Quando la destra si prende anche “la parte del torto”

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Ci voleva il genio di Vinicio Capossela per cogliere in pochi versi il clima surreale creatosi con l’ascesa dell’estrema destra al governo. Una destra che pare non poter rinunciare alla sua “diversità” e all’aura trasgressiva delle origini, nel momento in cui si fa fedele esecutrice dei dettami ultra-liberisti e atlantisti dell’establishment occidentale.

«Per paura dell’altro / con noi vi porteremo dalla parte del torto / Né destra né sinistra, solo potere d’acquisto / Saremo il vostro specchio dalla parte del torto / Voi complessisti, pacifisti, voi santi ecologisti / noi vi prenderemo anche la parte del torto», canta Capossela, immedesimandosi nei nuovi padroni, interpreti disinvolti di più parti nella stessa commedia. Così Marcello De Angelis, responsabile della comunicazione della Regione Lazio, dopo essersi dichiarato certo dell’innocenza dei neo-fascisti condannati con sentenza definitiva per la strage di Bologna, può orgogliosamente rivendicare la propria parentela con Giordano Bruno, messo al rogo per avere “violato il dogma”. E il generale Vannacci, fiero delle proprie farneticazioni omofobe, razziste, classiste, che gli sono costate la rimozione dalla carica di responsabile dell’Istituto geografico militare (non certo il licenziamento, o la censura) può atteggiarsi a martire delle libertà di pensiero. «E se sei razzista, e se sei sessista / che problema c’è dalla parte del torto / Detassati e ignoranti, egoisti e opportunisti / Tutti a cuor contento dalla parte del torto / Tutti brutti e sinceri, quando saremo tanti / quanto saremo veri dalla parte del torto».

Era stata Giorgia Meloni, nell’atto del suo insediamento, a rivendicare la propria biografia di underdog: origini popolari, famiglia problematica, studi interrotti per guadagnarsi da vivere… Oggi, tra una stretta di mano agli industriali e un abbraccio a Biden, prosegue la sua battaglia culturale contro la sinistra radical-chic, frequentatrice di salotti e cultrice dell’armocromia. Ma porta contestualmente avanti una ben più sostanziale guerra contro gli underdog di oggi (e di domani), gli “sfavoriti” destinati a rimanere tali, cancellando il reddito di cittadinanza, distruggendo la sanità pubblica, prendendosela con gli immigrati in fuga dalla violenza e della miseria.

Dalla parte del torto”: il celebre aforisma di Bertold Brecht («Ci sedemmo dalla parte del torto perché tutti gli altri posti erano occupati») viene così rovesciato e snaturato, per giustificare gli attacchi di chi sta in alto contro chi sta in basso, di chi è garantito contro chi è inerme e senza difese. È lo stesso Capossela a spiegarlo: «La politica di oggi ha smesso di fornire visioni, utopie, forme di vita eterna, idee di avvenire e di divenire. Ora si è specchiata e abbassata all’individuo, al suo strettissimo campo di azione. Se Brecht poteva dire che “dato che i posti buoni erano occupati, ci siamo seduti dalla parte del torto”, ora il torto non è più appannaggio delle forze che lottano per la libertà. La sinistra, cedendo il ruolo di difesa dei lavoratori, dei senza diritti e degli ultimi che le sarebbe stato proprio, ha lasciato libero il campo a forze che si sono prese anche la parte del torto e, fomentando la paura dell’altro, hanno portato a una deriva in cui il torto è torto anzitutto contro il senso di umanità. La parte del torto, oggi orgogliosamente rivendicata da destra, è ormai quella in cui ci siamo messi tutti, in una lotta di mera contrapposizione che vanifica e neutralizza il concetto stesso di “parte del giusto”» (https://www.sentireascoltare.com/news/vinicio-capossela-la-parte-del-torto-nuovo-singolo/).

Si viene così a generare una figura paradossale: quello delle maggioranze eretiche. Dei potenti impotenti. Del “tutti a cuor contento dalla parte del torto”. Così nel caso Vannacci, che ha riempito le pagine dei giornali e dei social in questa torrida fine estate, le difese del generale hanno seguito due spartiti apparentemente opposti. Da un lato chi, come Salvini, ha insistito sulla solitudine del militare, il suo profilo eretico (di nuovo il paragone con Giordano Bruno!), il suo coraggio nello sfidare le opinioni egemoni, dichiarando apertamente che gli omosessuali non sono “normali”, Paola Egonu non è una vera italiana e sparare per uccidere chiunque attenti alla nostra proprietà è un sacrosanto diritto. Dall’altro chi ha sostenuto che Vannacci si è in fondo limitato a mettere nero su bianco tesi di “semplice ed evidente buon senso”, quelle che «tantissimi Italiani – non solo quelli che hanno votato i partiti di destra – pensano […]: che esistono le donne e gli uomini, che le coppie omosessuali non possono generare figli, che i giovani militanti ambientalisti che imbrattano le opere d’arte non sarebbero disposti a rinunciare a un giorno di Internet, motorino, cellulare o aereo per migliorare il mondo. O che ci sono tanto evasori perché le tasse sono troppo alte» (sic!) (L. Scaraffia, Ma io vi dico che Vannacci merita di essere discusso, “La Stampa”, 26 agosto 2023).

Delle due una: eretico o conformista? Dissacrante fustigatore del senso comune o suo autentico interprete? Il bello è che non è difficile sentire snocciolare dalle stesse persone entrambe queste interpretazioni. Ma pretendere coerenza, di questi tempi, sarebbe troppo. E pour cause: «Lo sforzo culturale che voi dite che è da fare / noi ve lo togliamo, anzi, meglio, vi diciamo che è inutile pensarci / Siete belli già così, sì, proprio così, tutto basso istinto / Nella legge del più forte non c’è più parte del torto / né competenza o scienza, né buona coscienza / Lo spirito di patria è risorto dalla parte del torto».