La lezione dell’8 settembre contro il diritto all’odio

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1. L’8 settembre 1943 è certamente una delle date più importanti della nostra storia perché per gli Italiani, abituati a nicchiare, fu il momento della scelta, dell’inevitabile confronto con la propria coscienza. Anche per i meno consapevoli. Il che – si dirà – è vero solo in parte, giacché essi di recente hanno pur votato e alcuni di loro, venendo finalmente allo scoperto dopo ottant’anni di semi-clandestinità, hanno scelto liberamente e orgogliosamente un governo di estrema destra. In tal modo, e proprio come ottant’anni fa, anche oggi fra i pochi Italiani che l’hanno scelto e i molti che non l’hanno scelto o che non hanno semplicemente scelto, tira un’aria mefitica da 8 settembre, perché si è ricreata quella netta distinzione tra “noi” e “voi”. «Quel giorno – aveva tuttavia dichiarato nel 2000 Carlo Azeglio Ciampi – l’Italia rinacque, non fu la morte della patria». Riprendendo il concetto di “patria” egli aveva tentato di ricucire lo strappo, di colmare il divario tra il “noi” e il “voi”. Sì, certo, sosterrà dal suo canto Nuto Revelli, lo Stato democratico era rinato, ma «su fondazioni fasciste». E ciò sebbene dopo il crollo del fascismo e l’arresto del duce, almeno fino all’8 settembre, nell’Italia divisa in tre parti si sia assistito all’istantanea dissoluzione dei fascisti e alla loro dissimulazione nel nuovo esercito che Badoglio andava riorganizzando, anche per far fronte e frenare gli atti di assoluta libertà dionisiaca cui accenna Claudio Pavone nel suo Saggio storico sulla moralità nella Resistenza.

Chi furono, quanti furono invece gli antifascisti italiani che lottarono contro i nazifascisti? Anche al nord, sostiene peraltro Gianni Oliva, solo in pochi scelsero la via dell’impegno personale: la maggioranza delle persone rimase alla finestra a guardare che passasse la nottata. Chi erano dunque queste persone?

Anzitutto militari dell’esercito regio (come Fenoglio) che dopo la vergognosa fuga del re e nonostante i bandi che Graziani emanava da Salò, decisero di continuare la lotta in maniera autonoma. Anziché presentarsi al duce per formare il nuovo esercito repubblichino in alleanza con i nazisti, entrarono nella Resistenza. Molti di loro caddero sotto i colpi dei Tribunali speciali. Ricorderemo, fra i tanti, quegli uomini del CLN torinese uccisi al Martinetto, al Poligono di tiro, il 5 aprile del ’44. È in seguito a episodi luttuosi come questo che anche alcuni carabinieri, allora utilizzati per mantenere l’ordine attorno al Poligono, lasciarono la divisa e si recarono in montagna a lottare con i partigiani. Ricordiamo Domenico Ariagno di Moncrivello, che prese come nome di battaglia “Gallo”. La resistenza di questi militari al nazifascismo non si sviluppò solo in Italia. Non dobbiamo dimenticare infatti quanto accadde a quelli che si trovavano al fronte dopo il famigerato annuncio dell’armistizio, la sera dell’8 settembre. Ricordiamo i caduti di Cefalonia e quelli che sono stati deportati in Polonia e in Germania. Saranno in 600 mila gli internati militari italiani. Una volta qui, ad essi veniva proposto più volte di optare, cioè di scegliere se restare nel campo o se continuare a combattere per Mussolini e per Hitler. In cambio sarebbero stati subito liberati. Qualcuno certo accettò, ma la stragrande maggioranza di loro, scrive il tenente colonnello Pietro Testa nel suo rapporto su Wietzendorf (Hannover), uscito nel 1946, ha resistito, ha sopportato gli stenti, la fame, le percosse, le umiliazioni. Anche qui, dunque, l’Italia ha resistito. Non si è piegata alle allettante forze del male. A resistere, poi, per quanto hanno potuto, sono stati anche i deportati nei Lager, ove si è consumato forse il primo grande esperimento di distruzione industrializzata di massa.

Ma, per quanto riconducibile a una eroica minoranza, ovviamente tante e di tutte le estrazioni sociali e politiche furono le persone che combatterono e presero parte attiva nella Resistenza. Da L’Italia contemporanea di Chabod apprendiamo che 232.841 furono coloro a cui venne riconosciuta la qualifica di partigiano; 125.174 quella di patriota o di collaboratore attivo e costante. Inoltre, dal 9 settembre ’43 alla fine di aprile del ’45, a 72.500 ammonta il numero degli Italiani caduti nella lotta di Resistenza, a 39.167 quello dei mutilati e degli invalidi, anche civili.

