“Comandante”, il mito dell’italianità e i conti mancati con il fascismo

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Se Comandante vincesse la Coppa Volpi, sarebbe un capolavoro di coerenza. Il celebrato premio della Mostra del Cinema di Venezia è infatti tuttora incredibilmente intitolato a Giuseppe Volpi di Misurata, governatore della Tripolitania occupata dall’Italia, ministro del Governo Mussolini, membro del Gran Consiglio del fascismo che votò le leggi razziali e, grazie a queste, “successore” dell’ebreo Edgardo Morpurgo alla guida delle Generali. Un curriculum così indecente (nonostante l’impunità che, dopo la Liberazione, gli fu garantita dall’amnistia Togliatti, e soprattutto dal suo enorme patrimonio) che perfino il Corriere della Sera chiese, nel 2020, di cambiare nome al premio: inutilmente. E quest’anno, per festeggiare il primo governo di matrice fascista della storia della Repubblica, la Mostra del Cinema di Venezia apre con un film che (basta leggere la rassegna stampa) ha trasmesso al Paese questi due messaggi: il fascismo ha fatto anche cose buone, gli italiani sono brava gente. Al di là delle circostanze casuali (il ben altro film di Luca Guadagnino bloccato da cause di forza maggiore), e delle intenzioni di regista, sceneggiatore, attori di Comandante (che abbiamo finora saputo antitetiche ad ogni revisionismo), la forza del dato di fatto è impressionante. Ed è prova di una egemonia culturale che, se non è ancora fascista, certo non è più antifascista.

Nessun dubbio sull’esemplarità del gesto del comandante Salvatore Todaro, che salva i naufraghi del mercantile belga (che ha silurato perché trasportava materiale bellico) violando i regolamenti, e obbedendo a quella legge del mare e dell’umanità che (suggeriscono a ragione gli autori) è del tutto ignota a chi oggi ci governa, come mille Cutro dimostrano. Ma nessun dubbio anche sul fatto che il film occulti il contesto di quel beau geste. E il contesto è una guerra atroce, scatenata da regimi totalitari. Salvatore Todaro era, e rimase per sempre, fascista (e il fascismo non è “dolore”, come dice uno dei personaggi: ma violenza, odio, morte). Era uno che combatteva insieme ai nazisti: per le stesse cause, che includevano il più violento razzismo mai visto nella storia, e l’Olocausto tutto intero. In Germania, la Berlinale si potrebbe aprire con l’apologia di un nazista buono? Se da noi è potuto accadere è perché ci siamo convinti che ci fosse una gran differenza tra il tedesco nazista (cattivo) e l’italiano fascista (bravo): ma una intera stagione storiografica (esemplari, tra tanti, gli studi di Filippo Focardi) ha dimostrato esattamente il contrario. Eppure, l’autoassoluzione collettiva (che inizia ancor prima della Liberazione, con un cedimento significativo del fronte antifascista, comprensibilmente preoccupato che l’Italia non venisse trattata come la Germania), l’idea crociana del fascismo “parentesi” in una storia italiana virtuosa, continuano a farci brutti scherzi. E così dimentichiamo la realtà: che «il nazismo in Germania è stato una metastasi di un tumore che era in Italia» (Primo Levi).

Da un cinema autonomo, libero, culturalmente solido mi aspetterei oggi film su Matteotti, i Rosselli, Emilio Lussu, la Resistenza delle donne…: non su un buon fascista! E, visto il terribile amore per la guerra che è tornato a dominare il discorso pubblico occidentale, amerei film su storie di diserzione, di rifiuto delle armi: non l’apologia di un sacerdote della guerra, senza macchia e senza paura. Quanti morti ha fatto Salvatore Todaro nelle sue campagne? E al servizio di quali ideali? Nessuno, ha scritto Hannah Arendt, aveva il diritto di obbedire: e la marginale disobbedienza di Todaro non gli impedì certo di ricevere le sue medaglie dal regime. Non lasciò mai gli ideali di morte (come fece invece uno Schindler, per intendersi): quell’atto esemplare rimane un punto bianco in una vita nera. Anzi, volle finire la carriera (e di fatto la vita) tra i fanatici della morte della X Mas, di lì a poco rivelatasi un branco di criminali di guerra. Come ha scritto Cristina Piccino in una splendida stroncatura del film uscita giovedì scorso sul Manifesto, il comandante interpretato da Pierfrancesco Favino, «come ogni vero uomo ama, l’arte della guerra: un po’ dannunziano, un po’ nietzschiano, un po’ uomo e macchina di marinettiana memoria, oltre a quel bagaglio, tipico del fascistello, di filosofie orientali, cabale, esoterismi».

