L’Ucraina è in ginocchio e l’Europa alla canna del gas. Intervista al generale Mini

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La guerra in Ucraina continua senza che se ne veda la fine. Ma dal febbraio 2022, data di inizio di questa ultima cruenta fase, molto è cambiato, nei luoghi delle operazioni belliche e nello scenario internazionale. Ci sono, al riguardo, analisi critiche anche dall’interno delle forze armate impiegate nei combattimenti. In particolare negli Stati Uniti, ma non solo. Tra le altre spicca, in Italia, quella di Fabio Mini, generale di corpo d’armata a riposo, già capo di stato maggiore del Comando Nato per il Sud Europa e, dall’ottobre 2002 all’ottobre 2003, comandante delle operazioni di pace a guida Nato in Kosovo, nell’ambito della missione KFOR (Kosovo Force). Mini interviene nel dibattito pubblico da vent’anni (è del 2003 il suo primo libro, La guerra dopo la guerra. Soldati, burocrati e mercenari nell’epoca della pace virtuale, pubblicato da Einaudi) e collabora con varie testate, tra cui Limes, la Repubblica e il Fatto Quotidiano. Da ultimo ha pubblicato, per Paper First, Europa in guerra. Sulla situazione dell’Ucraina lo ha intervistato, per Volere la Luna, Giorgio Monestarolo.

A un anno e mezzo dallo scoppio del conflitto in Ucraina, la guerra sembra essere contenuta a mezzi convenzionali. Secondo molti osservatori, significa che la “deterrenza” sta funzionando, cioè il timore di un conflitto nucleare sta effettivamente mantenendo la guerra entro una cornice gestibile. Nel suo libro, L’Europa in guerra, Lei ritiene invece che la deterrenza non funzioni e che il rischio di una escalation nucleare sia reale.

Che la deterrenza non abbia funzionato è nei fatti. La deterrenza basata sulla minaccia dell’uso della forza è fallita prima dello scoppio delle ostilità, nel momento in cui gli Stati Uniti e la Nato hanno rigettato le richieste russe di accordo sulle misure da adottare per la sicurezza in Europa. In quel momento è stato confermato che non si voleva evitare il conflitto: fine della deterrenza. La Russia e la Nato hanno voluto dimostrare di non essere affatto dissuasi nemmeno dall’uso delle armi nucleari. Le classificazioni di deterrenza strategica (armi nucleari), tattica (nucleare tattico) e convenzionale sono gradini di una scala rotta. Fallita la dissuasione, il ricorso a qualsiasi arma non solo è possibile ma realisticamente probabile. Come, quando, dove e a quale scopo dipende solo dall’andamento delle operazioni e dal grado di coercizione che esse possono raggiungere. Che la guerra attuale sia “gestibile” spero sia sarcastico. Da ogni parte si muovono accuse alla Russia, all’Ucraina, all’Europa, agli Stati Uniti e alla Nato di errori catastrofici, massacri inutili, spreco di risorse, difficoltà di comprensione fra gli stessi alleati. Che tutto questo sia stato e sia gestibile lo lascerei dire a coloro che vogliono che la guerra continui.

La guerra in Ucraina è anche un grande investimento: sia per l’industria militare italiana sia per la ricostruzione.

Per gli Stati coinvolti direttamente o indirettamente il conflitto comporta una spesa in perdita netta. Il bene primario della sicurezza collettiva è perduto e gli effetti materiali, morali e politici della guerra si misureranno nei decenni seguenti. Per chi invece vuole “investire” per profitto, senza curarsi né degli effetti immediati né di quelli successivi, la guerra offre due grandi opportunità: una sicura e una più rischiosa. La prima riguarda la fornitura di armi e servizi ai contendenti, nonché di beni di sussistenza alle popolazioni coinvolte. È un investimento sicuro e molto redditizio, a prescindere da chi perda o vinca, purché la guerra continui. La seconda, che si basa sulla ricostruzione delle aree del conflitto, è un azzardo come qualsiasi altro: dipende da chi vincerà o perderà. Ma chi investe in genere può giocare su entrambi i fronti. Anche lui comunque si aspetta che il conflitto continui a lungo e sia il più distruttivo possibile.

