Ucraina: cessate il fuoco. Subito

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Il 12 agosto scorso, a conclusione del Cammino per la pace e il disarmo da Maresca a Sant’Anna di Stazzema, via Montefiorino, si è svolto, nel piazzale antistante la chiesetta di Sant’Anna, un incontro pubblico dal titolo “Una via per la pace. Subito”. Ad esso hanno partecipato, tra gli altri, Mario Primicerio, ex sindaco di Firenze, e Simone Siliani, direttore della Fondazione Banca Etica. Quella pubblicata di seguito è la seconda parte dell’intervento svolto in quella sede da Lorenzo Guadagnucci; la prima parte è stata pubblicata il 23 agosto (https://volerelaluna.it/in-primo-piano/2023/08/23/santanna-di-stazzema-80-anni-dopo-chi-sono-i-nemici/). (la redazione)

Nei mesi scorsi i pacifisti sono stati incalzati, quasi aggrediti: e voi dunque che fareste, ora che l’Ucraina è stata invasa? Forse non dovremmo sostenere l’aggredito? Domande scomode, ma domande lecite, seppure poste con eccessiva foga e toni accusatori e anche ignorando – volutamente – la lunga storia del movimento pacifista. Domande cui occorre comunque dare riposta, a partire però da una constatazione: il movimento pacifista, diversamente da tanti commentatori e accusatori, ha cominciato a occuparsi del conflitto in Ucraina ben prima del 24 febbraio 2022. Ben prima – anche – della crisi e della guerra a bassa intensità cominciata nel 2014. Il movimento pacifista cominciò a occuparsi dei confini e delle relazioni fra stati nell’Est Europa già all’epoca di Gorbaciov, quando la guerra fredda era al crepuscolo e l’Unione sovietica sulla via dell’implosione. La parola d’ordine, all’epoca, era “Disarmo dall’Atlantico agli Urali”, prefigurando un’idea allargata di Europa, da raggiungere attraverso forme di cooperazione fra stati, inclusa la Russia erede dell’Urss. Era un’idea avanzata e coerente col passaggio storico epocale del momento: finiva l’equilibrio del terrore fra i due blocchi – capitalistico-occidentale da un lato, socialistico-autoritario dall’altro – e poteva cominciare una fase nuova. Si poteva avviare una stagione di autentica distensione, smantellando gli arsenali (nucleari e no) e cominciando il superamento della Nato, di pari passo con la fine del Patto di Varsavia. Queste proposte furono ignorate e l’occidente prese un’altra via, col progetto – più o meno dichiarato – di conservare l’ordine preesistente, con la Russia – un gigante fragile, ma ricco di risorse e ben armato – che diveniva piano piano un partner economico strategico ma anche un rivale politico, e in prospettiva – come poi è avvenuto – il nuovo nemico geopolitico. È così che sono prosperati nell’Est Europa i nazionalismi e che la stella di Putin ha potuto affermarsi a Mosca: un leader amico e alle volte competitor negli affari, rivale strategico (con al Cina alle spalle) nel nuovo/vecchio secolo. Dobbiamo ricordare questo antefatto perché il pacifismo non è declamazione di buoni sentimenti, ma prevenzione delle guerre con gli strumenti della politica, della diplomazia, della costruzione di organismi di cooperazione internazionale e di soluzione non violenta dei conflitti.

Il pacifismo non è un repertorio di utensili “pret-à-porter” da prendere e utilizzare per fermare una guerra. Chi chiede ai pacifisti di bloccare una guerra appena esplosa, sa bene di domandare l’impossibile. Ma i pacifisti sanno per esperienza e persuasione ciò che non si deve fare: alimentare la guerra appena cominciata. Il compito dei pacificatori è opposto: agire per fermare i combattimenti prima possibile, risparmiando vite e impedendo che il cumulo di distruzione, sofferenza e morte renda più difficili le trattative, gli accordi che prima o poi ci dovranno essere. Il movimento pacifista ha le sue idee sulle forme di difesa e di soluzione dei conflitti: la difesa popolare nonviolenta, i Corpi civili di pace, il rafforzamento delle Nazioni Unite, ma sono progetti e strutture da costruire col tempo, a partire da una volontà politica oggi inesistente. Perciò il pacifismo internazionale è cosciente che l’Ucraina, il 24 febbraio 2022, non poteva che difendersi militarmente, come peraltro si era preparata a fare d’intesa con la Nato, ma sa altrettanto bene un’altra cosa, e cioè che il compito dell’Unione europea, espressione del continente nel quale si combatte e che è stato la culla di due guerre mondiali, è quello del pacificatore. L’Unione europea ha scelto invece di contribuire alla guerra fornendo armi, oltre che appoggio politico, all’Ucraina, accodandosi così agli Stati Uniti e accettando un ruolo di subordinazione alla Nato, che è un’alleanza militare e non un organismo politico. L’Unione europea ha così rinunciato a svolgere il ruolo politico e diplomatico che le competeva: agire fin da subito per fermare i cannoni, mobilitare tutte le risorse diplomatiche del pianeta, dalla Cina al Brasile ai paesi africani, prefigurando così una via d’uscita da un conflitto che pare oggi in un vicolo cieco. Per l’Unione europea è stato un suicidio politico: oggi si combatte in Europa ma l’Unione europea non ha voce in capitolo, gli attori che contano sono altri.

