1973. Il golpe cileno e il giardino di casa degli Stati Uniti

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1.

Negli anni Sessanta nel mondo occidentale soffiavano impetuosi venti di cambiamento, alimentati dalla vittoriosa rivoluzione cubana che nel 1959 aveva spodestato il dittatore Fulgenzio Batista e parlava di socialismo, di giustizia sociale, di un mondo diverso e migliore. L’assassinio di Che Guevara nel 1967 a La Higuera non solo non aveva fermato l’impeto rivoluzionario ma, trasformando il Che in un martire, aveva ulteriormente fortificato i movimenti di quegli anni: il movimento contro la guerra nel Vietnam, le lotte per i diritti civili, il movimento femminista, il movimento studentesco partito da Berkley e culminato nel maggio francese del ’68 (e poi mei movimenti extraparlamentari italiani e tedeschi), le lotte operaie, il movimento di deistituzionalizzazione (a cominciare, in Italia, dal superamento dei manicomi predicato e praticato da Franco Basaglia). Senza dimenticare il movimento hippy e i raduni come Woodstock o Wight, o, su altro piano, il Cordobazo in Argentina, insurrezione popolare ed operaia del maggio1969.

Parole come libertà, giustizia sociale, redistribuzione della ricchezza, pace, parità tra i sessi, diritti per tutti e in particolare per i più fragili erano, peraltro, troppo pericolose per non provocare una reazione da parte dell’establishment. Ciò, per di più, in un contesto mondiale diviso in due blocchi: contrapposti, ma con il patto tacito di non intervenire nelle questioni dell’altro, anche se nemico. Così si spiega l’ignavia con la quale l’occidente guardò senza intervenire al soffocamento della rivolta ungherese nel 1956 e, poi, ai carri armati russi che stroncavano la primavera di Praga nel 1968. Così si spiega l’appoggio solo di facciata del Patto di Varsavia alle lotte sud americane (determinato, in verità, anche dal fatto che Mosca voleva il controllo totale sulle stesse, cosa respinta da Che Guevara come da Allende).

Il pericolo maggiore per l’establishment Usa arrivò nel 1970 dal Cile, dove, nelle elezioni presidenziali del 4 settembre, nessun candidato raggiunse la maggioranza assoluta, motivo per cui la decisione venne affidata al Congresso, secondo quanto prevedeva la Costituzione del 1925. Il 24 ottobre, grazie a un accordo tra i socialdemocratici cristiani del presidente uscente Frei e la sinistra, venne eletto Salvador Allende del Partito socialista, con la schiacciante maggioranza di 153 voti contro i 35 di Alessandri e 7 astenuti. Determinante, nella scelta in favore di Allende, fu l’assassinio del Capo di Stato Maggiore dell’esercito, René Schneider, ad opera di cospiratori di destra appoggiati dalla Cia. L’ondata emotiva che ne seguì convinse, infatti, il Partido Demócrata Cristiano di Frei a sciogliere ogni riserva e ad appoggiare Allende, nonostante fosse il leader di una coalizione che comprendeva il Partito comunista (con Pablo Neruda candidato per la presidenza che decise di ritirarsi in favore di una candidatura unica) e che godeva dell’appoggio esterno del Mir (Movimiento de izquierda revolucionario).

Allende pose subito mano all’attuazione del suo programma che prevedeva la nazionalizzazione delle miniere di rame (allora sotto il controllo di due aziende statunitensi, la Kennecott e la Anaconda), delle banche, delle compagnie di assicurazione, dei trasporti ferroviari, aerei e marittimi, delle telecomunicazioni, della siderurgia e delle grandi industrie. Ci fu inoltre l’avvio della riforma agraria, accompagnata dalla tassazione sulle plusvalenze e dalla sospensione del pagamento del debito pubblico. Ciò provocò la reazione dei ceti medio-alti e la fuga di capitali all’estero con il seguito di un’inflazione galoppante e il blocco di molte attività economiche, mentre la sospensione delle sovvenzioni statali alle scuole private provocò l’irritazione dei vertici ecclesiastici. In questo contesto l’esperienza del Governo Allende fu considerata dagli Stati Uniti troppo pericolosa economicamente e politicamente, perché avvenuta con elezioni democratiche e perché si inseriva in un un quadro di spinte progressiste. Per il presidente Nixon e il suo segretario di Stato Kissinger, convinti sostenitori della dottrina Monroe, secondo cui il Sud America era “il cortile di casa degli Usa”, doveva essere stroncata non solo ogni idea di sinistra, ma ogni politica volta a minare gli ingenti guadagni che le imprese statunitensi si garantivano sfruttando le risorse latinoamericane.