2. Qualche anno fa Carlo Galli ne Il disagio della democrazia, osservava che la società contemporanea – una società in evidente declino in cui il diritto dei popoli è degenerato in populismo e la libertà in liberismo – assomiglia a «una sorta di supermarket dei diritti», nel quale i diritti non sono più quelli che si conquistano con la lotta e con i sacrifici, ma quelli che si acquistano. È da una simile società mercantile e competitiva, sostenuta velleitariamente dall’attuale governo italiano, che uomini come il generale Vannacci possono avanzare spudoratamente la pretesa di acquisire il diritto all’odio. Dinanzi a simili esternazioni irresponsabili corre l’obbligo di ricordare quanta indicibile sofferenza e quale sconvolgente vergogna l’umanità ha dovuto provare su di sé quando è stata costretta ad assecondare quel crinale disumano aperto da coloro che, dai luoghi del potere, rivendicavano il diritto all’odio. L’umanità sa già infatti dove conduce quel sentiero dell’odio (specie l’odio impersonale auspicato da Nietzsche) e sa anche quanto tempo, quanta fatica, quali sforzi e quali enormi sacrifici è costato e continua ancora a costare il dover garantire l’interruzione e il controllo di quel percorso di disumanizzazione e di violenza. Essa inoltre, proprio sulla scorta di questa sua dolorosa esperienza vissuta, sa bene che se si agevolano diabolicamente alcune condizioni che favoriscono quell’odio paranoico – cioè, diceva Hannah Arendt, quel «cinismo generalizzato», quel «cinismo consapevole che si espresse in un odio indefinito per tutto e per tutti», quell’«odio indifferenziato» che per Etty Hillesum «è la cosa peggiore che ci sia» in quanto si tratta di «una malattia dell’anima» –, se ci si ostina insomma su quella china scivolosa e malsana, sarà di nuovo possibile, sotto diverse forme e modalità, propiziare una nuova apertura, una ennesima inaugurazione di quel sentiero odioso, di quell’antica via crucis che inevitabilmente non può che ricondurre verso un nuovo Golgota, in cima o in fondo al quale miriadi di vittime possono ancora una volta essere crocifisse con la solita spietatezza umana, con la ben nota indifferenza di cui è capace l’essere umano. Giacché anche oggi, come allora, al di là della stessa assurda guerra in Ucraina, il mondo sembra rotolare velocemente verso la catastrofe, e ognuno, più o meno consapevole di averla provocata, cerca in tutti i modi di sopravvivere, di salvarsi a spese del prossimo, schiacciando i più deboli, i sommersi.

Eppure è già stato detto e ripetuto: l’odio non può che generare pendolarmente altro odio, la violenza si autoalimenta, si nutre di quest’odio violento. E ciò sino al punto da non avvertire nemmeno più questo sentimento. Il che accade quando esso viene finalisticamente suscitato, pedagogicamente ripetuto ed esercitato, sino a farlo diventare forma mentis, abitudine, meccanismo burocratico istituzionalizzato (proprio come vorrebbe quel militare) che funziona e ha la stessa fredda precisione di quello che è stato attivato nella Strafkolonie, nella colonia penale kafkiana, che è la prefigurazione letteraria del sistema concentrazionario nazifascista. Un meccanismo che ha la medesima autonomia assoluta, cieca e sorda del perpetuum mobile novalisiano, una specie di mulino in sé che macina, sbriciola e setaccia sé stesso. E in effetti a cosa stiamo assistendo in questo inizio di terzo millennio, se non a un perpetuo auto-macinamento del mulino, a un’autodistruzione ottusamente compiaciuta dell’umanità?