Siamo sull’orlo di una terza guerra mondiale, sempre possibile vista l’escalation in corso, e avvertiamo aleggiare lo spettro dell’arma nucleare, eppure nel discorso pubblico, sui giornali, nei parlamenti quasi non si parla della guerra in Ucraina, se non per slogan e proclami. Non sappiamo quasi niente delle cose più importanti. Niente sul numero delle vittime, coperto dal segreto militare; nulla o quasi nulla sulle devastazioni subite dal territorio ucraino; nulla sul disastro ambientale, sull’inquinamento delle acque, dei suoli, dell’aria causato dall’enorme impiego di armi. Sappiamo invece, e molto bene, che stiamo minando, e per generazioni, seminando morte e odio, le relazioni fra popoli nell’Est Europa: che accadrà di quelle terre, di quella gente, quando quest’assurda guerra, in un modo o nell’altro, sarà finita?

Oggi nessuno pone ai potenti le domande più banali, quelle che metterebbero a nudo tutti i rischi che stiamo correndo e l’insipienza delle leadership occidentali. Nessuno domanda a Zelensky, Biden, von der Layen, ma anche Meloni, Sunak, il tecnocrate Draghi e tutti gli altri: che cosa intendete, quando parlate di vincere? Che cosa significa vincere una guerra contro una potenza nucleare, qual è la Russia? Che prezzo siamo disposti a pagare per questa vittoria? Forse la distruzione reciproca, con bombe nucleari tattiche, di città come Kiev e Varsavia da un lato, e Rostov e San Pietroburgo dall’altro, tanto per fare un esempio? O dovremmo preparare un attacco preventivo a Mosca per impedire a Putin di usare l’arma nucleare? Perché non parliamo di questo? E perché non diciamo nulla sul futuro dell’Europa al confine orientale a guerra in qualche modo finita? Che relazioni avremo con la Russia, dopo anni di guerra, di morte e di odio? Che sicurezza possiamo immaginare per i popoli europei?

La verità, come ha detto a Sant’Anna Mario Primicerio, già sindaco di Firenze, ma anche stretto collaboratore del sindaco La Pira nel suo tentativo di mediazione durante la guerra in Vietnam, questa guerra non può essere vinta da nessuno. Non dalla Russia, che ha già fallito il suo progetto di annientare l’Ucraina; non da Kiev, che sembra al momento condannata a combattere (anche) una guerra per procura, foraggiata da Stati Uniti e Nato, senza che se ne intraveda la fine. Gli utopisti – utopisti neri, nel senso che sono accompagnati da morte e terrore – sono i sostenitori della necessità della guerra; il realismo è quello del movimento pacifista, che chiede un cessate il fuoco immediato e l’avvio di negoziati, per raggiungere sì una pace giusta, che garantisca l’integrità dell’Ucraina e la sicurezza per la Russia e l’Europa, ma attraverso la diplomazia. Ogni colpo di cannone in più aggiunge inutilmente morte e distruzione e allontana il momento delle trattative, sbocco necessario nell’evidente impasse militare del conflitto. Il movimento pacifista, per persuasione ma anche per esperienza, sa che la guerra non si risolve con la guerra, che i problemi all’origine dei conflitti non si superano con le armi. Dovremmo rammentare la lezione di Gino Strada, che si diceva “contro la guerra” ancora più che pacifista e invitava a chiedere ai teorici della necessità di una “guerra giusta”: com’è andata in Afghanistan? E in Iraq? E in Libia? E in Serbia? La guerra ha risolto dei problemi o ne ha aggiunti di nuovi, oltre a portare distruzione e morte? Sappiamo qual è la risposta, eppure la guerra viene ancora proposta come una soluzione. Primicerio, ripensando all’esperienza in Vietnam, dice che il cessate il fuoco dovrebbe essere immediato, a partire dalla situazione presente sul terreno: la richiesta ucraina di una “pace giusta” è corretta, ma dev’essere raggiunta con la diplomazia e la legge, non – cosa peraltro impossibile – con le armi; il tempo gioca a favore di questa soluzione, se le armi taceranno.

La guerra in Ucraina suggerisce sinistre affinità con la Grande Guerra, sia per il clima di parossistico bellicismo mediatico, pur nella grande diversità dei mezzi di comunicazione, oggi ben più potenti, sia per l’ineffabile inconcludenza delle leadership politiche. Gli storici si interrogano ancora sulle ragioni politiche del primo conflitto mondiale, esploso come una valanga a partire da una palla di neve (l’assassinio a Sarajevo dell’arciduca Francesco Ferdinando e di sua moglie Sofia), con le classi dirigenti giunte fino all’inevitabile quasi inconsapevolmente, come dei sonnambuli (eloquente titolo di un libro dello storico Christopher Clark), in un misto di insipienza e superficialità ma anche di asfissiante crescita dei sentimenti nazionalisti e di quelli militaristi, in un continente all’epoca molto, forse troppo ben armato.