Questo insieme di fattori portò, l’11 settembre del 1973, al golpe realizzato dal generale Pinochet con l’appoggio e la collaborazione della Cia.

Dopo il golpe, il Cile fu il laboratorio perfetto per i Chicago Boys, il gruppo di economisti seguaci di Milton Friedman che, chiamati come consulenti dalla junta militar, usarono il ruolo per sperimentare le loro teorie, smantellando le aziende pubbliche, privatizzando le imprese più importanti, riducendo nettamente la spesa pubblica (sanità, istruzione, pensioni), insomma azzerando le riforme di Allende. Fu inoltre facilitato il rimpatrio dei profitti delle multinazionali e delle imprese straniere, in modo da essere attrattive per gli investimenti. Seguirono il crollo dei salari (- 50%) e l’aumento della disoccupazione (dal 3,1% del 1972 al 38% del 1987), oltre alla recessione agricola per mancanza di sussidi statali.

Il golpe cileno non fu isolato. Prima si erano verificati il golpe militare del 1971 in Bolivia ad opera del generale Banzer e quello del giugno del 1973 in Uruguay, in cui il presidente fantoccio Juan Maria Bordaberry aveva chiuso il Parlamento e affidato il potere a una giunta militare (ufficialmente il golpe doveva schiacciare il fronte guerrigliero dei Tupamaros, ma in realtà servì, come nel caso della Bolivia, a favorire gli interessi economici statunitensi e delle multinazionali in genere). Nella stessa ottica venne poi varata, sempre dal presidente Nixon e dal segretario di Stato Kissinger, la famigerata operazione Condor, volta a sradicare ogni governo di sinistra, utilizzando militari ed estremisti di destra, tra cui molti neofascisti europei rifugiati in Sud America, come Stefano Delle Chiaie.

Ma per realizzare in America Latina il neoliberismo che avrebbe dominato l’Occidente degli 1980, con Reagan e Thatcher, mancava un tassello e questo fu il golpe argentino del 24 marzo 1976. L’Argentina era la nazione sud americana più simile a un paese occidentale, per la presenza di una forte classe media e di importanti sindacati. Insomma, il luogo ideale dove perfezionare il lavoro economico iniziato in Cile. Ma il golpe cileno aveva insegnato una cosa: le scene dello stadio di Santiago pieno di oppositori politici, i morti ai bordi delle strade e la mano durissima dei militari vista in tutto il mondo avevano determinato una reazione di indignazione, non tanto dei Governi occidentali quanto della società civile che aveva organizzato marce, comitati di solidarietà, appoggio logistico e non solo. Così il golpe argentino si svolse nel più assoluto silenzio: i sequestri avvennero di notte, i campi di reclusione e tortura furono segreti e clandestini, l’immagine che si offrì fu quella di un rassicurante controllo della violenza delle organizzazioni Montenera e dell’Erp. Per di più il governo deposto di Isabela Peron non era certo un modello di democrazia: finito nelle mani di Lopez Rega aveva visto la nascita della triple A (Alleanza argentina anticomunista) che aveva iniziato già nel 1975 la pratica della desaparicion (Alejandro, figlio di Taty Almeida, madre de Plaza de Mayo e cittadina onoraria di Torino dal 2007, era stato sequestrato nel 1975). Il golpe argentino fu un processo lineare per sperimentare un modello economico da esportare poi in Occidente, usando i militari come braccio armato e con la complicità della cupola ecclesiastica (molti sacerdoti di base, spesso della teologia della Liberazione furono perseguitati e uccisi).

