Omicidi sul lavoro. Non se ne può più!

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Quello che è accaduto nella notte tra mercoledì e giovedì scorso sulla linea ferroviaria Torino-Milano all’altezza di Brandizzo non potrà mai e poi mai – come ha ben scritto su queste pagine Marco Revelli (https://volerelaluna.it/commenti/2023/08/31/strage-di-brandizzo-non-chiamatele-morti-bianche/) – essere rubricato sotto la voce “disgrazia”. Le disgrazie sono quelle che la Natura matrigna stabilisce per il fragile genere umano; e anche molte delle cosiddette “disgrazie” potrebbero, con maggior accortezza, essere evitate. Da subito si è appreso – sul sito de il Fatto Quotidiano e su molti altri media – che «Rete ferroviaria italiana ha chiarito in maniera netta quella che è la sua ricostruzione dell’accaduto, a valle degli accertamenti interni svolti dalla notte di giovedì. […] “Sotto indagine è il rispetto della procedura di sicurezza vigente; […] i lavori – secondo procedura – sarebbero dovuti iniziare soltanto dopo il passaggio di quel treno”. Una sottolineatura chiara, che lascia intendere come qualcosa sia saltato all’interno della catena di comunicazione, forse all’interno della stessa ditta impegnata nei lavori di sostituzione dei binari”». E quindi abbiamo già il canovaccio della sceneggiata che farà seguito a questo disastro: la colpa sarà addebitata a qualcuno che non ha fatto il suo dovere. Già sappiamo che il certificato di sicurezza della Sigifer, l’azienda per cui lavoravano le vittime, era scaduto. Questo ci importa relativamente, poiché esistono colpe di tipo generale che stanno altrove. Esse si debbono rintracciare in una pessima organizzazione del lavoro, volta al profitto di pochi e allo sfruttamento di molti. Va da sé che lo sfruttamento intensivo dei lavoratori presume che le risorse necessarie per la sicurezza nel luogo di lavoro non vengano messe in campo. Le lacrime di coccodrillo che vediamo versare dopo ogni omicidio sul posto di lavoro ci indignano profondamente. In breve: non se ne può più.

Molti di questi luttuosi episodi hanno avuto la loro remota origine nel momento in cui si è deciso di appaltare alcune operazioni a «imprese esterne qualificate e certificate» (cito RFI) e di rendere questa una prassi consolidata. Il sistema degli appalti e dei subappalti esiste e prolifera per un unico motivo: garantisce un risparmio. Non è necessario essere economisti per capire che, se un lavoro può essere svolto da una ditta esterna che garantisce un risparmio alla ditta che propone l’appalto il motivo è soltanto uno: i lavoratori verranno pagati meno rispetto ai lavoratori “interni” e le condizioni di lavoro saranno, complessivamente, più precarie.

Più orario, meno soldi, meno sicurezza sul lavoro: questo tocca ai lavoratori delle ditte che, come la Sigifer di Borgo Vercelli, sono inseriti nella macchina infernale degli appalti e dei subappalti. Il “trentennio inglorioso”, quello che ha inizio con gli anni Novanta del Novecento ha smantellato le non molte sicurezze che le classi subalterne avevano conquistato con le lotte iniziate negli anni Cinquanta e proseguite sino ai Settanta. Lotte in cui molti operai, contadini, lavoratori avevano pagato l’impegno nella protesta con la vita, ma che avevano portato a un miglioramento complessivo delle condizioni del popolo italiano. A un certo punto questo percorso, ancora imperfetto ma volto verso una maggiore giustizia sociale, si è interrotto ed è iniziata la retromarcia. Il pessimo copione che, in questo trentennio, si sta recitando ha come attori principali i personaggetti che compongono una classe politica imbelle: a sinistra si sono rinnegate le proprie radici e i propri riferimenti, e si è agito troppo spesso identificandosi con l’aggressore; a destra è stato portato avanti un programma neoliberista, di cui attualmente vediamo gli esiti finali, mentre l’ala più estrema, di cui l’attuale presidente del Consiglio faceva (fa) parte, strizzava l’occhio ai nostalgici fascisteggianti di tutte le età. Frattanto si costruiva, rispetto al lavoro, con la connivenza di tutti gli attori sociali di cui sopra, un castello normativo all’insegna di una sola parola: precarizzazione. Gli effetti di questa scellerata politica sociale e del lavoro li verifichiamo, anche sulla nostra pelle, ogni giorno: in un momento in cui la tecnologia consentirebbe di ridurre l’orario di lavoro, tutti lavoriamo di più rispetto a vent’anni fa; in compenso tutti guadagniamo di meno e la disoccupazione giovanile è allarmante. Ogni tanto la grigia e pur inaccettabile quotidianità di questo stato di cose viene scossa da quella che viene definita come una deprecabile (orribile, inaccettabile etc.) disgrazia.