Nel suo libro lei afferma che la Nato di oggi non ha nulla a che fare con quella di un tempo; che, a guardare bene, è un’organizzazione politicamente fallita. Può chiarire quest’idea, visto che la Nato sembra più attiva che mai?

Proprio attiva non direi. La Nato di un tempo è fallita dal 1994, quando ha cominciato a rimestare il quadro della sicurezza in Europa e non solo. A partire dai Balcani fino all’Iraq e all’Afghanistan, l’organizzazione politico-militare ha sposato una politica contraria alla sicurezza degli Stati membri e al diritto internazionale. In questo senso è fallita anche perché ha dimostrato di non rispettare il principio della pari dignità degli Stati membri. Uno di essi infatti – gli Stati Uniti – è più “dignitoso” di tutti gli altri messi assieme. È rimasta integra solo un’organizzazione militare abbastanza efficiente, sopravvissuta ai fallimenti politici. L’attivismo politico dei segretari generali già a partire dai Balcani è stato un esercizio da operetta. Ricordo ancora le comparsate congiunte dei segretari della Nato, dell’Onu e della Ue nelle questioni balcaniche: drammatiche e ridicole. L’attivismo militare, principalmente degli inglesi, è stato incerto, velleitario e contraddittorio. Le fratture interne alla Nato sono emerse non solo nell’incapacità di gestire annose diatribe fra Stati membri come Grecia e Turchia, più volte sfociate in minacce militari, ma anche nella gestione di tutti i conflitti: quelli di Balcani, Iraq e Afghanistan, ma anche quelli in Georgia, Libia, Siria e Ucraina. In quest’ultimo la Nato sta operando, di fatto, come santuario per tutte le incursioni armate e i centri di smistamento di armi dei suoi paesi membri in Ucraina e contro la Russia. La Nato ha rinunciato a esprimere una posizione propria, collegiale e unanime, come stabilisce il Trattato. Di fatto sostiene e interpreta le posizioni antirusse degli Stati Uniti, della Gran Bretagna, della Polonia, della Norvegia e degli Stati del Baltico che non hanno assolutamente a cuore la sicurezza europea.

La guerra attuale, secondo la sua analisi, è l’inizio di una guerra su vasta scala che l’Occidente ha deciso di portare avanti contro la Russia. L’Ucraina è sostanzialmente un pretesto. Quali sono le prove per questa tesi? E quale sarebbe l’obiettivo dell’Occidente? Perché, poi, proprio la Russia è il bersaglio da colpire?

Le prove sono chiare: le sanzioni non mirano a difendere l’Ucraina ma a depotenziare la Russia, a rovinare l’Europa e a favorire l’economia americana. Le misure politiche collaterali rivolte contro la Cina preludono a un conflitto in preparazione nell’Indo-Pacifico. Gli stessi americani critici sul coinvolgimento in Ucraina denunciano la perdita di risorse strategicamente fondamentali per la fase successiva del confronto/scontro con la Cina. Il depotenziamento della Russia è rivolto non solo alla castrazione dell’Europa ma anche alla eliminazione del suo ruolo di potenza strategica che potrebbe essere impiegata a sostegno della Cina. Il conflitto ucraino avrebbe dovuto accelerare questo processo, tenendo impegnata la Russia mentre si rafforzava la manovra americana in oriente. Oggi si assiste a un effetto imprevisto o sottovalutato sulla capacità bellica degli Stati Uniti: l’Ucraina è diventata un pozzo senza fondo di assetti di consumo e i fondi a lei destinati sono distolti dalla preparazione militare del conflitto con la Cina. Quelli che negli Stati Uniti invocano la cessazione delle ostilità più che a salvare l’Ucraina pensano alle limitazioni in Oriente e guardano a un compromesso con la Russia in Europa in cambio di un non intervento in Asia. Ma anche questo si sta rivelando un calcolo fasullo: il cosiddetto Occidente è appena un terzo del mondo; i rimanenti tre quarti sono stufi del monopolio statunitense e “occidentale” sia economico che dell’uso della forza.