«Un mito duro a morire» è la seconda parte del titolo del libro con cui Angelo del Boca ha dimostrato che gli italiani non sono stati affatto «brava gente». E quando Todaro risponde che ha fatto quello che ha fatto perché è italiano, questo suona come un’oscena assoluzione, collettiva e a prescindere, di un popolo che i conti col fascismo non è mai riuscito a farli davvero (tanto che oggi ci risiamo), e che, per dire, non è nemmeno stato capace di istituire una giornata di pentimento e memoria per l’oltre mezzo milione di morti che abbiamo fatto in Africa nelle nostre guerre coloniali (liberali e fasciste), commettendo crimini di guerra che in certi casi assumono i tratti di un tentato genocidio. E poi: davvero la bontà si può legare ad un’appartenenza nazionale? Ma non è propria questa la bestialità che il Governo Meloni ripete fino alla nausea, esaltando l’identità italiana? E non è forse una triste prova di subalternità culturale fondarci un film? E non è ancor peggio accompagnare il lancio di un film del genere con la richiesta (avanzata da Favino) di riservare agli attori italiani le parti dei personaggi storici italiani, e con ripetute sottolineature delle virtù morali cui ci condurrebbe la nostra celebrata “italianità”?

Capisco che mancherebbero siluri e divise, ma quanto vorrei vedere un film sui dodici professori universitari che rifiutarono di giurare fedeltà al fascismo, perdendo cattedra e stipendio: non dissero “no” perché italiani (lo era anche il 90% che giurò…), ma perché liberi, con la schiena diritta, consapevoli. Virtù poco diffuse nell’Italia dell’anno primo dell’Era Neofascista.

Gli autori

Tomaso Montanari

Tomaso Montanari insegna Storia dell’arte moderna all’Università per stranieri di Siena. Prende parte al discorso pubblico sulla democrazia e i beni comuni e, nell’estate 2017, ha promosso, con Anna Falcone l’esperienza di Alleanza popolare (o del “Brancaccio”, dal nome del teatro in cui si è svolta l’assemblea costitutiva). Collabora con numerosi quotidiani e riviste. Tra i suoi ultimi libri Privati del patrimonio (Einaudi, 2015), La libertà di Bernini. La sovranità dell’artista e le regole del potere (Einaudi, 2016), Cassandra muta. Intellettuali e potere nell’Italia senza verità (Edizioni Gruppo Abele, 2017) e Contro le mostre (con Vincenzo Trione, Einaudi, 2017)

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2 Comments on ““Comandante”, il mito dell’italianità e i conti mancati con il fascismo”

  1. Per l’esattezza centounesimo dell’era fascista tout-court.
    I settantasette anni di “parentesi” crociana-al-contrario sono serviti a costoro per continuare, quasi del tutto indisturbati, a coltivare e perseguire i loro orribili disvalori. E’ una storia tutta da rifare quella dell’antifascismo in Italia, anche al netto delle ovvie considerazioni sui contesti geopolitici con cui, dal 1945 ad oggi, anche il nostro Paese ha dovuto fare i conti.
    E’ da sottolineare, comunque, a tal proposito, l’apporto decisivo del sistema televisivo in Italia nelle sue fasi pre-berlusconiana (es. Bernabei), berlusconiana, e post-berlusconiana (sette sorelle e succedanei): nell’ultimo quarantennio, poi, i bombardamenti mediatici, sistematici, continuativi ed a tappeto, non hanno lasciato altri spazi se non quello per l’univoco brodo di coltura/cultura di cui oggi si pascono gli eroi dei nostri tempi.
    E, qualora ancora non ci credessimo, parafrasando Berlusconi (si guardi blob), guardiamoceli tutti, nel loro complesso e nella loro complessità, i palinsesti televisivi dagli anni ’80 ad oggi: scopriremmo sgomenti la progressiva costruzione di quella caserma in cui ci hanno ficcati ed in cui viviamo, costretti ad osservare, se non peggio, le squallide gesta di questi neo-patrioti che sprofonderanno nel baratro dell’inciviltà il nostro Paese.

  2. Favino, ogni volta che accetta un ruolo, dovrebbe chiedersi: “Ma Gian Maria (Volonté) lo farebbe?”

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