costi di produzione si è trasformata in un’inflazione da profitti (aumento dei prezzi delle merci sproporzionato rispetto a quello dei costi per produrle).

Non inganni la copertura in deficit di una quota delle spese. È il quadro delineato nella Nota di Aggiornamento al Def (Nadef) che specifica la traiettoria dei conti pubblici nella prospettiva fissata dal governo. Tra quadro “tendenziale” e quadro “programmatico” l’extra-deficit è pari allo 0,7% del Pil, ma l’impegno è di abbattere il disavanzo di oltre due punti e mezzo da qui ai prossimi due anni. Non solo. Per tranquillizzare i “tecnocrati di Bruxelles” (un tempo la Meloni li chiamava così i rappresentanti delle istituzioni europee), il ministro Giorgetti ha calato anche l’asso delle privatizzazioni. Che poi, a ben vedere, si tratterebbe soltanto di vendere delle quote di minoranza che lo Stato ancora mantiene in alcune banche e società, visto che nei decenni scorsi tutta l’industria pubblica italiana è stata messa sul mercato e in molti casi saccheggiata da imprenditori senza scrupoli.

Tagli, redistribuzione verso l’alto della ricchezza, svendita di partecipazioni statali. Destra economica dura e pura. Una manovra da 24 miliardi, finanziata per 16 miliardi in deficit e per il resto da sforbiciate alla spesa pubblica. Gran parte di queste risorse saranno assorbite dal taglio del cuneo fiscale (10 miliardi), l’altra parte, non meno consistente, per rimodulare gli scaglioni delle aliquote Irpef (un passo verso la flat tax). Significa che timidi recuperi dell’inflazione in busta paga verranno finanziati dallo Stato e non dalle imprese attraverso la contrattazione e che con l’accorpamento delle prime due aliquote Irpef al 23% si farà un regalo a chi ha redditi compresi tra i 28 e i 50mila euro e più annui. È semplice: essendo la tassazione progressiva, per i redditi più alti il provvedimento elimina uno scaglione. Piccole mance, per carità. Ma non si venga a parlare di misure per le “fasce deboli” della società. D’altro canto, per queste ultime, il problema non è mai stata l’imposta sul reddito ma la mancanza di reddito sufficiente per vivere dignitosamente (e il peso sempre più insostenibile del costo dei servizi pubblici locali). E tra questi ci sono anche quelli a cui il Governo Meloni ha tolto il reddito di cittadinanza (173 mila famiglie finora).

Non va meglio sul fronte della sanità. Come fa notare la Cgil (https://volerelaluna.it/materiali/2023/10/11/salute-e-sanita-verso-la-legge-di-bilancio/), i 3 miliardi in più previsti nella manovra non colmano l’arretramento della spesa rispetto al Pil dell’anno scorso e, per di più, dovranno servire anche a finanziare il rinnovo dei contratti di settore e la detassazione degli straordinari (https://volerelaluna.it/politica/2023/10/13/la-sanita-allo-sfascio-e-lo-sciopero-generale-se-non-ora-quando/). Per la riduzione delle liste d’attesa, l’aumento dei posti letto e del personale, il potenziamento della sanità di prossimità, rimane poco e niente. Ma c’è un altro aspetto che va ricordato: un quinto di queste risorse (600 milioni di euro), che comunque, complessivamente, non saranno sufficienti a compensare gli effetti dell’inflazione sui costi dei servizi, andranno alla sanità privata.

Duro bagno di realtà, invece, sul versante previdenziale. Ovvero – sarebbe il caso di dire che ancora una volta – sulle pensioni si fa cassa. Scompaiono Ape sociale (lo strumento che consentiva l’uscita anticipata ad alcune categorie “deboli”, come disoccupati, disabili, caregiver, addetti a lavori pesanti) e Opzione donna, diventa più difficile andare in pensione anticipatamente. Da quota 103 si passa a quota 104 (63 anni, oltre ai 41 di contributi), ma l’incentivo è a non andare in pensione, perché il sentiero viene minato da tutta una serie di penalizzazioni. Di fatto è un rafforzamento della vituperata legge Fornero.

Tutto questo mentre l’economia rallenta (la manovra non ha niente per la crescita), mettendo il Paese nel mirino dei mercati finanziari. Se arriva la recessione, non servirà a niente la “prudenza” del Governo sui conti pubblici. Con l’aggravante che quel poco di deficit fatto non servirà a rilanciare seriamente la domanda interna.

Com’era bello quando dall’opposizione si chiedeva al Governo di accreditare i conti correnti degli italiani di mille euro con un click…

Gli autori

Luigi Pandolfi

Luigi Pandolfi, laureato in scienze politiche, giornalista pubblicista, scrive di politica ed economia su vari giornali, riviste e web magazine, tra cui "Il Manifesto", "Micromega", "Economia e Politica". Tra i suoi libri più recenti: "Metamorfosi del denaro" (manifestolibri, 2020).

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