Oggi discutere della guerra in Ucraina è diventato difficile: le opinioni e le proposte contrarie alle scelte compiute da Usa, Nato e Ue sono emarginate, derise, se non bollate come filo putiniane, in un paradossale ribaltamento della storia politica internazionale (non abbiamo dimenticato la foto di gruppo al G8 di Genova del 2001, con Putin accanto a Chirac, Bush, Prodi, Schroeder e gli altri). Eppure qualche faro di luce nella notte dei sonnambuli esiste ancora. Il Vaticano ha messo in atto una sua azione diplomatica esplorativa; il Brasile potrebbe avviare una proposta di ampio respiro, coinvolgendo forse la Cina; altri passi sono in corso ma soprattutto l’Europa ha una risorsa preziosa, finora pressoché inutilizzata, ossia le sue opinioni pubbliche, la sua società civile. Il movimento pacifista europeo, va riconosciuto, non è stato finora capace d’essere all’altezza del suo compito, non è riuscito a offrire una sponda a una corrente d’opinione in grado di condizionare le élite politiche, che oggi appaiono compatte, in una grande, preoccupante alleanza che si è manifestata, recentemente, anche nel voto al parlamento europeo sulla proposta – approvata a larghissima maggioranza – di dirottare parte della spesa sociale prevista dai piani post Covid verso la produzione di munizioni da inviare in Ucraina. L’Europa non solo alimenta il conflitto, ma si militarizza, compie scelte destinate a condizionare pesantemente il suo futuro: mai come oggi il passaggio da una società del “welfare state” a una società del “warfare state” è stato più vicino e tangibile.

Nello stallo politico dei sonnambuli, il movimento pacifista, le società civili europee possono accendere una luce, indicare una via d’uscita, perché una via d’uscita – politica, proiettata verso un futuro di convivenza pacifica – dev’essere la soluzione di questa come di tutte le guerre. Vanno sostenuti gli sforzi del Vaticano e di chi si impegnerà in direzione analoga; vanno sostenuti gli obiettori di coscienza e i disertori ucraini, russi e bielorussi, perché loro sono la speranza di un dialogo che non si interrompe e che spezza la retorica mortifera dei nazionalismi; vanno immaginate azioni collettive che portino in piazza una nuova visione, quindi la richiesta – la pretesa – che l’Europa torni alle proprie radici e sia operatrice di pace, protagonista positiva di un pacifismo concreto, realistico, politico, capace di futuro. Quel futuro che la guerra nega.

Gli autori

Lorenzo Guadagnucci

Lorenzo Guadagnucci, giornalista e blogger, lavora al “Quotidiano nazionale” (Resto del Carlino - La Nazione - Il Giorno). Durante il G8 di Genova del luglio 2001 fu tra i giovani percossi e arrestati nella suola Diaz. Fondatore e animatore del Comitato verità e giustizia per Genova ha scritto, con Vittorio Agnoletto, “L’eclisse della democrazia. Le verità nascoste sul G8 di Genova” (2011).

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One Comment on “Ucraina: cessate il fuoco. Subito”

  1. Nell’era nucleare ogni nazionalismo è cancellazione di futuro, non conservazione d’umanità. Pur di abbattere l’URSS, l’Occidente l’ha alimentato da Giovanni Paolo II in poi. Le identità nazionali sono state dipinte come baluardo di umanità e (per chi crede) di religiosità in un mondo che PARE andare a rotoli. Concetto labile, che ha bisogno di sostegno concreto. Quel sostegno è lo stesso di inizio ‘900: i confini nazionali. Bandiere e confini hanno riacquistato così (a chiacchiere e distintivi!) l’onore che avevano per Balbo e D’Annunzio. Esplosa la guerra, si torna al ritornello dell’integrità territoriale, che sarebbe sacrosanto difendere come presupposto di Giustizia e Vita. Non si combatte le guerra con la pace, se quel ritornello lo si ripete anzichè farne emergere le insostenibili stonature. Vale di sicuro per chi si occupa di idee politiche. Vale di sicuro pure per chi si occupa di spiritualità: a Mosca, a Kiev, a Roma. Ecco perchè, per esempio, sbagliano i cattolici ucraini come gli ortodossi russi e come Papa Francesco, che di Wojtyla forse ha salvato proprio quell’idea cupa di fondo. Anche Guadagnucci dunque sbaglia, quando in sottofondo parla d’integrità territoriale ucraina (vogliamo rifarvi qualche referendum e vedere l’effetto che fa?)
    Il bene della Pace è al di sopra d’ogni identità nazionale. Quand’essa assume le sembianze d’internazionalità, non è quel globalismo che giustamente attira gli odi del sovranismo…

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