There will be blood: la logica del profitto a tutti i costi è una logica di morte e, come capita puntualmente, prima o poi scorre del sangue. Dovremo aspettare molto perché un assetto sociale così profondamente ingiusto si modifichi e migliori? Dovremo sentirci raccontare ancora tante frottole prive di logica come quella recente proposta da Meloni, secondo la quale il salario minimo rischia di abbassare i salari nel loro complesso o come l’altra, gravissima, di Fornero che, a suo tempo, decretò che innalzare l’età pensionabile non aveva effetto sul lavoro dei più giovani? Ma dobbiamo bercele tutte, queste idiozie, prima di reagire? Quanti morti sono andati al cimitero a causa della cosiddetta legge Fornero (mentre la sua autrice si indignava per la mascalzonata della scritta su una maglietta che, complice la rima, al cimitero voleva mandare lei)? Ha controllato, la professoressa, quanti sono i lavoratori anziani morti, per causa della legge da lei proposta, in settori delicati come quello dell’edilizia? In televisione si può fare la professoressa saccente e con la puzza sotto il naso sino a novant’anni; ma salire su un ponteggio è un’altra cosa. I dati sulla morte dei lavoratori anziani sono preoccupanti e l’elenco dei poveri morti dovrebbe essere sempre ricordato a chi ha voluto quell’azione di macelleria sociale chiamata “riforma Fornero”.

Oggi siamo di nuovo scossi dall’ultima, grave tragedia sul lavoro. Ci sarà chi si accontenterà di commuoversi per i servizi televisivi strappalacrime, e temo ci saranno anche gli indifferenti. Io spero che questa carneficina legalizzata porti molti a interrogarsi sugli assetti che la determinano. E spero anche che le parole ipocrite di chi occupa posti di potere vengano valutate per quello che sono: parole (mentre ci vorrebbero fatti) ipocrite (e quindi menzognere).

Dell’ultima rievocazione dell’immane tragedia che ha avuto luogo a Marcinelle tanti anni fa mi hanno colpito le parole del capo dello Stato a proposito dei minatori: «Con il loro operato essi hanno contribuito a promuovere i più alti valori sociali e culturali che animano la Costituzione repubblicana e la stessa Casa comune europea, a cominciare dal diritto al lavoro. È quindi più che mai necessario mantenere salda la tutela dei lavoratori». E ho capito che, se non ci si muoverà con decisione, presto saranno guai più grossi. Perché questo mio allarme e cosa c’entra la “Casa comune europea” con la sorte dei 136 minatori italiani morti a Marcinelle nel lontano 1956? C’entra, perché si dimostra che neppure a tanti anni di distanza si ha il coraggio di dire le verità, sebbene sia scritta a chiare lettere e la si possa trovare persino sul più istituzionale dei siti. È mai possibile che il presidente Mattarella veda l’europeismo e ignori quell’infame accordo italo-belga “uomo-carbone”, che prevedeva l’invio di migliaia di lavoratori italiani nelle miniere del Belgio in cambio di carbone per il nostro Paese? Ed è questa vergogna nazionale che oggi dovremmo considerare come «inizio del processo di integrazione europea»? Non dovremmo forse, vista anche la lontananza nel tempo, mettere a fuoco le responsabilità di uno Stato molto tiepido nel verificare se la parte di accordo favorevole ai lavoratori italiana venisse rispettata e che di fatto, invece, favorì lo sfruttamento selvaggio di tanti nostri connazionali? Eccoci alla conclusione: non dobbiamo fidarci delle lacrime da coccodrillo dopo la tragedia oggi, come non ci si doveva fidare ieri.

La storia del lavoro italiano gronda sangue. A Marcinelle vorrei accostare un’altra grave sciagura mineraria, quella che colpì Ribolla. Nella miniera, di proprietà della Montecatini, le lotte sindacali erano state intense dopo la fine della guerra; ma nel 1954 le maestranze, che da tempo subivano la repressione dei vertici direttivi, erano provate dalla durezza dell’azienda e dal fatto che la lignite non risultasse competitiva sul piano nazionale e internazionale (e torniamo all’accordo uomo-carbone del 1946). La Montecatini, molto trasandata nel far rispettare le necessarie misure di sicurezza, obbligò i minatori a scendere nella miniera nonostante esistessero inequivocabili segnali di pericolo. L’esplosione, tremenda, causò 43 vittime in un pozzo dal nome evocativo “Camorra Sud”. L’epilogo – simile a tanti altri – fu che, nel novembre del 1958, la Montecatini venne assolta e riconosciuta del tutto priva di responsabilità nel disastro. La storia ricorda da vicino quello della Thyssen-Krupp. Anzi, ogni morto sul lavoro ricorda da vicino tutti gli altri, perché sempre uguale è la causa: la ricerca di profitto ad ogni costo, in dispregio della stessa vita umana.

I morti di oggi, le loro sfortunate famiglie, gli amici che hanno perso gli amici potranno essere ricordati degnamente se in questo Paese, in ogni luogo di lavoro, in ogni luogo in cui esseri umani incontrino loro simili, rinascerà la tensione civile e la richiesta a gran voce di maggiore giustizia sociale. Altrimenti finirà male: si profila una destra aggressiva e incapace di governare, rozza culturalmente oltre ogni dire. Non speriamo che una sinistra belante e perbenista come quella che abbiamo in Parlamento riuscirà a scalzarla. Questa è l’ora in cui la società civile deve dimostrare di valere di più di politici e di troppi sindacalisti d’accatto.

Gli autori

Giovanna Lo Presti

Giovanna Lo Presti, ricercatrice, si occupa di Letteratura italiana e del rapporto tra sistema scolastico e società.

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