Sintomatica del diverso atteggiamento dei governi e dell’opinione pubblica occidentali a fronte del golpe cileno e di quello argentino fu la reazione dell’Italia. Il nostro Paese non riconobbe il Governo del macellaio Pinochet e, dopo qualche tempo, ritirò la propria rappresentanza diplomatica. Prima, tra il settembre 1973 e il novembre 1974, oltre 700 persone vennero accolte dalla nostra ambasciata: inizialmente solo cittadini di origine italiana, ma poi anche cileni in fuga dall’orrore e da persecuzione, tortura, morte. Lividi di rabbia gli assassini del regime arrestarono Lumi Videla, studentessa ventiseienne di sociologia, esponente del Mir, la torturarono, la uccisero e gettarono il suo cadavere all’interno del cortile della nostra ambasciata. Il silenzio sulla repressione in Argentina e lo scarso appeal del governo deposto – insieme agli interessi economici italiani in loco (con Eni, Fiat, Pirelli, Banco Ambrosiano) e ai legami tra la loggia P2 e i vertici militari sudamericani – provocarono un brusco cambiamento nell’atteggiamento diplomatico dell’Italia. Così la nostra ambasciata bloccò ogni accesso: nessuno poté entrare, mentre fuori la violenza era al suo apogeo con sequestri, torture, violenze fisiche e psichiche.

2.

Oggi – 50 anni dopo – il Cile ha un governo presieduto da Gabriel Boric, avvocato di 37 anni, leader della Federazione Studentesca Cilena nel 2012, poi deputato, eletto presidente dopo un ballottaggio (https://volerelaluna.it/in-primo-piano/2021/12/21/la-vittoria-di-boric-in-cile-gracias-a-la-vida/). Il suo programma prevedeva che le pensioni diventassero pubbliche (soluzione poi bocciata dal Parlamento). Chiedeva inoltre un aumento del salario minimo (che è passato, in effetti, da 412 a 470 dollari mensili), un incremento della spesa sociale (con attenzione anche alla salute mentale), una crescita delle tasse per le aziende e i ceti più ricchi e una nuova Costituzione che soppiantasse quella di Pinochet. Il cambiamento della Costituzione è stato bocciato dal voto dei cileni, indebolendo di molto la posizione di Boric, che comunque ha rilanciato facendo approvare una nuova legge contro i crimini economici e ambientali che colpisce, soprattutto, società commerciali e dei trasporti, media, compagnie di navigazione, industria del pollame e società mediche coinvolte in scandali che venivano puniti in maniera irrisoria (e la cui impunità era state tra le cause delle grandi mobilitazioni popolari del 2019, con 30 morti e migliaia di feriti: https://volerelaluna.it/mondo/2019/10/28/un-altro-cile-e-possibile-noi-siamo-stanchi-ci-uniamo/). La nuova legge stabilisce le sanzioni attraverso i cosiddetti “giorni di multa”, calcolati a partire dal reddito medio giornaliero della persona o dell’azienda coinvolta. Ma la situazione è difficile, aggravata anche dalle dimissioni del ministro dello Sviluppo Sociale, Giorgio Jackson, amico da sempre di Boric, intervenute a seguito di accuse di irregolarità, pur respinte dall’interessato, nel trasferimento di fondi pubblici a fondazioni private (dal ministero dell’edilizia alla fondazione Democracia Viva legata al partito di Jackson). La sintesi della situazione è quella di un Governo che aveva acceso molte speranze e che sembra oggi bloccato nella sua azione riformatrice.

Due considerazioni finali. La prima: un sondaggio realizzato dalla società di consulenza Pulso Ciudadano nel luglio 2023 rivela che il 47% dei cileni afferma che Pinochet era un dittatore, mentre il 40% non lo ritiene tale. Solo il 16,8% ha dichiarato che era un criminale. Nello stesso sondaggio il 32% dei cileni definiva Allende un presidente che voleva instaurare il comunismo in Cile. Pieno negazionismo, insomma. Seconda considerazione: Boric al primo turno delle elezioni, quando aveva un atteggiamento radicale, ha preso il 25,8% dei voti; al ballottaggio, quando ha ammorbidito la sua posizione, il 55,9%. Per dirla con Joaquim Garcia Huidobro, scrittore e docente di filosofia, Bachelet (centrosinistra) prima, Pineira (destra) dopo e ora Boric non hanno capito che i cileni vogliono la libertà economica ma con tutele statali. Cinquant’anni dopo dove è finita l’eredità di Allende?

Gli autori

Ugo Zamburru

Ugo Zamburru, psichiatra , è appassionato di America latina, di persone, di libertà e di solidarietà. È stato inventore e instancabile animatore, per oltre dieci anni, del Caffè Basaglia, crocevia e luogo di incontro per chi, a Torino e non solo, sogna un mondo diverso e si impegna per realizzarlo.

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