La sua posizione sull’inizio della guerra rovescia la tesi secondo cui Putin incarna l’imperialismo zarista prima e sovietico poi: lei sostiene, al contrario, che Putin ha cercato di evitare il conflitto e che sono state le provocazioni occidentali a metterlo con le spalle al muro. Ma quali obiettivi potrebbe ottenere Putin con la guerra? Svezia e Finlandia sono passati dalla neutralità alla Nato, l’Ucraina, anche se sconfitta, rimarrebbe un confine incandescente e ingestibile, senza contare tutte le complicazioni economiche e politiche anche interne prodotte dalla guerra. Insomma, la situazione per i russi, anche in caso di vittoria, sarebbe peggiore di quella precedente la guerra. Non era meglio per Putin evitarla?

La Russia ha cercato di evitare il conflitto e ciò è stato confermato dallo stesso sprovveduto Stoltenberg. Putin voleva e poteva evitare l’invasione. Il suo errore è stato quello di non insistere abbastanza con le richieste di sicurezza nei confronti dell’Occidente. Probabilmente ha ceduto di fronte alle pressioni dei suoi stessi nazionalisti e dei militari, che gli hanno fatto credere che la guerra sarebbe stata una passeggiata, e degli stessi americani, che fin dal 2008 davano per scontato l’ingresso dell’Ucraina (e Georgia) nella Nato e che nel 2021 avevano pianificato di sostenere l’attacco ucraino alla Crimea con un esercito ricostruito dai paesi della Nato dopo lo sfacelo del 2015. Il 16 marzo del 2022, appena 20 giorni dopo l’invasione, Putin tenne un discorso ai capi e governatori delle repubbliche federate impartendo precise istruzioni sui provvedimenti da adottare per minimizzare i danni delle sanzioni, snellire le procedure di produzione e commercio estero, ridurre i disagi della popolazione e attivare l’economia a sostegno delle operazioni militari. L’ulteriore espansione del conflitto da parte della Nato, su richiesta della Gran Bretagna e della Polonia, è stata la prova della vera minaccia. È apparso infatti chiaro alla Russia che, anche senza l’invasione, la Nato si sarebbe allargata, le sanzioni sarebbero state indurite e il Donbass sarebbe stato perduto col rischio di perdere anche la Crimea. Ora la Russia sta cercando di mantenere il punto e l’Ucraina ne farà le spese. Era meglio non fare la guerra? Certo. Ma, in ogni caso, occorre attendere la fine del conflitto per capire se la Nato è veramente più forte e se qualcuno ha vinto. E se ha vinto cosa ha vinto.

Passiamo alla situazione sul campo. La controffensiva ucraina si è rivelata un fallimento con un costo di vite umane enorme (circa 70.000 soldati morti in tre mesi). Quali scenari si aprono? Una trattativa fra le parti è più vicina? I russi vorranno approfittare del vantaggio per lanciare un’offensiva prima che arrivi l’inverno? O, piuttosto, proseguirà la strategia del logoramento degli uomini e delle forze ucraine?

La terza che ha detto.

Nel caso la “campagna di Russia” della Nato si riveli un fallimento, quali conseguenze potrebbero innescarsi? È pensabile che la Nato accetti una sconfitta sul campo senza reagire? Si può ripetere un altro Afghanistan oppure la situazione è diversa?

La Nato non ha mai accettato nessuna sconfitta. Si è sempre sottratta al giudizio finale e laddove la fine non è arrivata, come nei Balcani, ha mantenuto forze, via via scemando di presenza ed efficacia. In Afghanistan, dopo aver scippato l’operazione di assistenza all’Onu, si è mimetizzata nell’assistenza all’esercito afghano con il risultato che conosciamo. Forse non è molto noto che il comandante americano dell’operazione Nato è stato il primo a ricevere l’ordine della Nato di abbandonare l’Afghanistan. Il contingente dipendente dal comando Usa (Centcom) si è trovato così a gestire il caos ben prima che arrivassero i talebani. In ogni caso la Nato in questa situazione non ha una voce propria e neppure la facoltà di accettare o rifiutare una sconfitta. In realtà è essa stessa in crisi. Un cambiamento di politica statunitense può addirittura farla scomparire dalla scena degli attori globali o regionali.

Nel suo libro, tra le righe, c’è l’idea che soltanto una conferenza internazionale, con l’obiettivo di avviare un nuovo ordine basato sulla cooperazione e non sulla minaccia reciproca, è in grado di garantire la pace. Quali passi dovrebbe fare l’Italia per favorire una distensione internazionale?

