Ciao Gianni

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Conobbi Gianni Vattimo all’università di Torino, quasi sessant’anni fa, in quel ’68 che per molti giovani fu un richiamo all’impegno culturale e sociale. Lui era un giovanissimo docente universitario, io una studentessa del suo corso di Estetica (di quel tempo conservo ancora il suo testo Esistenza e Persona e un prezioso volumetto sulle avanguardie artistiche del ’900). Le sue lezioni, che rompevano con il conformismo accademico in nome di una cultura aperta e critica, erano sempre molto seguite, in quegli anni che rifiutavano i dogmi e sognavano l’assalto al cielo.

L’ho ritrovato con gioia a fianco del Movimento No Tav. Da uomo giusto qual era prese posizione immediatamente, come intellettuale, come parlamentare nelle aule del Parlamento Europeo e con la presenza di persona in Valle di Susa per testimoniare concretamente la sua opposizione a un’opera devastante, inutile, dispendiosissima. Come non ricordare la lezione magistrale sul concetto di democrazia che egli tenne nel 2013, alla Centrale di Chiomonte, di fronte agli sbarramenti della “zona rossa”, alla presenza di un folto pubblico di studenti e attivisti e sotto il minaccioso controllo di agenti in assetto antisommossa? Ci invitò anche al Parlamento europeo, dove organizzò per noi e per altri attivisti di lotte sociali e ambientali un incontro con i giovani di tutt’Europa. Ebbe il coraggio di contraddire un sistema, il potere politico e giudiziario che, come disse egli stesso in un’intervista, «esercita un accanimento senza senso, come tutto quello che fa ora la magistratura torinese contro i No Tav».

Di lui e della sua umanità mi è caro soprattutto un ricordo. Era il ferragosto 2013. Alcuni compagni No Tav erano stati rinchiusi in arresto preventivo, nel carcere torinese delle Vallette. Gianni decise di fare una visita a loro e agli altri detenuti. Lo accompagnai, insieme a Luca Abbà. Arrivammo al carcere verso il mezzogiorno, lasciandoci dietro il traffico degli ultimi gitanti che fuggivano dall’afa cittadina verso gli aperti orizzonti delle vacanze. Dopo la compilazione di moduli su moduli, entrammo, accompagnati dal capo degli agenti penitenziari, in quel non-luogo che anni dopo avrei imparato a conoscere di persona, immerso nell’immobilità dei giorni festivi, quando, sospese le normali attività e i collegamenti con l’esterno, tutto diventa più squallido e il tempo non passa mai. Per arrivare ai blocchi di detenzione si superano vari gironi e controlli. Gianni osservava in silenzio, assediato dalle chiacchiere del graduato che perorava la causa dei secondini sotto organico. Ma eccoli, dietro le sbarre, affacciati ai corridoi dei passi perduti, i nostri compagni e gli altri detenuti. Gianni si ferma ad ogni cella, ascolta… e il carcere si fa voce, denuncia di soprusi (il detenuto affetto da leucemia che da mesi aspetta, invano, di essere ricoverato in ospedale; il piccolo, vecchissimo afghano che non ha mai incontrato un avvocato né conosce il reato per cui è stato arrestato…). Tornammo la domenica successiva, per completare la visita al blocco femminile.

Anni dopo, quando ci entrai da detenuta, mi tornò in mente quella visita e la figura di Gianni, silenziosa, e quel suo turbamento, quel senso di sostanziale impotenza davanti alla crudele irrazionalità dell’istituzione totale. Quel suo atto di solidarietà nell’esercizio di un ruolo istituzionale troppo spesso disatteso dai “rappresentanti del popolo”, costò caro a Gianni.

Immediatamente si scatenò contro di lui la macchina del fango giustizialista manovrata dall’allora deputato Pd Stefano Esposito, che sfociò in un processo a carico di Gianni Vattimo per falso ideologico in atto pubblico. La causa? Aver portato con sé me e Luca come sui consulenti: un caso da guinness dei primati nella storia dei Parlamenti, mai verificatosi in precedenza, che metteva in discussione le libertà di iniziativa e di controllo costituzionalmente garantite. I pubblici ministeri Rinaudo e Padalino (i due nomi di spicco nel pool anti-No Tav messo in piedi dall’allora procuratore Caselli) convocarono immediatamente Vattimo, Luca e me come “persona informata dei fatti”: uno sporco mezzuccio per poterci torchiare senza la presenza degli avvocati. Di quell’esperienza in Procura mi è rimasto un’ immagine indelebile: il casco da cantiere con grande scritta TAV esibito in bella vista nell’ufficio dove il duo Rinaudo e Padalino mi sottoposero a un vero e proprio interrogatorio. Partì il processo, nel quale i “pubblici ministeri con l’elmetto” chiesero dieci mesi per Vattimo, nove per me e sette per Luca. Il tutto finì dopo quattro anni, con l’assoluzione piena per tutti, perché “il fatto non sussiste”. Anche in quel frangente Gianni si comportò con la pacatezza e l’ironia di sempre, da persona forte e gentile qual era.

Così lo voglio ricordare. Così lo ricorderanno le donne e gli uomini del movimento No Tav, con quel suo bel volto, la dritta figura e la umanità che scaturiva dalla ragione e dal cuore e si faceva parola, ricerca coraggiosa, cammino in strade improvvisamente buie, dopo che la luna è tramontata.