La lezione della storia, specie, per quanto ci riguarda, quella dell’8 settembre, non è stata bene assimilata, specialmente dagli Italiani fascisti. Occorrerebbe ripeterla come si fa nella normale didattica. Solo che oggi – ricordava già Thomas Mann nei Buddenbrook – mancano i maestri per farlo. Maestri che – come diceva Primo Levi – sappiano vedere le conseguenze innaturali e disumane insite nell’idea infondata e dannosa di razza pura. Quello che dice il generale Vannacci in fondo non è altro che puro razzismo filonazista. Egli in effetti non fa che ripetere quanto si legge nel Mein Kampf: «mansione dello Stato germanico» – e come esponente dell’esercito il generale fa parte dello Stato italiano – «è di operare perché sia dato un termine conclusivo ad ogni altro imbastardimento» (La mia battaglia, Pegaso Edizioni, 1970, p. 39). Il Kampf, la lotta di Hitler è per la disuguaglianza. Il nazismo, secondo lui, verrebbe in aiuto alla natura nell’eliminazione delle razze inferiori e nell’evitamento degli incroci e degli imbastardimenti. E con ciò stesso egli aveva già vent’anni prima indicato nella Vernichtung la Lösung der Judenfrage, la soluzione per lo sterminio degli Ebrei. Oggi tutti noi sappiamo le conseguenze di questa insana idea nazista, ma il generale evidentemente non ha ancora compreso bene quella lezione che la storia ci ha già sonoramente impartito. E se l’imbastardimento viene considerato una malattia, allora quell’idea non può che condurre a un aggiornato “progetto eutanasia”, anche passando per la castrazione chimica. Quel graduato non ha compreso la lezione della storia efficacemente riesposta anche dallo storico George Bensoussan: il razzismo coincide con «la sconfitta della ragione» e si può far risalire alla questione della limpieza de sangre emersa nella Spagna del XV secolo.

Sicché, una delle motivazioni per cui ancora oggi gli Italiani come il generale Vannacci sono fascisti è perché non hanno compreso bene e a fondo quella lezione della storia. E ciò perché – secondo lo storico Francesco Filippi – «non siamo riusciti ad affrontare con decisione e chiarezza i demoni di un passato che abbiamo troppo velocemente coperto ma non cancellato», perché «una parte minima della società italiana non ha mai voluto essere altro [cioè fascista], perché un’altra parte non ha mai imparato a essere altro [cioè antifascista], e infine perché una parte della nostra società, probabilmente la più consistente, non si è mai nemmeno posta seriamente la domanda, rimanendo indifferente» (F. Filippi, Ma perché siamo ancora fascisti? Un conto rimasto aperto, Bollati Boringhieri, Torino 2020). D’altro canto sarebbero molto probabilmente fascisti, e voterebbero quindi per questo nostro governo, anche quei militari che, come il mite tenente Drogo, prestavano servizio nella buzzatiana Fortezza Bastiani: uomini comuni che erano però smaniosi di trovare qualsiasi pretesto pur di fare guerra a qualcuno. Sarà il duce stesso peraltro a liberarli dall’insostenibile pesantezza dell’attesa passiva e noiosa, dichiarando il 10 giugno del 1940, dal balcone di Piazza Venezia in Roma, guerra alla Francia e alla Gran Bretagna.

Ancora una nota a margine, anche se nient’affatto marginale. Solo per sottolineare la normale e, proprio per questo, encomiabile reazione agli US Open di New York in corso del tennista tedesco Alexander Zverev, il quale, interrompendo la gara, chiede e ottiene dall’arbitro di far espellere dal campo uno spettatore suo connazionale che dalle tribune aveva urlato “Deutschland über Alles!”. La cosa da un lato ci commuove e dall’altro ci addolora, perché non ci riesce difficile immaginare che cosa sarebbe successo in una situazione analoga in Italia, dove, com’è noto, le competizioni sportive continuano a svolgersi davanti a striscioni o a cori a sfondo platealmente razzista e dove le rare interruzioni vengono percepite come un fastidio. No. Noi Italiani non abbiamo ancora imparato bene la lezione dell’8 settembre.

Gli autori

Franco Di Giorgi

Ha Insegnato per due decenni filosofia e storia presso il Liceo scientifico "A. Gramsci" di Ivrea. La sua riflessione si muove tra filosofia (Aporia, 2004), memorialistica (concentrazionaria e resistenziale) (Lettera da Mauthausen e altri scritti sulla Shoah, 2004; A scuola di Resistenza, 2006), esegesi biblica (Giobbe e gli altri, 2016; Il Luogo della Vita. Riflessioni sul Vangelo di Tommaso, 2018) ed estetica (letteraria e musicale) (Tolstoj, Flaubert, Rilke, Proust, Ibsen, Pergolesi, Vivaldi, Beethoven, Rachmaninov, Mahler). Tra le riviste che hanno ospitato i suoi scritti: Testimonianze, Fenomenologia e Società, Paradigmi, Interdipendenza, Nuova Rivista Musicale Italiana, Israel, Historia Magistra...

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