Il primo passo sarebbe mettere al centro la sicurezza europea e riconoscere che le vere minacce sono i paesi europei che alimentano la guerra. Come Italia possiamo recuperare, almeno in parte, il ruolo di cardine della vecchia Europa e ridimensionare le pretese e le velleità di quella presunta nuova Europa che non contribuisce affatto alla sicurezza europea. Un altro passo sarebbe in ambito Nato: l’Italia deve favorire gli americani nel disimpegno dal conflitto ucraino. Questo è ciò che essi vogliono veramente ed è possibile farlo sospendendo l’invio di armi e opponendosi alla ratifica dell’ammissione di nuovi membri alla Nato. Tale ratifica non può essere un semplice atto dovuto in ossequio all’Alleanza, e nemmeno un atto di routine liquidato per via burocratico-parlamentare. Deve essere il frutto di una decisione popolare: chiara e consapevole.

Riportare l’invasione dell’Ucraina a un conflitto tra grandi potenze, che punta a un nuovo equilibrio mondiale, non è frutto di un eccessivo pessimismo? Le prospettive più fosche dei primi mesi di guerra non si sono avverate. In qualche modo la vita, in Occidente e in Russia va avanti. I Brics + 11 come rappresentanti del Sud globale giocano un ruolo diplomatico importante. La stanchezza dell’opinione pubblica è evidente. Non è che anche la guerra Ucraina è stata metabolizzata?

Il pessimista è un ottimista con l’esperienza, oppure è uno che sa già come va a finire. Le prospettive più fosche sono state superate, in peggio, dalla realtà. Mezzo milione di soldati ucraini morti, 14 milioni di espatriati, un paese divorato dalla corruzione, l’Europa alla canna del gas, gli Stati Uniti che arretrano davanti al resto del mondo, la prospettiva di un allargamento del conflitto che può coinvolgere l’Europa e il mondo sono cose peggiori di quanto si aspettassero i nostri bellicisti. E siamo solo agli inizi. Non ci sono ancora le bombe atomiche ma non credo si debba arrivare ad averle sulla testa per decidersi a tentare una soluzione. Il Sud globale si sta muovendo con e senza Brics. In Sudafrica si è chiarito che non c’è bisogno di multipolarità, nel senso di avere altri poli ai quali assoggettare le varie parti del mondo. C’è invece bisogno di maggiore cooperazione all’insegna del mutuo rispetto, della pari dignità e dell’interesse reciproco. Anche in questo occorre comprendere le istanze che vengono dall’intero mondo e non solo da quello occidentale. E, in quanto occidentali, non partiamo avvantaggiati perché non abbiamo nulla da insegnare o pretendere. Il sud globale si sta muovendo contro gli imperialismi di stampo coloniale e non contro gli imperi in quanto sistemi di potere. Non ce l’hanno con la Russia e la Cina che sono imperi, ma dei quali non hanno conosciuto la violenza. Ce l’hanno con l’Europa perché formata da tutti gli imperi coloniali del passato e dagli Stati Uniti, diventati essi stessi, da colonie, dei neo colonialisti e imperialisti. È vero che l’attenzione sull’Ucraina sta scemando, ma non perché le cose vanno meglio, ristagnano o sono noiose. È perché i protagonisti della propaganda stanno prendendo atto dello sviluppo delle operazioni militari e delle posizioni politiche e non se la sentono di ammetterlo. Si stanno rendendo conto di non essere più seguiti e preferiscono il silenzio alle ammissioni scomode. La propaganda funziona così: quando le esagerazioni e le bugie diventano incredibili è meglio tacere, oppure, come stanno facendo i grandi media, dopo gli sproloqui apodittici, possono iniziare a voltare gabbana avanzando qualche timido dubbio su quanto sbraitato fino a poco prima.

Gli autori

Giorgio Monestarolo

Giorgio Monestarolo insegna storia e filosofia al liceo classico Cavour di Torino ed è ricercatore associato al Laboratorio di storia delle Alpi dell’Università della Svizzera italiana. Si occupa di storia economica e sociale dell’Europa moderna, di antifascismo, di pacifismo. È da sempre impegnato nelle battaglie politiche per allargare gli spazi democratici e costruire una società senza oppressioni.

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